Dublino, 21 novembre 1920: siamo nel pieno della Guerra d’Indipendenza Irlandese, che si concluderà solo con la tregua del luglio 1921, preludio al Trattato anglo-irlandese con cui verrà sancita la nascita dello Stato Libero d’Irlanda. Uno sparuto gruppo (la Squad) di fedelissimi di Michael Collins – politico, patriota e figura chiave del movimento indipendentista – individua e assassina 19 agenti segreti britannici (noti come Cairo Gang) in diverse zone della città.
Nel pomeriggio dello stesso giorno, reparti ausiliari dell’esercito di Sua Maestà fanno irruzione nello stadio di Croke Park – dove si sta disputando un incontro di calcio gaelico tra Dublino e Tipperary – e aprono il fuoco sulla folla per rappresaglia agli eventi del mattino. E’ un massacro: vengono uccisi 14 spettatori e uno dei giocatori, Michael Hogan, cui sarà in seguito intitolata una tribuna dell’impianto. E’ questa la prima Bloody Sunday irlandese, cui seguirà quella più nota – ricordata, tra gli altri, dalla celebre canzone degli U2 – del 30 gennaio 1972 a Derry, Irlanda del Nord.

Michael Collins

Come conseguenza diretta di quel fatto di sangue l’associazione degli sport gaelici (Gaelic Athletic Association – GAA), proprietaria di Croke Park, inserisce nel proprio statuto la Regola 42, con cui vieta l’utilizzo del Croker per lo svolgimento di manifestazioni sportive legate a sport stranieri, quali calcio e rugby. Addirittura, fino ai primi anni ’70, il regolamento prevederà l’espulsione di membri sorpresi a praticare discipline di origine inglese, e solo nel 2001 verrà abrogata la regola 21 che sancisce l’impossibilità di associarsi per i membri delle forze di sicurezza britanniche.
Si arriva così ai primi anni 2000: il vecchio Lansdowne Road, la casa di calcio e rugby irlandesi, mostra i segni del tempo e necessita di pesanti lavori di rifacimento che porteranno alla nascita dell’odierno Aviva Stadium. La GAA, con un sofferto pronunciamento del 2005 (227 favorevoli e 97 contrari, solo 11 più della maggioranza richiesta di due terzi), sospende temporaneamente la Regola 42 acconsentendo così alla disputa di due incontri del Sei Nazioni e tre della nazionale di calcio.

Irlanda – Francia, scontro tra le due favorite del Torneo, è il primo incontro di rugby nella storia di Croke Park. A trionfare sono i francesi grazie alla meta al 79′ di Vincent Clerc ma, nonostante la grande delusione, i pensieri di tutti gli irlandesi sono già a ciò che avverrà da lì a due settimane. Dopo 87 lunghi anni infatti, gli old enemies inglesi torneranno ufficialmente a calcare il terreno del Croker, e il loro God save the Queen risuonerà nell’impianto.
Brian O’Driscoll, storico capitano e autentico totem del rugby irlandese, scriverà qualche anno più tardi nella sua autobiografia: “Fu straziante (il riferimento è alla sconfitta patita per mano francese, ndr), difficile da accettare. Rese l’idea di perdere contro l’Inghilterra, ovvero essere sconfitti in entrambe le prime partite a Croke Park, davvero insopportabile e assolutamente inaccettabile.
Per due settimane tutta la nazione venne coinvolta in una grande narrativa che cercava di descrivere cosa avrebbe significato ascoltare “God save the Queen” sullo stesso terreno nel quale i Black and Tans aprirono il fuoco sugli spettatori. Tutto quello che noi giocatori sapevamo è che non avremmo potuto perdere. Non importa cosa sarebbe accaduto, non potevamo perdere.

24 febbraio 2007: il giorno tanto atteso è arrivato. Croke Park è gremito in ogni ordine di posto, l’atmosfera è elettrica. La Storia, quella con la S maiuscola, permea silenziosamente ogni aspetto di quel grigio pomeriggio a Dublino. E’ negli occhi, nella mente e nel cuore di ogni irlandese presente. Così come di ogni inglese. E’ motivazione, collante, propellente. E’ la voglia di chiudere, con una palla ovale tra le mani, una ferita aperta da troppo tempo.
Il lungo e articolato cerimoniale pre-gara ha il merito, se possibile, di rendere l’attesa ancor più spasmodica. Mary McAleese, Presidente della Repubblica d’Irlanda, saluta uno a uno i giocatori – partendo dagli inglesi – schierati su un tappeto rosso al centro del campo.
E’ il momento degli inni: prima God save the Queen, nello straordinario silenzio degli irlandesi. Poi Amhrán na bhFiann, l’inno della Repubblica, e Ireland’s Call, il canto delle quattro province unite nel rugby. La folla ruggisce, in un crescendo di emozioni che travolge il XV del Trifoglio: alcuni cantano a squarciagola, altri non riescono che a fissare il vuoto davanti a sé. Qualcuno arriva persino alle lacrime.

Talvolta l’emozione e la troppa voglia di spaccare il mondo, possono tradire. Bloccare muscoli e pensieri, rendendo vano ogni sforzo. Non in questa occasione: l’Irlanda travolge i Campioni del Mondo in carica per 43-13, a tutt’oggi la peggior sconfitta degli inglesi in un Sei Nazioni, in una partita a senso unico.
Quel Torneo si chiuderà poi con un’amara delusione per i Verdi, secondi nella classifica finale dietro alla Francia solo per la differenza punti, anche a causa di una meta dell’azzurro De Marigny a tempo scaduto, nel match finale a Roma, vinto 51-24 dall’Irlanda.
Ma nulla cancellerà mai l’emozione di Croke Park.

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