“Il calcio è da sempre specchio della condizione umana, nel suo riproporre l’eterno contrasto tra opposti: vittoria e sconfitta, altare e polvere, gioia e sconforto.” 

Stefano Borghi, giornalista e attuale telecronista di DAZN, nonché uno dei massimi esperti italiani di calcio internazionale e in particolare di fùtbol sudamericano, ci introduce così a quello che sarà il suo racconto (tramite podcast) di 6 storiche partite degli anni Novanta“Cronache dei ’90: partite che hanno marcato un’epoca”.

Immergendoci in questo viaggio fatto di storie che hanno segnato un’epoca calcistica, come bonus track dell’audio-serie, troviamo il racconto della tanto discussa finale d’andata della Coppa Libertadores di quest’anno, ossia Boca Juniors – River Plate.  Com’è noto, la partita è stata da più parti definita come la “finale del secolo”, in quanto questo derby di per sé rappresenta già una delle rivalità più accese dell’intero panorama calcistico, non solo di quello sudamericano.

In occasione degli spiacevoli fatti extra-calcistici accaduti sabato 24 Novembre fuori dallo Stadio Monumental di Buenos Aires per la finale di ritorno (poi rinviata) della coppa, siamo andati ad intervistare Stefano, che avrebbe dovuto commentare la partita per DAZN, e che ha avuto oggi il piacere di raccontarci l’esperienza vissuta quella sera, oltre a esprimerci quelle che sono le sue opinioni sul calcio sudamericano in generale e sulla scelta presa dalla Conmebol in questi ultimi giorni di disputare la partita qui in Europa allo Stadio Santiago Bernabeu.

Stefano, cosa significa trovarsi in situazioni come quella di due settimane fa? Immaginiamo sia stato difficile vivere quei momenti di totale caos in attesa della telecronaca senza sapere cosa sarebbe successo.

“Ovviamente è stato molto brutto da vivere, soprattutto in prima persona perché è stato un continuo incupimento. Eravamo pronti, gasatissimi per fare questa finale di ritorno e poi, le prime immagini, le prime notizie, le prime parole, il pensiero che si potesse rinviare di qualche tempo, la presa di coscienza che non si sarebbe potuto giocare sabato. Poi, il rinvio la domenica, l’ulteriore rinvio: è stato veramente pesante, fino a questa decisione che reputo assurda di giocare la partita in Spagna. Dal punto di vista mio personale e di noi tutti che ci apprestavamo a commentarla è stato come scendere una scala verso il basso, continuamente trascinati in basso con la consapevolezza che c’era ancora strada da fare. E poi anche il dolore, perché da appassionati di calcio sudamericano non si può che essere tristi per quella che poteva essere una grande occasione di mettere tutto il bello di questo calcio sotto gli occhi di un grande pubblico a quella che è invece diventata una situazione in cui è venuto alla ribalta tutto il lato peggiore del Sudamerica.”

La polizia nelle strade prima del match poi rinviato

Un vero e proprio inferno, quindi. Ma purtroppo il Sudamerica non è nuovo a situazioni di questo tipo. É il lato negativo di quello che invece normalmente è un calcio di passione e appartenenza. Sei d’accordo? 

“Assolutamente. Il calcio argentino è vissuto in modo unico, non c’è un paragone nel mondo perché il fùtbol nella vita di qualsiasi argentino e di qualsiasi argentina ha una presenza forte, direi quasi preponderante. È la religione laica di quel popolo e tutti gli argentini sono identificati con una squadra. Un esempio può essere proprio il primo Papa argentino del quale si è immediatamente saputo che era tifoso del San Lorenzo. Questo porta secondo me tante cose bellissime, è una fede profonda, una partecipazione totale e anche un gran gusto per il calcio perché mediamente parlare di calcio con un argentino vuol dire parlare con qualcuno che ne capisce, che lo apprezza e che lo ama. Di contro ci sono gli eccessi ma che non sono legati alla passione per il calcio ma a situazioni sociali e a criminalità anche ordinaria. Il calcio in questo non c’entra niente.”

I tifosi del Boca Junior all’allenamento di rifinitura prima della partita che si sarebbe dovuta giocare sabato 24 novembre

E invece, sempre sotto il punto di vista della passione e del tifo, l’Europa è paragonabile? A livello sociale, siamo ancora un passo avanti per quanto riguarda il “vissuto” della partita?

“In Europa siamo un passo avanti per quanto riguarda le strutture, l’organizzazione degli eventi e la gestione delle situazioni, ma dal punto di vista del viver la partita e dell’ambiente che si crea non c’è niente come il Sudamerica, assolutamente niente di paragonabile al Sudamerica.”

Un’intero popolo, in questo caso i tifosi del River Plate, festeggia una vittoria della propria squadra

A tal proposito, è stato deciso che si gioca al Bernabeu. A questo punto come la vivranno giocatori, tifosi e voi stessi addetti ai lavori? É possibile che la “magia” di questo match sia svanita?

“Sì, direi che la magia è svanita eccome, perché è vero che abbiamo ancora una grande finale, un River-Boca, un confronto fra le due più grandi rivali che ci sono in Sudamerica se non addirittura nell’intero pianeta, e nel quale si assegna una coppa. Però adesso questa partita ha molto meno pathos, molta meno epica e molto meno fascino. Perché giocarla in Europa è un totale controsenso e perché dopo tutto quello che c’è stato, insomma, io credo che abbiamo veramente perso tutti in questa situazione, è una banalità però è esattamente il mio sentimento. Detto questo, vivremo la partita e sarà comunque qualcosa di storico ma non sarà quello che poteva essere.”

Lo stadio Santiago Bernabeu di Madrid è pronto ad ospitare, il 9 dicembre, la finale di ritorno di questa Coppa Libertadores

Un ringraziamento speciale a Stefano Borghi.

Qui potete trovare il nostro approfondimento su quella surreale notte del 24 novembre.
Seguiteci anche sul nostro profilo Facebook e la nostra pagina Instagram.

 

Intervista di Giacomo Zaffagnini e Marcello Mazzari

Grafica di Francesco Daniel Severi

2 COMMENTS

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here