In ogni sport, in ogni paese e per ogni tifoseria, nel bene e nel male, ci sono istantanee che resteranno indelebili: il calcio italiano ha l’urlo di Tardelli nella finale del Mundial ’82, la Formula 1 dei primi anni 2000 ha il salto di Schumacher sul gradino più alto del podio, l’NBA ha Jordan che diviene His Arness nello Slam Dunk Contest dell’88, e il motociclismo ha Rossi che bacia la carena dell’M1 prima della vittoria in Yamaha nel 2004.

Con gli esempi si potrebbe andare avanti per ore, ma se ci concentriamo sul mondo della pallacanestro, tra i tanti ne emergerebbe uno che meglio di qualsiasi definizione enciclopedica rappresenterebbe il perchè Bologna, oltre che La Dotta, La Grassa e la Rossasia anche la Basket city italiana.

Nel giorno del suo 49° compleanno, un umile omaggio al protagonista di questo momento storico, nonché uno dei migliori cestiti europei del secolo scorso.

Domenica 31 maggio 1998, Gara 5 assegna uno scudetto in cui l’unica certezza sta nel fatto che sarà esposto in una bacheca del capoluogo emiliano. Sì ma da che parte? Andrà a riempire uno spazio nella già corposa collezione di casa Virtus o andrà ad affiancare la Coppa Italia conquistata il febbraio precedente dalla Fortitudo?

Concludere una finale in gara 5 è già di per sé un contenitore di pressione non indifferente ma sommando ad essa la tensione che accompagna un derby, per di più giocatosi cinque volte in stagione senza contare le finali, con tanto di sfida vinta tra le polemiche dalla Virtus in semifinale di Eurolega, nella città più importante per la pallacanestro nostrana e nel periodo di massimo splendore delle due squadre, otteniamo la tempesta perfetta.

In precedenza, la Effe aveva già sprecato un match point, quindi, complice la rimonta in gara 4, pareva mentalmente migliore la situazione delle Vu Nere: tuttavia, la partita è tiratissima (anzi, è proprio la Fortitudo ad arrivare al massimo vantaggio all’inizio dell’ultimo quarto) e, a 20” dal termine, il +4 darebbe teoricamente due possessi di vantaggio al Teamsystem.

Proprio 2? La logica direbbe di sì, ma collide con la lucida follia di Predrag “Saša” Danilovic da Belgrado (città che, dal calcio al basket, ha una certa dimistichezza con il concetto di “tensione da derby”).

Ecco, l’istantanea che rappresenta basket city è esattamente questa: a circa sette metri dal canestro e con il cronometro a 18” dalla sirena, la guardia serba lascia andare una tripla in coordinazione precaria e dal coefficente di difficoltà enorme che di lì a poco consegnerà il -1 Virtus. Tra i respiri trattenuti al Palamalaguti (ora Unipol Arena), tra il rilascio e l’esplosione di gioia dei tifosi Vu, un fischio dell’arbitro Zancanella: Dominique Wilkins (9 volte All Star NBA), tocca il serbo e commette fallo: libero aggiuntivo puntualmente segnato e pareggio. Si andrà dunque all’overtime, dove la Fortitudo, con il morale a pezzi dopo l’occasione sprecata, verrà battuta 86-77.

Ma cos’ha significato Danilovic per la Virtus? Se il tiro da 4 rimane l’immagine più vivida sotto le Torri del serbo, in realtà c’è molto di più.

Partito dal Partizan Belgrado, come anticipato prima, Sasha cresce in un ambiente in cui i derby (con la Stella Rossa) sono tutto tranne che una partita come le altre. Logico quindi che sin dal suo primo approdo nella Dotta, venga riconosciuto come uno dei migliori giocatori nella storia della stracittadina.

Nel 1995, dopo tre scudetti da protagonista, la chiamata NBA è un treno da cogliere al volo. Tuttavia, l’esperienza in terra statunitense non è delle più positive e lui stesso dichiarerà che: “se fossi arrivato a 22 anni forse sarei rimasto di più, ma  a quest’età non riuscivo più a divertirmi”.

Dove tornare allora per divertirsi se non alla Kinder? Ed infatti nel ’97 è di nuovo aria di casa e la stagione sarà trionfale: infatti, oltre allo scudetto già raccontato, ci sarà nello stesso anno il titolo di Mr. Europa (migliore giocatore europeo) e di MVP della Serie A.

Altri due anni di carriera utili ad aggiungere una Coppa Italia nel palmares e la terza medaglia con la nazionale jugoslava (due ori ed un bronzo), prima del ritiro della nuova carriera da dirigente inizialmente al Partizan e poi alla KSS (la federazione cestistica serba). Dalla Virtus, inoltre, ha ricevuto l’onore massimo per un giocatore: dal 2004 infatti, la numero 5 bianconera è stata ritirata e resterà quindi solo ed esclusivamente “di Sasha”.

Le istantenee raccontano tanto ma a volte richiedono una didascalia: cosa scriverebbe Sasha sotto il suo tiro da 4? Semplice: “io può”.

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