L’estate del 2005 era attesa da mesi nel panorama rugbistico internazionale, quasi più dell’inizio di una Coppa del Mondo, e tutti i tifosi erano pronti ad assistere al più grande spettacolo possibile. Un evento che, come tutte le cose importanti e affascinanti, si verifica poche volte e ad intervalli temporali molto lunghi: il Tour dei British and Irish Lions contro la Nuova Zelanda, contro gli All Blacks!

I Lions sono una selezione dei migliori giocatori provenienti da Galles, Scozia, Inghilterra e Irlanda (che a sua volta comprende anche l’Irlanda del Nord). Dal 1989 i Lions britannici si riuniscono ogni quattro anni (prima dell’ 89 con lassi temporali differenti) per affrontare a rotazione, e in serie da tre partite, le big dell’emisfero sud: gli All Blacks, gli Springboks e gli Wallabies. Per tale motivo, se la matematica non è un’opinione, vince la serie chi porta a casa due incontri su tre. Inoltre, se ogni quattro anni si cambia avversario, risulta evidente che il Tour contro la Nuova Zelanda si verifica ogni dodici anni, l’ultimo dei quali è stato nel 2017 con un risultato a sorpresa. Tutti si attendevano un netto 3 a 0 in favore dei “tutti neri” ma i leoni capitanati dal gallese Sam Warburton riuscirono a strappare il primo pareggio della storia (una vittoria a testa e un incontro terminato in parità).

Ma nel 2005 si è toccato il punto più alto di questa rivalità storica che non tocca solo il rettangolo di gioco, ma anche gli stili di vita, l’approccio allo sport e al rugby in particolare. Si arrivava da una storica vittoria inglese al mondiale del 2003, quando la squadra di Sir Clive Woodward conquistò la Webb Ellis Cup con il mitico drop allo scadere di Wilkinson ai danni dell’Australia. Il vento stava iniziando a cambiare, per la prima volta la Coppa del Mondo passava nelle mani di una squadra europea e l’emisfero sud, nella sua totalità, non aveva preso bene quel momento.

Lo stesso Woodward venne nominato allenatore (e selezionatore) del team Lions per il tour del 2005 e scelse una squadra a forte trazione inglese soprattutto tra gli avanti. Per la prima partita, giocata il 25 giugno, propose una prima linea guidata da Jenkins e Byrne, in seconda linea il formidabile l’irlandese O’Connell e Kay a supporto, mentre la terza faceva leva sull’esperienza di Corry e Back. I trequarti invece erano più variegati con Peel e Wilkinson a comporre la “cerniera”, triangolo allargato esplosivo con un Nate Robinson imprendibile e come centri rispettivamente il capitano ed il vicecapitano: O’Driscoll e Thomas.

Gli All Blacks schierarono la “formazione tipo” con l’astro nascente Dan Carter, Richie McCaw che dava i primi segnali di totale dominio nelle mischie aperte, il recordman di mete nella storia neozelandese Doug Howlett. Tutti guidati dal capitano Tana Umaga, l’emblema della cultura maori.

Come da tradizione, dopo gli inni, la Nuova Zelanda si avviò verso il centro del campo per eseguire l’haka, mentre i Lions decisero di disporsi in un modo non classico con i due capitani davanti ed il resto della squadra leggermente dietro. Tutto filava normalmente, fino a quando Brian O’Driscoll commise un errore imperdonabile. Il capitano dell’Irlanda e dei Lions si fece scappare un ghigno (e anche qualcosa in più) per sbeffeggiare la danza maori degli avversari… un gesto che non ha mai portato fortuna a nessuno, anzi.

La partita cominciò e fu subito una “caccia all’uomo”. Alla prima occasione possibile, durante una ruck, il capitano Tana Umaga con l’ausilio del tallonatore Keven Mealamu attuarono uno spear tackle contro l’irlandese e, ad oggi, quel placcaggio è reputato da molti uno dei più violenti della storia. Non per la durezza ma proprio per una questione di cattiveria. Lo spear tackle è una tipologia di scontro (da qualche anno punito con il cartellino rosso diretto) il quale prevede il sollevamento dell’avversario fino al ribaltamento del corpo che di conseguenza impatterà il terreno con le spalle, o se va male con il collo. Ad O’Driscoll andò evidentemente molto male, atterrò con il collo e subì un grave infortunio alla spalla che lo tenne lontano dai campi per più di cinque mesi.

Per i neozelandesi non ci furono sanzioni, la partita proseguì e fu un dominio assoluto dei neozelandesi che vinsero per 21 a 3. La serie complessivamente per i Lions fu una débacle e si concluse con tre sconfitte nette (21-3; 48-18; 38-19) ma tralasciando il risultato questa verrà sempre ricordata per il grande errore di un campione senza tempo, uno dei migliori centri della storia del rugby.

Perchè con ogni probabilità Brian O’Driscoll, quel 25 giugno 2003, avrebbe fatto meglio a portare più rispetto ad una tradizione sacra come quella dell’haka.

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