Chi si ricorda Isaiah Thomas nella stagione 2016-17 e nei successivi playoff NBA con addosso la Jersey numero 4 dei Boston Celtics? In tanti sicuramente.
Chi l’ha più sentito nominare o l’ha seguito negli ultimi 2 anni? Probabilmente pochi.

Eh si purtroppo sono passate già due stagioni da quando Bighead è scomparso dai riflettori e dal parquet che conta, quello dei playoff.

Si sa quando cadi da un treno in corsa è quasi impossibile risalirci e questo sembra proprio ciò che è accaduto al 30enne originario di Tacoma (Washington).
L’ex fuoriclasse dei Celtics di fatto è passato in meno di 2 anni da stella NBA a giocatore classificato come “bollito”, finito ad essere anche un peso per la squadra (come gli è stato fatto intendere l’anno scorso ai Lakers, franchigia che ha dovuto abbandonare con solo 265 punti all’attivo) e simboleggiando un vero e proprio modello di discontinuità e di giocatore baciato dalla fortuna, effimero, capace di esprimere il proprio potenziale solo quando galvanizzato dall’ambiente (quello di Boston) e non quando gli stimoli vengono a mancare.

Niente di più falso, visto che purtroppo se si va a vedere bene la carriera cestistica del giocatore e se si segue un minimo l’NBA si saprà che la causa di tutti i mali di Zeke (soprannome datogli dalla madre) è solo una: l’anca.

La rottura o l’infortunio di qualsivoglia articolazione corporea d’altronde è spesso la fine della gloria, del sogno, dell’apice di qualsivoglia sportivo, chiedere a Ronaldo il Fenomeno per conferme.

Così che quello successo nel parquet il 15 Marzo 2017 a Thomas sembra un vero e proprio flashback di ciò che accadde a O Fenomeno all’Olimpico di Roma il 12 Aprile 2000.

Certo la sofferenza espressa è molto diversa, e riguardando i due infortuni la comparazione può sembrare esagerata se non ingenua e superficiale. Ma alla realtà dei fatti se si va a indagare nei personaggi e nelle loro personalità così differenti (uno brasiliano super emotivo come d’altronde tanti cariocas mentre l’altro riservato ed apatico all’apparenza) si potrà trovare la risposta ed accettare questo paragone.

Si perché bisogna conoscere prima di giudicare e se si è un minimo informati si sa che Bighead ha giocato (con il male all’anca già presente da 2 mesi) ed ha messo a segno ben 53 punti contro Washington Wizards nella gara 2 della semifinale di Eastern Conference 2017 nonostante la morte prematura ed improvvisa della sorella proprio in quel periodo.

Una performance che conferma la forza e la tenacia di questo campione che, nonostante il dolore fisico e soprattutto quello psicologico e morale, è riuscito a portare avanti la sua franchigia fino alla finale di East conference , dove poi finirà il sogno dei Celtics in assenza del suo Top Boy (dovutosi arrestare per curare l’infortunio che si rivelerà ben più lungo e grave del previsto).

Da lì, da quella trade dell’estate 2017 con Thomas che finirà a Cleveland per essere rimpiazzato ai Celtics da un certo Kyrie Irving, inizierà il calvario per The Mighty IT (il potente), soprannome coniatogli addosso da un certo Kobe Bryant tanto per intenderci.
L’anca continuerà a turbarlo per tutte le due seguenti stagioni dove in preda a litigi di spogliatoio, battibecchi ed ambienti ostili finirà a vagare tra i Cavaliers, i Lakers ed ora da quest’anno i Denver Nuggets.

Tornerà dall’ennesima ricaduta del solito infortunio all’anca solo il 14 febbraio scorso, non a caso giorno di San Valentino, per far comprendere a tutti che in realtà il suo amore per il basket non è finito, anzi è ancora in fase evolutiva e di espansione.

E allora eccolo di nuovo in pista con 8 punti siglati in 13 minuti nella vittoria contro i Sacramento Kings per 120 a 118 e con la voglia di giocare simile a quella di un bambino che scopre quell’oggetto sferico a spicchi per la prima volta.

Tutto sembra tornare alla normalità piano piano ma invece no, coach Mike Malone decide di lasciarlo ai margini del Roster, non facendolo giocare con regolarità e concedendogli solo 128 minuti giocati nei circa 2 mesi successivi al suo ritorno.

Così si arriva all’altro ieri, 18 Marzo 2019, con Thomas che torna da avversario al TD Garden di Boston, con la capitale del Massachusetts che rivede 2 anni dopo il suo Old Friend, cupo, sfaticato, vagabondo e senza stimoli.
E allora cosa meglio di un regalo per tirare su il morale ad un amico in difficoltà, un video tributo dedicato a un giovane di 1.75 cm (ripeto 1.75 cm) che ha fatto sognare una franchigia che da anni vacillava tra performances negative e risultati mediocri (addirittura fuori dai playoffs nel 2014) e che ha di fatto bullizzato ogni difesa dell’NBA per due stagioni.

Poco importano dunque gli 0 punti totalizzati nei 6 minuti giocati lunedì sera, quel che conta è il pensiero e l’amore che Boston ha dimostrato verso il Nano fra i giganti, the Little Man with a big Heart che preso dall’emozione a stento ha trattenuto le lacrime.

Lacrime di un campione che nonostante gli infortuni, le mille difficoltà (familiari e sportive) e i vari passi falsi in piazze sicuramente non facili come Los Angeles e Cleveland, resta in the Field a lottare e mostra quella Resilienza emblema dei grandi talenti, dei tenaci, dei campioni. Si perchè uno con un nome così, Isaiah (deriva dall’Ebraico Jahvè salva in onore del profeta biblico Isaia), non può essere uno qualsiasi, e il fatto di essere lì in NBA malgrado i limiti fisici e strutturali (chi ricorda un campione nel basket che conta con quell’altezza? Forse solo Iverson che però aveva già 8 cm di statura in più) ne è già la prova.

Ad ogni modo il sogno sembra essere svanito dolcemente in un menefreghismo generale verso un giocatore, un uomo che in realtà meriterebbe molto di più, essendo stato sempre sfortunato nella fortuna e rappresentando un lottatore esemplare in ogni momento della sua vita, come dimostra quest’intervista post partita del 3/5/17 (quella dei playoff contro i Wizards subito dopo la notizia della morte della sorella) dove lo vediamo implodere e mostrare al mondo tutta la sua umanità, un po’ come ha fatto pure lunedì sera.

Per cui quando sentirete parlare ancora male di Thomas pensate bene alla sua storia, al suo carisma, alla sua tenacia e fatto ciò, siamo sicuri che non vi resterà altro che fare un grosso in bocca al lupo a the Mighty IT, il nano potente dal cuore d’oro, in grado di compiere magie del genere… vedere per credere.

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