In una settimana dominata dalle coppe europee si tende a scordare cosa ci attende il weekend di serie A. Eppure, la giornata che ci apprestiamo a vivere vedrà in scena uno dei match storicamente più importanti della stagione: il derby della Madonnina, Milan-Inter. Da oggi dunque, inizieremo una serie di tappe di avvicinamento alla partita di domenica sera, raccogliendo alcuni spunti che accompagneranno l’attesa per quella che non è mai una partita come le altre.

Quest’anno peraltro, la stracittadina milanese finalmente, tornerà ad avere valore cruciale per la stagione delle due squadre, rispettivamente terza e quarta in classifica ad un solo punto di distanza l’una dall’altra e pienamente in corsa per un posto Champions, obiettivo imprescindibile per entrambe.
Anche se la rivalità che divide le due sponde dei Navigli non è calda ai limiti, purtroppo spesso varcati, dell’odio violento dei derby più caldi al mondo (Superclàsico di Buenos Aires, derby di Belgrado o quello di Istanbul solo per citare i più noti), è innegabile che per i tifosi delle due squadre il successo nella stracittadina rappresenti tutto meno che una vittoria comune. Inoltre, un fattore non trascurabile di tale rivalità è che si tratta, caso raro al mondo, di una rivalità che divide due squadre che da sempre sono abituate ad essere parte dell’èlite del calcio mondiale (basti pensare al fatto che Milano sia l’unica città europea ad aver vinto la Champions League con 2 squadre diverse).
Insomma, ci troviamo davanti a due cugine che condividono un d.n.a con diversi cromosomi in comune, ma che, come in ogni dualismo che si rispetti, collidono più o meno consapevolmente su alcuni punti filosofici, ed è proprio una di queste antitesi che andremo ad analizzare ora.
Da sempre, ma in particolare nell’epopea degli anni 2000, quella dello splendido Milan di Ancelotti e dell’Inter dell’era Mancini-Mourinho culminata con lo storico triplete, si è potuta notare come, tra le due squadre meneghine, sia spesso andato in scena una riproduzione in scala del Superclàsico de las Americas Brasile-Argentina, con la samba rossonera contrapposta al tango nerazzurro.
Partendo dai Diavoli, sono ben 35 i giocatori verdeoro ad averne vestito la divisa, fin dalla stagione 1935-36 con l’approdo di Elisio Gabardo e Vicente Arnoni. Ma la prima vera leggenda brasiliana (naturalizzata in seguito italiana) a lasciare il segno nella storia rossonera fu senza dubbio Josè Altafini, che proprio sul derby mette la firma ad uno dei record tuttora imbattuti: è infatti l’unico giocatore ad aver messo a segno un poker nella stracittadina.

Per raccontare un calciatore del genere servirebbe un intero libro, ma per dare la dimensione della sua grandezza, basti pensare che ad oggi è il quinto marcatore del Milan all time e, con 14 reti in una singola edizione (record superato solo da un certo Cristiano Ronaldo nel 2014) fu il principale artefice della prima Coppa Campioni rossonera.
Dopo alcune meteore passate senza lasciare segni degni di nota, nel 1997, dal PSG viene acquistato un centrocampista che lasciò un segno più che evidente nel Milan dei primi 2000: Leonardo Nascimento de Araujo: o semplicemente Leonardo.

Probabilmente tra i brasiliani rossoneri fu il più importante non solo per ciò che fece in campo, vincendo da protagonista lo scudetto ’99, ma soprattutto per l’attività post ritiro, specialmente a livello dirigenziale e di scouting: fu infatti lui pescare in Brasile alcuni dei migliori giovani prodotti di quel calcio: a lui si devono infatti l’arrivo di Kakà; ultimo pallone d’oro prima del duopolio Messi-Ronaldo (durato fino all’anno scorso) e che si fece amare dai tifosi proprio segnando il primo gol in un derby (cosa che lo accomuna ad un altro brasiliano con cui condivise una stagione a Milano: Ronaldinho), Pato, che prima della serie interminabile di infortuni che ne portarono ad un declino precoce della sua carriera, e Thiago Silva, a lungo considerato tra i migliori, se non il migliore, centrale di difesa al mondo.

Altri brasiliani degni di nota nei primi 2000 furono Serginho, Cafu e Dida, cui peraltro è legato uno dei più spiacevoli episodi accaduti in un derby: infatti, nei quarti della Champions 2005 venne colpito da un petardo lanciatogli dai tifosi ospiti.

Se il verdeoro è quindi legato ai rossoneri, dall’altra parte del Naviglio, la preferenza è sempre stata più orientata verso l’albiceleste. Il primo di una lunga serie di bomber argentini ad indossare la maglia nerazzurra fu Antonio Angelillo. Arrivato a Milano nel’57, detiene il record di reti segnate nei campionati a 18 squadre grazie alle 33 marcature messe a segno nel campionato 1958-59. Nell’88, giunse all’Inter Ramon Diaz, che nell’unica stagione a San Siro, mise la firma sullo scudetto dei record con Trapattoni in panchina. All’alba del ventunesimo secolo, arrivarono Gabriel Omar Batistuta, che tuttavia non ripetè le magie in maglia viola e giallorossa, Hernan Crespo e Juan Sebastian Veron, che purtroppo però indossò la casacca nerazzurra in un periodo avaro di grandi successi (salvo una coppa italia, una supercoppa ed il discusso scudetto assegnato a tavolino per la vicenda calciopoli).
Ma ovviamente gli argentini che con più affetto sono ricordati dai tifosi interisti, sono i ragazzi di Mourinho, quelli che hanno portato in Italia per la prima e finora unica volta il triplete: mettendo in bacheca nella stagione 2009-10 champions, scudetto e coppa Italia.

In quella squadra leggendaria, la difesa era comandata da The wall Walter Samuel, uno dei primi prototipi del centrale difensivo perfetto, che univa classe a cattiveria come pochi altri al mondo. A centracampo giganteggiava Esteban Cambiasso, che formava con Stankovic un reparto perfettamente amalgamato, ed infine, davanti un bomber che, soprattutto quell’anno, trasformava in oro tutto ciò che toccava: il Principe Diego Milito: che segnò nelle 3 partite decisive della stagione e divenne re nella notte di Madrid, con la meravigliosa doppietta nella finale con il Bayern Monaco.

Discorso a parte merita Javier Zanetti: capitano di quell’Inter stratosferica e costante di tutti gli ultimi trionfi e bandiera leggendaria del club a cavallo dei due secoli: detiene ad oggi il record di presenze in serie a per un giocatore straniero e attuale vicepresidente del Club.

Arrivando ad oggi, al Milan è arrivato, sempre da un intuizione di Leonardo, Lucas Paquetà, che si sta già imponendo come uomo indispensabile dello scacchiere di Gattuso, mentre l’Inter, che avrebbe un argentino decisivo come Icardi, ma bloccato da vicende extracalcistiche, ripone sul connazionale Lautaro Martinez le speranze di questo derby.
Sarà la partita che consacrerà qualche nuovo idolo sudamericano? Domenica avremo la risposta.

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here