In ogni sport, volente o nolente, esistono icone che solo nominandole rievocano momenti salienti della storia della disciplina stessa. Maradona e Pelé, Woods e Nicklaus, Eddy Merckx, Michael Phelps, Usain Bolt e Roger Federer sono solo alcuni esempi di questa considerazione. Ma ce ne sono altrettanti per sport “minori”, da Greg Louganis a Ingemar Stenmark, passando per Boris Šachlin e Nikolaj Andrianov. In questo articolo racconteremo la storia di una leggenda molto poco nota, superstar assoluta di una disciplina altresì non mainstream: Ronnie O’Sullivan.

La storia dell’inglese di origini italiane (la mamma Maria Catalano è siciliana) e quella dello snooker dal 1992 sono diventate una cosa sola, l’uomo mediatico di un gioco sbocciato nei pub e che negli anni ha sempre faticato tanto per emergere al di fuori della Gran Bretagna. O’Sullivan, nato nel 1975, fece il suo esordio al tra i professionisti a sedici anni ma di lui si sentiva parlare negli ambienti vicini a quelli del panno verde dall’età di dieci anni, quando iniziò a muovere i primi passi nei circoli dei sobborghi londinesi. L’anno della svolta, sia in bene che in male, fu il 1992 quando esordì al Crucible per giocarsi il Campionato del Mondo con alle spalle 74 vittorie nei primi 76 incontri da pro. Le aspettative erano altissime ma The Rocket iniziò a dare i primi segnali di tensione, che lo portarono alla sconfitta al primo turno per mano di McManus. L’insofferenza e l’ansia iniziarono ad essere molto presenti nella vita di Ronnie, a causa di una situazione familiare molto complessa, con un padre condannato per omicidio e la madre a gestire un sexy shop dai giri non del tutto raccomandabili.

Nella stagione 1993/1994 conquistò il suo primo titolo della “triplice corona” battendo nella finale dello UK Championship Stephen Hendry per 10 a 6. Quella vittoria sembrò il punto di partenza per la carriera di O’Sullivan, il quale tuttavia tornò ad avere seri problemi di droga e alcool per gestire un’instabilità emotiva molto evidente anche durante i match. Nel 1996, grazie alla nascita della primogenita Taylor Ann, ritrova una certa costanza nei risultati firmando anche il suo primo maximum break da 147. Con il nuovo millennio arrivò anche il primo titolo mondiale battendo in finale il suo rivale di sempre John Higgins.

La rivalità con lo scozzese divenne da subito un’icona per gli amanti dello snooker, divisi (non equamente) tra il tifo per Higgins, giocatore completo e molto abile in difesa, e quello per O’Sullivan, talento purissimo e non particolarmente avvezzo al gioco tattico. Questo astio, assieme a quello con Mark Williams, venne definito come “la rivalità dei tre gemelli” visto che tutti e tre sono classe 1975.

Con il gallese Williams non ci fu mai una grande contesa e il testa a testa recita 31 vittorie a 11 per O’Sullivan. Mark, a differenza di Ronnie, è da sempre un giocatore molto poco costante seppur con un talento sopraffino paragonabile a quello dell’inglese e con un’altrettanta scarsa lucidità nei momenti di difficoltà. Con Higgins invece, per molti anni, O’Sullivan si trovò sotto negli incontri diretti e ne perse molti dal punto di vista puramente psicologico. Lo scozzese in carriera ha fatto della grinta e della tenacia i suoi punti di forza, che agli altri due “gemelli” sono sempre mancati ed anzi, nei momenti di difficoltà hanno in molti casi abdicato. Ad oggi il confronto tra i due resta a favore di O’Sullivan per 35 a 29

Negli anni Dieci del duemila si scontrò con un altro fuoriclasse della specialità che divenne la sua vera e propria nemesi. Un giocatore tanto forte quanto difficile da affrontare per il gioco basato principalmente sulla difesa e sul ritmo lento con il quale O’Sullivan ebbe più di qualche diverbio: Mark Selby. Tra i due rivali sono passate alla storia le due finali consecutive ai Masters 2009 e 2010, vinte rispettivamente da O’Sullivan per 10 a 8 e da Selby per 10 a 9, la finale del Mondiale 2014 e quella del Campionato del Regno Unito 2016 vinte entrambe da Selby.

La storia trentennale ad alti livelli di Ronnie richiederebbe ore ed ore, nonostante ciò con la vittoria lo scorso weekend al Players Championship è diventato il primo giocatore di sempre a toccare quota mille centuries, ovvero “serie” da più di cento punti. I record di O’Sullivan sono un’infinità ma risulta doveroso elencarne alcuni:

Giocatore con più vittorie in tornei Triple Crown (19)

Giocatore con più vittorie al Masters (7)

Giocatore con più vittorie al Campionato del Regno Unito (7)

Record di centuries (1000)

Record di maximum break (15)

Ora, con 35 tornei validi per il ranking all’attivo gli obiettivi per il finale di carriera sono due: superare Stephen Hendry a quota 36 (facilmente raggiungibile) ed eguagliare lo stesso Hendry nelle vittorie mondiali, con The Rocket fermo a 5, a 2 lunghezze dallo scozzese. Il primo appuntamento è ad aprile quando andrà alla caccia proprio del titolo di Campionato del Mondo lasciato vacante dal suo “gemello” Mark Williams.

Una cosa è certa. Mai più nascerà un giocatore così, con le sue smorfie e la sua classe diventata leggenda in tutto il panorama del biliardo mondiale.

 

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