Conto alla rovescia agli sgoccioli per la partenza del mondiale 2019 di Formula Uno.

Come da tradizione si comincia dall’Australia, dal 1996 sede del primo GP dell’anno. Solo nel 2006 si è corso in una posizione diversa nel calendario, alla terza gara, con l’avvio delle danze nel deserto del Bahrain.

Prima degli anni ’90 la prima gara iridata della stagione non si è sempre disputata nella terra dei canguri: Argentina, Brasile e Stati Uniti sono stati i paesi più gettonati per il primo semaforo verde.

Dal 1967 al 1971 e nelle stagione 1992 e 1993 il mondiale è iniziato con il Gran Premio del Sudafrica. Già colonia britannica con ascendenze olandesi, tristemente famosa per il duro regime discriminatorio nei confronti della popolazione di pelle nera, la punta estrema del continente è stata anche terra anche di motori, con una tradizione iniziata addirittura negli anni trenta e rinata dopo la seconda guerra mondiale con l’arrivo del campionato di Formula Uno.

Nel 1962 si corre a East London, città costiera affacciata sull’Oceano Indiano, dove sorge ancora oggi il tracciato intitolato al principe Giorgio, duca di Cambridge. Il 29 dicembre di quell’anno vince Graham Hill su BRM, avvantaggiato dai problemi meccanici del suo rivale e amico Jim Clark su Lotus. La rivincita per il leggendario scozzese volante arriva dodici mesi più tardi, quando la sua Lotus 25 taglia il traguardo davanti alla Brabham dell’americano Dan Guerney, staccato di oltre un minuto, e alla BRM di Hill addirittura doppiato.

Nel 1967 l’evento sudafricano si sposta a Kyalami, non lontano da Johannesburg, nella provincia del Gauteng. L’autodromo si trova ad oltre 1800 metri di altitudine (6000 feet, per i veri membri del Commonwealth) e mette a dura prova i motori aspirati degli anni ’60 e ’70. All’esordio in altura vince il messicano Pedro Rodriguez alla guida della sua Cooper spinta da motore Maserati. Si ripete poi Jim Clark, nel ’68, seguito da Jackie Stewart l’anno successivo.

Il sigillo più memorabile è quello di Jack Brabham, che alla soglia dei 44 anni e guidando un’auto che porta il suo nome si issa sul gradino più alto del podio, diventando uno dei vincitori di un Gran Premio di Formula Uno più longevi di sempre. Per Black Jack è anche l’ultimo trionfo della carriera, ma la stagione dei primati sudafricani non si esaurisce lì.

L’anno seguente, il 1971, vede la prima vittoria di Mario Andretti su Ferrari che coincide anche con la prima vittoria in F1 per il Cavallino in terra africana. Il successo della Scuderia si ripeterà con Niki Lauda nel 1976 e nel 1977.

La quarta e ultima vittoria Ferrari in Sudafrica la firma Gilles Villeneuve nel 1979. Il 3 marzo si corre la terza gara del mondiale e Villeneuve ha un compagno di squadra che gioca in casa, il sudafricano Jody Scheckter, alla fine dell’anno campione iridato. Quel giorno a Kyalami le condizioni meteo sono variabili, eppure le Ferrari sono inarrestabili. Al secondo giro Gilles prende la testa della gara e da lì si alterna con il compagno di box per alcune tornate, prima di chiudere in solitaria sotto la bandiera a scacchi. Alle spalle delle due rosse si piazza Jean Pierre Jarier su Tyrrell, seguito dalle Lotus di Andretti e Reutemann. Solo questi tre piloti chiudono la corsa a pieni giri: il resto del gruppo è doppiato. Il Cavallino sbanca così per l’ultima volta il Sudafrica, grazie alle prestazioni fornite dalla Ferrari 312 T4.

Gli anni ’80 sono segnati dal dominio del turbo. Per i motori di questo genere si vive una giornata indimenticabile a Kyalami il 23 gennaio 1982. Per l’ultima volta la Formula Uno corre nel primo mese dell’anno e la vigilia del ventesimo GP del Sudafrica è segnata dalle polemiche tra piloti e federazione, date le condizioni imposte a Lauda e colleghi per ottenere la nuova superlicenza. Viene minacciato uno sciopero dei protagonisti della griglia che per fortuna rientra. L’altitudine di Kyalami favorisce i turbo sugli aspirati e la Renault si trova nelle condizioni di dominare la corsa. Alla pole position di Arnoux segue una gara folle. Arnoux e il suo compagno di squadra Alain Prost sembrano volare comodamente fino al traguardo, quando una foratura a metà gara mette in crisi il Professore, che rientrato in pista è vittima di un’altra foratura. Arnoux, che intanto ha preso la testa, soffre di vibrazioni dovute allo sporco della pista e la gara delle Renault sembra compromessa. Prost addirittura è doppiato. Ma la superiorità delle auto francesi, quella domenica, è tale da permettere a Prost una rimonta strepitosa, da ottavo a primo con Arnoux comunque terzo, mentre Reutemann su Williams completa il podio. Per Prost c’è anche il giro veloce, grazie alle prestazioni di una vettura straordinaria, la RE30.

Con l’avanzare degli anni ’80 il Gran Premio del Sudafrica inizia una parabola discendente dovuta anche alle pressioni dell’opinione pubblica mondiale, che chiede la fine dell’apartheid. Nel 1983 riesce a vincere Riccardo Patrese su Brabham, ma l’ultimo sigillo è di Nigel Mansell nel 1985, alla guida della Williams Honda. Si interrompe qui la tradizione sudafricana della Formula Uno, con un breve ritorno alla fine dell’apartheid per i mondiali del 1992 e 1993. Protagonista ancora la Williams, prima con Mansell e poi con Prost. La sua vittoria segna l’addio della massima serie al continente Nero.

E da allora la Formula Uno sembra non aver mai sofferto il mal d’Africa. Nostalgia canaglia fino ad un certo punto anche se, dopo tanto tempo, anche il continente Nero meriterebbe una nuova chance.

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