Il 31 Maggio del 1934, allo stadio Giovanni Berta di Firenze, vanno in scena i quarti di finale del campionato del mondo. L’impianto, situato nella zona di Campo di Marte e inaugurato appena tre anni prima, porta il nome di uno squadrista elogiato dall’allora governo come ”martire della rivoluzione fascista”. Questa storia iniza in odor di guerra e finisce prima che lo stadio, divenuto Comunale per mano degli alleati dopo la caduta del regime, arrivi a prendere il nome di Artemio Franchi nel non lontano 1993.

Mentre in patria il presidente della repubblica Niceto Alcalá-Zamora è stretto nella morsa della rivoluzione delle Asturie, El Divino, Ricardo Zamora Martínez, è a Firenze per difendere la porta iberica. A circa 110 metri da lui il capitano Giampiero Combi che sul petto porta lo stemma sabaudo sormonatato da una corona e affiancato da un fascio littorio. Passano  trenta minuti dal fischio del direttore di gara e un colpo di testa di Regueiro regala il vantaggio alla Roja.  Gli azzurri, talvolta neri in quel perido, non tardano a reagire: Pizziolo indirizza una punizione al centro dell’area spagnola e Ferrari non può far altro che battere a rete. Fallo di ostruizione non rilevato dal belga Beranek! Ad aprire la porta a Giovanni Ferrari è stato infatti Angelino Schiavo commettendo fallo sull’estremo difensore ispanico.  È 1 – 1 ma gli uomini di Garcia Salazar non mancano di protestare. La partita continua e si incattivisce minuto dopo minuto fino all’epilogo dei tempi supplementari. Il regolamento della seconda Jules Rimet non prevede i calci di rigore ma la ripetizione della partita in caso di parità e tanto è ciò che accade il primo giorno di giugno con l’ 1 – 0 in favore della squadra di casa. La formazione della replica è condizionata da stanchezza, nervi tesi e assenze tra cui quella illustre del mediano Mario Pizziolo.

Il confroto con la Spagna è fatale per il calciatore in forza all’ Associazione Calcio Fiorentina di Luigi Ridolfi. La partita è ruvida e la gamba tesa di un avversario entra sulla carriera del giovane centrocampista spezzando il legamento crociato del ginocchio sinistro. Il tecnico Vittorio Pozzo che, da estimatore del ragazzo quale era lo aveva affiancato spesso a Monti e Bertolini, lo prega di non lasciare la squadra in inferiorità numerica (non esiste infatti alcuna regola che preveda la sostituzione).  Il calciatore ligio al dovere, custode dell’abruzzesità, usa gentilezza e obbedienza nei confronti del suo allenatore e dimostra una forza e una resistenza impressionanti restando  in campo fino al termine della gara. L’impresa è compiuta con una veemenza tale da suscitare dubbi sull’entità dell’infortunio. Un giornalista su tutti scrive un articolo con l’intento di far passare il danno fisico dell’azzurro per un’invenzione e gettar così fango sulla compagine italica. Colpito nell’orgoglio Mario Pizziolo quel giornalista lo sfida a duello; solo l’intervento della Federcalcio e della società Fiorentina scongiura il peggio.

Il 2 giugno, giorno che ha un altro sapore con il vantaggio del futuro, il mediano lascia il ritiro della nazionale e il suo posto va ad Attilio Ferraris. Il 10 giugno l’Italia di Vittorio Pozzo batte la Cecoslovacchia e alza al cielo di Roma il trofeo mondiale. Mario Pizziolo, da Castellammare adriatico – ora Pescara – diventa il primo abruzzese a laurearsi campione del mondo. Le federazione di regime sceglie di non riconoscere lui, assente nella finalissima, il titolo ufficiale di ”campione del mondo”. Le rimostranze di Pozzo sono alimentate dal dissenso di tutti i compagni di squadra ma nulla mina l’autorità vigente. Solo nel 1988, a cinquantaquattro anni di distanza, l’abruzzese tormentato dagli infortuni e ritratosi a soli 27 anni, riceve una copia della medaglia figlia del sudore delle due gesta.

”Han bevuto profondamente ai fonti/ alpestri, che sapor d’acqua natia/ rimanga né cuori esuli a conforto,/ che lungo illuda la lor sete in via.”
In Pizziolo si compiono le parole del compaesano Gabriele D’Annunzio. Torna a casa e come allenatore del Pescara nella stagione 1940/41 conquista una storica promozione in Serie B. Occupa il suo tempo studiando e ottiene ben due lauree oltre all’adozione totale dalla gente fiorentina. Muore, in solitudine e recente povertà dopo aver chiesto aiuto persino al presidente della repubblica, a pochi mesi dall’inizio dei mondiali casalinghi del 1990. Lui che con il campionato mondiale aveva un certo feeling, lui che ci piace pensare sia stato vendicato da un altro “abruzzese” una notte a Berlino, davanti a Fabien Barthez.

 

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