Il 12 gennaio 1986, ossia esattamente 33 anni fa, a Lanùs in Argentina veniva al mondo il piccolo Pablo Daniel, un “audace ribelle” che qualche anno più tardi sarebbe diventato prima uno dei giocatori più chiacchierati (per i magnifici gol e non solo) dell’intero panorama calcistico italiano, e successivamente lo scanzonato frontman di una rock band latina. Già, perchè all’italo-argentino una vita “regolare” non è mai bastata.

Oggi, abbiamo colto l’occasione del suo compleanno per parlare un po’ di lui e di quello che sta facendo da qualche anno a questa parte dopo aver deciso, a fine 2016, di appendere le scarpette al chiodo a soli 30 anni, dandosi alla musica.
Bisogna essere sinceri: probabilmente, molti di noi una volta appresa la notizia del suo ritiro dal calcio giocato, a prescindere dalle simpatie o meno che potevamo avere per questo discusso personaggio, abbiamo pensato che solo un “pazzo” come lui poteva prendere una decisione del genere. Tuttavia, vedendolo oggi in tour proprio qui in Italia con il suo gruppo, i Barrio Viejo, non possiamo far altro che renderci conto di quanto ci sbagliassimo. Sì perchè DaniStone, così com’è noto nei suoi social, adesso sembra proprio essere un uomo felice.

“Non ero più me stesso. Io sono uno che vive di sentimenti e impulsività, e nel calcio di oggi non c’è nessuna della due. Mi sentivo un numero, uno che doveva segnare perché altrimenti veniva insultato. Ora sto da Dio anche se mi dicono che sono matto”. Queste le sue parole in un’intervista di qualche giorno fa, in cui ha anche spiegato qual’è stato l’episodio che lo ha convinto a dire ‘basta’: “Al Boca mi hanno mandato via per una sigaretta quando sapevano che fumavano tutti. Quella è stata la goccia, ma in realtà nel calcio devi vivere una vita che non è reale. Hai un prezzo, un valore e vivi di regole. Il calcio oggi è uno schifo, un freddo business e una dittatura del risultato. Nessuno pensa a come stai. Non potere uscire dopo una sconfitta, suonare la chitarra o bere una birra per me era assurdo. Per non tradire il calcio ho preferito lasciarlo.” Un’insofferenza che Osvaldo si trascinava da anni, anche a causa della sua indole da spirito libero.

Questa tempra molto – per così dire – “latina” lo portava spesso ad essere protagonista dentro e fuori dal rettangolo verde, fra liti con dirigenti, allenatori, compagni e continui gossip per le sue innumeravoli fidanzate.
Ma l’Osvaldo calciatore non era solo un bad boy, anzi, per almeno 3-4 anni è stato senza alcun dubbio uno degli attaccanti italiani più forti in circolazione.

Completo sotto ogni punto di vista sia fisico che tecnico, nonostante non abbia mai raggiunto le 20 reti in campionato in una singola stagione, Pablo Daniel era un centravanti molto prolifico: ne sono una prova i 100 gol esatti siglati in poco più di 300 partite nella sua carriera professionistica a livello di club, cui si aggiungono i 6 messi a segno con le varie nazionali, giovanili e non (14 presenze e 4 segnature con la nazionale maggiore italiana). Specializzato in reti assurde, saranno indimenticabili le sue innumerevoli acrobazie sotto porta. Tanti i gol in rovesciata (ne fece una magnifica contro il Catania in un 4-1 ai tempi della Roma) e diverse le giocate spettacolari a cui ci aveva abituato. Potenzialmente, a livello di “estro”, aveva possibilità infinite.

Proviamo quindi a ripercorrere quella che è stata la sua turbolente carriera, caratterizzata dal cambio di ben 12 maglie nell’arco di 11 anni di professionismo.

Dopo le giovanili in Argentina con il “suo” Lanùs, il Banfield e l’Huracàn, club con cui gioca (nella seconda divisione) anche la sua prima stagione fra i professionisti condita da 33 presenze e 11 reti, viene prelevato dall’Atalanta che lo porta in Italia nel gennaio 2006. A Bergamo disputa 3 partite e segna un gol sul finire di stagione, contribuendo alla vittoria del campionato di Serie B dei neroazzurri. L’estate seguente quindi, rimane in cadetteria passando al Lecce, dove con Zeman segna tantissimi gol nella prima parte di stagione: a fine anno saranno 31 presenze ed 8 gol.

Si guadagna così le attenzioni dei club di Serie A, ed è la Fiorentina ad aggidicarselo nell’agosto 2007. In un anno e mezzo, con i Viola da riserva di Pazzini segna 5 reti in 21 apparizioni in massima serie, siglandone due importantissime: la prima contro la Juventus, permettendo ai suoi di espugnare l’allora Stadio Comunale, e la seconda sempre a Torino ma sponda granata, con una spettacolare rovescita all’ultima giornata che spedisce i toscani in Champions League. L’anno dopo trova poco spazio e così a gennaio passa al Bologna con cui rimarrà un anno esatto senza ambientarsi, mettendo insieme solo 3 reti in 25 partite in campionato. Decide quindi di tentare la fortuna a Barcellona in Spagna, sponda Espanyol, con cui finalmente trova continuità anche sotto porta: saranno infatti ben 20 le reti messe a segno in 44 match in due stagioni in Liga, di cui 13 in 24 presenze nella seconda che lo rendono nuovamente appetibile agli occhi delle squadre italiane.

Sceglie quindi di investire su di lui Sabatini, che nell’estate 2011 lo porta alla Roma per ben 15 milioni di euro. Il biennio che vivrà nella Capitale, resta il periodo migliore della sua carriera: 28 reti complessive in 57 presenze fra il 2011 e il 2013 ancora una volta sotto la guida del mentore Zeman, fanno di lui il nuovo beniamino della tifoseria giallorossa e gli permettono di essere paragonato a Batistuta (anche in ragione dei suoi trascorsi a Firenze) venendo così soprannominato “Simba”, quale erede del “Re Leone” Batigol, con cui condivide anche l’esultanza della mitraglia.
Tuttavia, alla fine del secondo anno (il migliore della sua carriera a livello realizzativo grazie alle 16 reti realizzate in 29 presenze in Serie A), inizia a venir prepotentemente fuori il lato peggiore di Osvaldo. Prima la rissa con Lamela, poi a fine stagione la definitiva rottura con l’ambiente romano. Infatti, al termine della finale di Coppa Italia persa contro i rivali della Lazio per 1-0, il numero 9 giallorosso lascia il campo inveendo contro Andreazzoli reo di avergli concesso poco spazio nella partita disertando anche la cerimonia di premiazione post gara. Come se non bastasse, il giorno dopo pubblica anche Tweet polemico sempre nei confronti del tecnico giallorosso, un gesto che successivamente gli costerà anche la cocente esclusione dai convocati azzurri per la Confederations Cup brasiliana.
“Ho fatto ducento gol e state ancora a parlare”, la polemica frase che rivolge ad un tifoso che lo criticò qualche tempo dopo in allenamento, quando il divorzio con i capitolini era ormai inevitabile.

Orgoglioso, pieno di sè e mai banale, dopo Roma volò in Inghilterra al Southampton per 6 mesi, conditi da soli 3 gol in 13 partite in Premier e da un’altra lite, stavolta con Pochettino, che lo costrinse a tornare in Italia. E allora Osvaldo finisce prima alla Juventus, sempre per uno spezzone di stagione, con cui disputa 11 presenze e sigla una rete (proprio contro la Roma) contribuendo alla vittoria finale dello scudetto dei bianconeri, e poi, nell’agosto 2014, ha la grande occasione per “riabilitarsi” andando all’Inter, dove partiva titolare insieme al connazionale Icardi. Nonostante un buon inizio con diversi gol nei primi mesi, a metà stagione l’ennesima follia: l’8 gennaio, durante il match contro la Juventus, è protagonista in campo di un diverbio molto acceso proprio con Maurito. Fra i due, la società sceglie di stare dalla parte del suo futuro capitano, mettendo Osvaldo fuori rosa e sospendendolo da tutte le attività del club. Stavolta la questione finisce addirittura in tribunale, e così un mese dopo, rescinde il suo contratto con i neroazzurri. Alla fine il bottino sarà di 12 gol in 5 presenze.

Qualche giorno più tardi, si trasferisce al Boca Juniors, coronando – a suo dire – il sogno di una carriera: giocare nella squadra del cuore. Esordisce in Coppa Libertadores, segnando subito una doppietta, mentre in campionato colleziona 11 presenze e 3 reti. A fine stagione, cambia ancora una volta maglia e finisce in Portogallo, per altri 6 mesi al Porto, con cui segnerà solo un gol in 7 apparizioni. Nel gennaio 2016 fa quindi ritorno al Boca, con cui, fra una polemica e l’altra, non riuscirà più ad incidere: quella con l’allenatore degli Xeneizes Schelotto diventa l’ultima lite della sua carriera. Infatti, qualche mese dopo, arriva la decisione di lasciare il calcio per seguire la vera passione, la musica.

Poco tempo fa è uscito il video ufficiale di uno dei pezzi della sua band e nella strofa principale della canzone Osvaldo dice che “hay mucho desorden” (tradotto: “c’è molto disordine”), una frase che probabilmente può tornare utile usare anche per descrivere la sua lunga, tormentata esperienza da calciatore, caratterizzata da colpi di genio ma anche di tanti, troppi, “colpi di testa”, intesi in senso figurato. Lui, nel video del suo singolo, è facilmente riconoscibile: cappello da cowboy, collane pendenti, tatuaggi, occhiale alla Johnny Depp e tanta spensieratezza.

Il pallone, i gol e le sue acrobazie sono ormai solo un lontano ricordo per un uomo che, nonostante tutto, in fin dei conti ha solo scelto di vivere una vita libero e “senza freni”, rinunciando al denaro e alla mediaticità del calcio, preferendogli la musica e, per sua stessa ammissione, “birra e asado”.

E allora buona vita e tanti auguri Danistone, anche se per noi appassionati di pallone sarai sempre, semplicemente, Simba.

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Fondatore e Direttore reponsabile della testata. Nella vita quotidiana uno studente 24enne di Giurisprudenza, nato e cresciuto a Catania. Oltre all’attività con Journalism Zoom, lavora come articolista ed inviato per la testata giornalistica registrata Catania Channel, che segue le vicende sportive e non solo dell’omonima squadra di calcio. Collabora inoltre in qualità di redattore con Calciomercato.com e saltuariamente, come web content, con vari blog sportivi. Ha partecipato al Corso di Alta Formazione Calcistica in Giornalismo e Uffici Stampa della scuola Élite Football Center a Milano. Ideatore e gestore della rubrica “Born Striker”, normalmente si occupa di approfondimenti su Calcio e Basket.

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