Candido Cannavò, storico direttore della Gazzetta dello Sport, definì “Tutto il Calcio minuto per minuto” la colonna sonora delle domeniche degli italiani. In riva al mare, in auto con la famiglia per la gita fuori porta, avvicinandosi di soppiatto a un passante con la radiolina all’orecchio: bastava un secondo per riconoscere l’inconfondibile timbro vocale di Alfredo Provenzali dallo studio centrale, Sandro Ciotti, Livio Forma, Bruno Gentili.

Tra loro, per trentacinque anni, Riccardo Cucchi. Prima voce del programma dal 1994 – raccogliendo il testimone da Ciotti – al 2017, ha guidato con maestria e pacatezza l’immaginazione dei “gentili radioascoltatori”, attraverso 19 scudetti narrati dalle sue parole. Ha raccontato la Champions dell’Inter, nella notte magica del Principe Milito, e gridato quattro volte “Campioni del Mondo” al cielo di Berlino.
Abbiamo avuto il piacere e l’onore di intervistarlo e scambiare due chiacchiare con lui.

 

“Alla radio non si debbono sprecare, sciupare parole: la parola pronunciata al microfono ha vita breve”: cos’è per lei la parola?
“La parola è lo strumento più importante che abbiamo per non essere soli. Ci mette in relazione con gli altri, ci consente di vivere in una comunità complessa ed articolata. La parola siamo noi, ci esprime e ci spiega a chi è in contatto con noi. La mia vita è ruotata intorno alla parola. Quando ascoltavo la radio da ragazzino, quando vi ho lavorato e oggi che l’ho usata per raccontare storie su una pagina stampata. La parola è la mia vita. Ma direi che potrebbe essere la vita di tutti. Anzi, è la vita di tutti.”

Nel suo celebre “Sono le 18 e 4 minuti del 14 maggio 2000, la Lazio è campione d’Italia!” c’è più il cronista del tifoso laziale. Ma quello stesso tifoso, ragazzo, nel 1974 era in curva a gioire per il primo storico scudetto biancoceleste: mantenere una tale professionalità è stato semplice?
“Direi che è stato naturale, così come è stato naturale capire – sin dalla prima radiocronaca – che le mie parole agivano sui sentimenti. E il calcio è una fabbrica di sentimenti. Rispettare la passione di tutti è stato il mio obiettivo: partecipare alla gioia di chi vinceva e comprendere la delusione di chi era sconfitto. A Perugia il mio cuore palpitava ma la mia voce non doveva tradire quell’emozione così speciale. Anche se avevo coronato un sogno: gridare Lazio Campione d’Italia.”

La radiocronaca più difficile della sua vita.
“Tutte. Ciotti, ironizzando mi diceva, vedendomi prendere appunti prima di una partita: le radiocronache non si scrivono. La radiocronaca è il racconto che si improvvisa mentre si gioca una partita. Nulla è prevedibile, nulla può essere immaginato prima. Tutto accade sotto i nostri occhi. E le parole che scegliamo devono essere quelle giuste. Nessuna partita sarà mai uguale a un’altra. E ogni radiocronaca è irta di ostacoli, imprevisti, pericoli. Occorrono concentrazione, nervi saldi e capacità di emozionarsi.”

“Raccontare l’Italia Campione del Mondo, com’era capitato solo a Nicolò Carosio ed Enrico Ameri prima di lei: è il massimo che potesse chiedere alla sua carriera?
È il sogno di ogni radiocronista, la pagina che tutti vorremmo scrivere, le parole che tutti vorremmo pronunciare: Campioni del Mondo. È stata la più grande soddisfazione della mia vita. Ancora oggi ripenso a quella magica notte di Berlino.”

Ha narrato il trionfo dell’Inter a Madrid, l’ultima Champions di un’italiana: è tempo, per la Juventus, di raccogliere quel testimone?
“Me lo auguro. Per la Juventus, troppo sfortunata nelle pur tante finali disputate, e per il calcio italiano. Le condizioni tecniche ci sono. Occorre però anche un pizzico di fortuna.”

Ancora sui bianconeri: con una formazione tanto superiore, è una Serie A stile Ligue 1? Nota lieta sembra essere il Milan: può puntare subito al terzo posto?
“La Juventus è fortissima. Mi auguro che le avversarie riescano con il tempo a colmare questo divario tecnico. Per ora la distanza è grande. Considero il Milan una bellissima realtà in crescita: credo che alla fine raggiungerà l’obiettivo qualificazione in Champions, ma come quarta. L’Inter ha qualcosa in più. Se supererà i suoi problemi di equilibrio, tattici e di mentalità.”

“Dobbiamo essere protagonisti e allo stesso tempo ascoltatori del racconto, per capire quando è il momento di fermarsi o di interrompere un collega: da questo discende l’attitudine ad ascoltare”. Guardando anche oltre la narrazione sportiva, saper ascoltare è un qualcosa che va perdendosi?
“Molto. Direi una grande perdita. Si cerca di silenziare gli altri, più che ascoltarli, di aggredire anziché rispettare. L’ascolto è una grande lezione di saggezza. E ascoltando si cresce.”

Che cosa in lei è cambiato, e cosa invece è rimasto immutato, tra la prima radiocronaca dell’agosto 1982 (Campobasso-Fiorentina, Coppa Italia) e l’ultima, Inter-Empoli del 12 febbraio 2017.
“Non sono cambiati l’amore per il calcio, l’emozione che mi trasmette un campo verde, l’amore per la radio. Credo non sia cambiato nulla. In fondo sono ancora quel ragazzo che amava sognare. Di diverso ci sono i capelli bianchi e la consapevolezza che quel tempo è passato. Nessuna nostalgia, però. Tanti ricordi bellissimi. Ma c’è un tempo per ogni cosa e la vita è sempre una straordinaria e sorprendente avventura. Anche oggi.”

In passato veniva trasmesso alla radio solo il secondo tempo delle partite, per timore di svuotare gli stadi. Oggi abbiamo incontri – in diretta tv – su tutto l’arco della settimana, in una miriade di fasce orarie: quale futuro immagina per la radio?
“Più ci sarà ‘spezzatino’ e più la radio avrà successo. Non esisterà mai uno spettatore prigioniero per sette giorni della TV. Per fortuna. E la radio viene in soccorso di chi non ha la televisione davanti. Piuttosto: vorrei gli stadi più pieni di pubblico. È lì, nello stadio, che si “respira” la vera essenza del calcio.”

Un ringraziamento speciale a Riccardo Cucchi.

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Intervista di Diego Baracchi

Grafica di Francesco Daniel Severi

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