Con l’epopea nera ormai conclusa ma impressa nella storia del rugby italiano lasciamo gli anni Settanta e ci avviamo a lunghe falcate verso gli Ottanta, il momento di massimo splendore del Petrarca Rugby.

Le prime stagioni della nuova decade furono complicate, la squadra arrivava dalla vittoria nel campionato 1979/1980 e i talenti iniziavano ad avere un chilometraggio non indifferente. Nonostante ciò, i “tutti neri” guidati dall’esperienza di Artuso, Baraldi, Collodo, Pra e dal fuoriclasse Fulvio Lorigiola, riuscirono a combattere fino a fine stagione per il titolo che tuttavia sfumò per 6 punti a discapito dei rivali della Mael L’Aquila, alla quale va riconosciuto il merito di avere una difesa inossidabile e nettamente superiore a quella dei patavini.

L’anno successivo fu un totale disastro, la sconfitta bruciava ancora e sembrava essere terminato il periodo d’oro dei giocatori del Tre Pini. Così nel 1982 la società attuò una mini rivoluzione, partendo dalla panchina dove si accomodò Lucio Boccaletto fino ad arrivare all’approdo dell’estremo della nazionale australiana Roger Gould, di Paolo Vigolo e Marzio Innocenti. I “quindici” da battere erano quelli della Benetton Treviso e della Scavolini L’Aquila (stessa squadra, nuovo sponsor). Le premesse sembravano eccezionali ma l’intesa tra i nuovi giocatori stentò ad arrivare e la fase offensiva del Petrarca fu molto sotto tono, con quasi 200 punti marcati in meno dei trevigiani. A fine campionato la classifica vide i padovani al terzo posto, risultato appena sufficiente considerato l’enorme distacco dalla Benetton e dalla Scavolini.

Così, mister Boccaletto, personalità molto forte e che non ha mai condiviso la visione di De Coubertin sull’importanza della partecipazione, tirò fuori dai senatori della squadra, Artuso e Galeazzo su tutti, la rabbia agonistica che mancò gli anni precedenti e le vittorie iniziarono ad arrivare con costanza. La “chiave di volta” fu il trionfo allo stadio Battaglini contro il Sanson Rovigo nel derby per 6 a 26. Da lì in poi il Petrarca inanellò cinque partite di fila che significarono OTTAVO SCUDETTO. La “ciliegina sulla torta” arrivò il 28 maggio con la vittoria all’ultima giornata sulla Benetton che concluse il campionato al secondo posto.

L’anno seguente segnò l’inizio della leggenda. Lucio Boccaletto lasciò il posto sulla panchina dei tutti neri al giovanissimo Vittorio Munari (33enne) al quale spettò l’arduo compito di trovare un sostituto a Roger Gould che si ritirò dall’attività agonistica. Per i campioni d’Italia in carica tutti si aspettavano un nome altisonante e invece arrivò alla corte di Munari un ventunenne australiano con origini di Montecchio Precalcino, paesino in provincia di Vicenza, il suo nome non diceva niente e non scaldò gli animi dei tifosi… La freddezza padovana durò molto poco e quel nome divenne una divinità in città, quel nome era: David Campese.

Estremo naturale, ala di livello mondiale e apertura all’occorenza, Campese diventò il faro nel gioco di Munari che ad inizio campionato deluse leggermente le attese con una sconfitta inaspettata per mano del Piacenza. Vista la necessità, l’australiano fu schierato per sette partite consecutive come mediano di apertura e il suo celeberrimo gioco al piede con numerosi up and under unito a delle penetrazioni senza eguali nella storia del rugby valsero al Petrarca il primo posto in classifica. Il primo anno di David fu straordinario e mise a referto 7 mete, 16 trasformazioni, 5 drop, 20 calci piazzati per un totale di 135 punti sui 281 totali. Il culmine della stagione fu il 13 maggio1985 quando, alla penultima giornata, Petrarca e Benetton si giocarono in una sorta di spareggio il titolo. Il man of the match non poteva che essere uno. Con una meta, due trasformazioni, un calcio e un drop Campese segnò il definitivo 18 a 6 per i tutti neri che portarono al NONO SCUDETTO.

I festeggiamenti di Padova rimbombavano per tutto il Veneto e a Treviso il “boccone amaro” proprio non riusciva ad andare giù. Il Petrarca aveva Campese e la Benetton voleva in tutti i modi trovare una superstar all’altezza dell’australiano in grado di contendere il titolo ai rivali, così dopo molte trattative sbarcò dai trevigiani un futuro Hall of Fame, uno dei più forti giocatori di sempre, il neozelandese John Kirwan. Petrarca contro Treviso; Campese contro Kirwan; Wallabies contro All Blacks, questo era il leitmotiv della stagione 1985/1986

Tuttavia, il Petrarca possedeva un’intesa già più che consolidata grazie al geniale lavoro di Munari, mentre la Benetton stentò a trovare il giusto ruolo a Kirwan e per tutta la prima parte di campionato spararono a salve. Il distacco dalla vetta si fece molto sentire per la Benetton e non riuscirono mai a contendere realmente la vittoria finale alle due squadre di testa: Petrarca e L’Aquila. Queste due si giocarono fino all’ultima giornata il campionato, quando con un secco 24 a 0 il Petrarca vinse e si cucì sul petto il decimo scudetto, lo SCUDETTO DELLA STELLA.

L’anno seguente la storia non cambiò, pur senza Campese partito per la Coppa del Mondo, il Petrarca vinse il quarto titolo consecutivo, il terzo dell’era Munari sempre davanti alla Benetton. In quella stagione 1986/1987 terminò l’epica del Petrarca, Campese lasciò per approdare all’Amatori Milano, ma la storia leggendaria dei giocatori guidati da quella che oggi è la “voce” più famose del rugby italiano resterà sempre nei cuori di tutti, perché gli anni Ottanta furono il momento di massimo splendore del rugby italiano e che purtroppo non si ripeterà mai più.

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