Stephen Curry, un nome una leggenda ci verrebbe da dire, o meglio, un nome una legione: Golden State Warriors. Si perchè ormai il “Number 30” rappresenta il cardine della franchigia californiana un po’ come lo è nel calcio Leo Messi per il FC Barcelona.

Oggi Curry compie 31 anni ed oramai i dubbi riguardo il suo livello sono solo vecchi ricordi da relegare al Draft 2009, dove per la sua figura smilza e la sua debole fisicità ci si chiedeva se avrebbe potuto fare successo nel parquet che conta, quello del NBA.

The Golden Boy si è tolto col passare degli anni tante soddisfazioni, dai tre titoli NBA con GSW ai due premi di MVP stagionale nel 2014-15 e nel 2016-17.

Di fatto, si sa che nel basket il gioco di squadra è fondamentale ma, nonostante tutto, a volte un singolo ti può cambiare gli scenari e scombussolare tutto, prendendosi la scena come ad esempio fece Tracy Mcgrady contro gli Spurs nel Dicembre 2004 andando a segnare ben 13 punti in 33 secondi finali del quarto quarto portando i Rockets a vincere incredibilmente in rimonta 81 a 80.

Questa sensazione, questo feeling di prendersi il peso della squadra sulle spalle in pochi lo conoscono e ancora di meno lo amano e se lo assumono, ma Curry sicuramente è uno di questi.

Si potrebbe dire “questione di mentalità”, come sottolinea nel suo libro Relentless Tim S.Groover (mental coach di giocatori come Michael Jordan, Kobe Bryant, Dwayne Wade…), dividendo i giocatori come le persone nella vita di tutti i giorni in 3 categorie: The Coolers, The Closers e The Cleaners.

I Coolers rappresentano le persone a cui è dato un compito e che lo svolgono senza però fare nessun lavoro straordinario (i giocatori medi, normali, che svolgono un buon lavoro ma che non amano prendersi i rischi).

I Closers invece sono una spanna sopra i coolers, essendo persone/giocatori dediti al lavoro che cercheranno di svolgere nel più breve tempo possibile e che rappresentano la persona ideale per un efficiente Team Work, a cui però non è domandato nessun ruolo di leader (i classici giocatori “braccio destro”, come per esempio possono essere Pau Gasol nei Lakers campioni nel 2009 e 2010, Scottie Pippen nei Bulls degli anni ’90 capitanati da Jordan o, per prendere ad esempio un giocatore che gioca con Steph in questo momento, Klay Thompson).

Infine ci sono appunto i Cleaners, il livello più alto a cui si può aspirare, quelle persone che spendono ore ed ore del proprio tempo a prepararsi oltre il dovuto ma che alla fine  raggiungeranno il proprio obiettivo, anche a costo di subire dei danni (fisici e non solo) rimanendo concentrati al 100%, (se non di più) quando lavorano, entrando in quella che Groover chiama The Zone.

Quest’ultima è una sorta di sfera protettiva, un guscio mentale che protegge i campioni e che li lascia concentrati al massimo durante tutto l’arco del periodo lavorativo, evitando di farli sentire la pressione ed allo stesso tempo allontanandoli da ogni tipo di distrazione.

Nella Zone come è chiaro ormai da un po’ di tempo ci naviga bene se non benissimo  Steph che, nonostante qualche esultanza provocatoria o qualche sbeffeggio sportivo verso gli avversari, ha sempre dimostrato di saper reggere la pressione, anzi per meglio dire da vero Cleaner anche di stimolarsi ed infuocarsi nei momenti di maggiore difficoltà della sua squadra.

Esempi lampanti di ciò sono due partite chiave nella carriera di Number 30: 25 Febbraio 2016 GSW vs Magic con Curry che sbaglia solo 7 tiri in tutta la partita siglando 51 punti su 27 tiri (di cui 10 da tre punti) e il 23 Maggio 2015 quando ai Playoff in gara 3 contro Houston totalizza 40 punti, 5 rimbalzi, 7 assist e 2 stoppate andando a prendersi da solo la vittoria. Partite – e non solo queste, ovviamente – che l’hanno fatto entrare di diritto nell’Olimpo dei migliori di sempre in NBA.

E la cosa incredibile è che di fatto Curry, da quando è ai Warriors, anno dopo anno migliora il suo gioco e quello della squadra, regalando sempre più emozioni agli spettatori. Un aspetto sottolineato persino da un maestro della palla a spicchi come Kobe Bryant, che nel cortometraggio (allegato qui sotto) da lui realizzato per ESPN lo scorso anno, The Golden Democracy, elogia il gioco Tiki Takiano (usando un linguaggio calcistico) condito da Pick & Rolls e Pick & Pops di cui gli uomini di GSW sono i principali interpreti.

E allora sicuramente GSW rappresenta l’emblema del tutti per uno, uno per tutti e difficilmente Curry potrebbe esprimere il valore che ha messo in mostra in una franchigia diversa da quella di Oakland, che dal “giorno zero” gli si è sempre cucita addosso in maniera perfetta.

Tuttavia, the Baby-Faced Assassin (altro soprannome utilizzato per descrivere la sua faccia mezza docile/tenera e mezza malandrina/assassina quando scende in campo) rappresenta la figura del leader carismatico in campo e nello spogliatoio, motivo per il quale, a parti invertite, senza di lui Golden State non potrebbe più esprimere pienamente il suo valore e forse non potrebbe più vincere con estrema facilità tanti titoli, così come oramai sta facendo da anni.

Ad ogni modo, oggi non ci resta che celebrare un vero e proprio campione, simbolo della rinascita del ball Handling che mancava dai tempi di Allen Iverson, emblema della tecnica individuale non fine a se stessa ma abbinata al bel gioco di squadra e punto cardine di una franchigia che sempre più col passare del tempo sembra capace di poter instaurare una sorta di monopolio sportivo, sia a livello di gioco espresso sia a livello di vittorie e palmares (ci sarà ancora competizione nei prossimi anni? Chissà…).

Perciò che altro si può dire se non “Let’s continue like this Steph”, i tuoi 31 anni non sono niente di fronte alle emozioni che ci regali e ci trasmetti, vedere per credere.

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