Con la vittoria agli Australian Open, la seconda consecutiva in uno Slam dopo gli US Open dello scorso settembre, Naomi Osaka ha conquistato il primo posto nella classifica mondiale. Un traguardo rimasto quasi inosservato o comunque lontano dai riflettori, ma che potrebbe davvero assomigliare all’inizio di una nuova era nel panorama tennistico femminile. Il recente passato, infatti, racconta la storia di una campionessa, classe ’97, che, specie negli Slam, impone la propria legge sulle altre avversarie.

Pochi, infatti, conoscono la sua storia e quanto fatto per arrivare fino a questo livello, in un insieme di legami e ricorrenze che si intrecciano. Nonostante sia nata ad Osaka, in Giappone, ha trascorso gran parte della sua vita negli Stati Uniti, per seguire il padre originario di Haiti. Dunque, si trova a giocare per la bandiera giapponese senza sapere nemmeno alla perfezione la lingua. La fama poi ottenuta a seguito dei successi ha fatto diventare Osaka un vero e proprio simbolo di Haiti, uno dei paesi più poveri del pianeta. Una veste che sembra accettare di buon grado visto che per festeggiare il suo primo major ha deciso di far visita al paese caraibico.

Il 2018 è stato l’anno della definitiva consacrazione, dopo i primi titoli pesanti messi in bacheca. Il primo fu il Master1000 di Indian Wells, lo scorso marzo, dopo aver superato anche l’allora n.1 del mondo Simona Halep, batte in finale Kasantkina, 6-3/6-2, e risale la classifica sino alla 22° posizione. La settimana dopo, a Miami, si prende il lusso di battere una rientrante Serena Williams al primo turno e i primi accostamenti, soprattutto per caratteristiche fisiche diventano naturali. Il 21 marzo scorso è solo la prima occasione di quello che sta per concretizzarsi come il vero passaggio di consegne.

Quelle due, infatti, si ritrovano nella finale degli US Open a settembre. Una partita che difficilmente rimarrà nella storia per la vittoria di Osaka ma lo farà per la sfuriata della campionissima a stelle e strisce che perde completamente la testa litigando con l’arbitro a ripetizione. Un evento che ha lasciato nell’ombra l’impresa compiuta dalla giovane 20enne nipponica la prima samurai nella storia a vincere un titolo dello Slam. Un successo fatto di tanto lavoro e umiltà, venute fuori in un pianto commuovente anche agli occhi degli appassionati dopo la finale a New York.

Altri buoni risultati nella stagione asiatica, come la finale di Tokyo, gli permettono di raggiungere le prime WTA Finals ed essere la prima giapponese a riuscirci. Un traguardo storico non adeguatamente goduto dalla stessa atleta costretta al ritiro per problemi alla coscia.

Arriva poi il 2019 che la ha definitivamente catapultata nel mondo delle grandissimi. La vittoria ai danni di Petra Kvitova per 7-6/5-7/6-4 agli Australian Open, è stato l’incoronamento della nuova regina del tennis femminile. Un mondo pronto a sottostare ad una campionessa con che ha tantissime pagine ancora da scrivere e che sta lentamente ritagliandosi anche il ruolo di personaggio, anche se spesso lontano dai riflettori.

Anche grazie ad un momento non particolarmente alto del tennis rosa, una crescita continua ha fatto sbocciare il suo talento, portandola ad essere una campionessa sì, ma con ancora margini di miglioramento. Il suo dritto è spesso devastante e difficilmente controllabile. Capace, sia di aprire il campo, che di essere vincente, allo stesso tempo e con la stessa continuità. Il servizio è potente e vario, questo gli permette di aprirsi bene il campo ed essere puntale con l’uno due, servizio e dritto. Unica pecca, se così la si può definire, è il rovescio bimane, il cui difetto parte da un mal posizionamento dei piedi, spesso troppo vicini alla palla.

L’ultimo aspetto, ma quello che spesso fa la differenza, è la testa dove Osaka ha ancora qualcosa da dimostrare, pur avendo quella grande capacità di esaltarsi negli appuntamenti importanti. Nelle finali Slam è 2-0 non una percentuale per chiunque, ma c’è un altro dato che impressiona: quando si aggiudica il primo set poi non perde mai. Nella gestione del match, infine, ha dimostrato di saper ritrovarsi anche nei momenti in cui dal era completamente uscita dalla partita. In questo la finale di Melburne fa strada, tre match-point annullati consecutivamente dall’avversaria e il set perso poi come diretta conseguenza, rischiavano di girare la partita verso altre strade. La giapponese, invece, ha rincominciato a produrre il proprio gioco prendendosi il palcoscenico nel terzo set.

Apprestiamoci dunque a qualcosa di bello, in grado di rilanciare il tennis femminile e che sappia di giovane e di innovativo. Qualcosa di umile e pronto ad essere un’isola felice in un mondo spesso troppo complicato.

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