Se seguite la più grande lega al mondo di basket sarete abbastanza abituati alle diatribe sui pronostici circa la vittoria dell’anello. “Miami con i big-three è imbattibile“, “Questi Warriors hanno già vinto il titolo“, eccetera eccetera.

Negli ultimi anni, e in generale dal primo three-peat dei Bulls di Jordan, abbiamo visto trionfare quasi sempre la squadra favorita: dai sei titoli di Chicago ai due di Houston con Hakeem “the Dream” Olajuwon, fino alle dinastie dei Lakers e degli Warriors, passando per altre grandissime finals con risultati poco sorprendenti.

Tuttavia, ci sono stati anche dei fantastici upset, pensiamo a Dallas nel 2011 o a Cleveland nel 2016, ma una stagione segnò un vero e proprio steal. Nel 2003-2004 la regular season si aprì con i Los Angeles Lakers super favoriti; d’altronde il roster era di livello assoluto e lo startingfive presentava la coppia frontcourt-backcourt più forte di sempre: Shaquille O’Neal e Kobe Bryant, entrambi inseriti nell’All NBA First Team.

La regular season fu tutto sommato equilibrata. Nella Western Conference conquistarono il primo posto i Minnesota T’Wolves del Most Valuable Player Kevin Garnett e alle loro spalle proprio i Lakers. Gli outsider che tutti si aspettavano ad ovest erano i Kings condotti da Predrag “Peja” Stojakovic, i quali tuttavia uscirono al primo turno di playoffs contro la squadra di Minneapolis.

Ad est, invece, arrivarono in testa i Pacers del Defensive Player of the Year 2003/2004 Ron Artest (Metta World Peace, The Panda’s friend), secondi i Nets e terzi i Pistons. Così come ad ovest, anche nella Eastern Conference si ipotizzava come reale contendente al titolo Indiana, ma in semifinale la franchigia del Michigan ebbe la meglio per 4 a 2.

Difatti, furono proprio i Detroit Pistons a mettere i “bastoni tra le ruote” ai gialloviola. Un mix d’intelligenza cestistica, muscoli e sana ignoranza, componeva il quintetto passato alla storia: Chauncey Billups, Richard “Rip” Hamilton, Tayshaun Prince, Rasheed Wallace e Ben Wallace. Alla guida del team del Michigan c’era il grande Larry Brown.

La chimica di squadra era fenomenale e amalgamava le straordinarie doti difensive di Ben Wallace (unico giocatore della storia assieme a Mutombo ad aver vinto per quattro volte il premio di miglior difensore della lega) coadiuvato da Prince, altro difensore eccellente, il talento sopraffino di Rasheed la capacità di giocare sotto pressione di Hamilton e soprattutto di Billups.

Un team pazzesco che tuttavia sulla carta non poteva impensierire la franchigia della città degli angeli, la quale proponeva gli hall of famers Shaq O’Neal, “the MailmanMalone e Gary Payton, oltre al “black mambaKobe Bryant, Derek Fisher e Devean George.

I Lakers arrivarono alle finals con il “fattore campo” dalla loro parte. Ciò nonostante, lo persero subito con una sconfitta per 87 a 75 allo Staples Center, grazie ad un’ottima prestazione da 22 punti di Billups e un frontcourt sugli scudi.

A rimettere in piedi la serie fu Bryant, autore di 33 punti in gara-2 conclusa 99 a 91 dopo un’overtime. Sull’1-1, la svolta arrivò nelle due partite al The Palace of Auburn Hills, dove la squadra della Motor City vinse e si portò sul 3-1 con delle prove sontuose di Prince e Rasheed Wallace.

Con la serie ormai indirizzata, i losangeleni entrano in gara-5 con il piede sbagliato e per Detroit fu abbastanza agevole chiudere game, set and match con il punteggio di 100 a 87 e serie conclusa 4 a 1 e senza troppi dubbi, Chauncey Billups venne nominato MVP delle finals.

Per i Lakers fu un tracollo inaudito che li tenne lontani dalle finals per tre anni, mentre per la squadra del Michigan fu l’epopea dell’underdog in grado di scalzare dal trono coloro che erano, secondo i pronostici, già certi dell’anello.

Un vero mix di intelligenza, muscoli e sana ignoranza che probabilmente non rivedremo mai più sul tetto del Mondo.

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