In NBA, come nella maggior parte dello sport americano, le individualità hanno un ruolo centrale nelle discussioni dei tifosi; basti pensare a fenomeni quali Lebron James, che dividono il pubblico in haters e lovers a prescindere dalla divisa, o agli uomini franchigia che rappresentano in toto il ciclo (non necessariamente vincente) del proprio roster, vedi gli attuali Warriors, in cui Steph Curry è innegabilmente simbolo di quella che ormai si può considerare una dinastia. C’è tuttavia un’eccezione che dal 1996 scrive pagine di storia sui parquet di oltreoceano: i San Antonio Spurs di Gregg Popovich.

Anche se nel descrivere le leggende i numeri sono sempre piuttosto asettici, in questo caso basterebbero da soli a descrivere la grandezza dell’uomo e della squadra di cui stiamo parlando: Pop infatti detiene il record di vittorie sulla panchina di una sola squadra (1239 ad oggi), il record di minor numero di giorni trascorsi senza una vittoria e, dato forse più grandioso con la vittoria di domenica notte su Golden State, oltre ad aver messo una grossa ipoteca sui playoff (con buone possibilità di giocarsi addirittura un quarto posto valevole per il fattore campo), ha matematicamente certificato la 22esima stagione di fila conclusa con un record positivo di vittorie eguagliando, in caso di offseason, il record di partecipazioni consecutive ora in mano ai Syracuse National/Philadelphia 76ers

Anche se è un dovere iniziare a parlare degli Spurs partendo dal Coach (o sergente) Pop, non si può compiere un’analisi senza evidenziare gli enormi meriti dei suoi ragazzi, soprattutto considerando sotto quali auspici era nata la stagione 2018-19. Per molti aspetti, ad ottobre, dalle parti dell’Alamo (il Forte simbolo della città), tirava un’aria tutt’altro che ottimistica a causa di diversi fattori: innanzitutto, dopo l’abbandono di Manu Ginobili e Tony Parker, a seguito del ritiro di Tim Duncan nel 2016, viene definitivamente meno l’ossatura del roster che aveva dominato a cavallo dei due secoli. Un altro cattivo segnale arrivò a poche settimane dall’inizio della regular season, con la rottura del crociato patita dal primo titolare della casella di playmaker del post-Parker: Dejonte Murray, che presumibilmente non riallaccerà le scarpette prima della prossima stagione. Infine, il problema sulla carta più grave a livello tecnico: la trade dell’uomo che doveva rappresentare la continuità del dopo Parker-Duncan-Ginobili; Kawhi Leonard che, a seguito di una sua richiesta di scambio, viene spedito a Toronto al posto di DeMar DeRozan.

Proprio la nona scelta del draft 2009 è caso emblematico della stagione degli Spurs; infatti, come per il resto della franchigia, i primi mesi sono stati per lui tutt’altro che una passeggiata, con le difficoltà di ambientamento proprie di un atleta cui la fragilità mentale è sempre stata il contraltare di un talento indiscutibile. Eppure proprio quando, tra novembre e dicembre sembrava quasi scontata la più classica delle stagione di transizione e qualcuno addirittura paventava idee di tanking (giocare a perdere per avere migliori possibilità al draft), gli speroni sono risorti dalle loro ceneri vincendo 14 delle 19 partite successive. In questa risalita, più che gli uomini (anche se un DeRozan in fiducia sarebbe valore aggiunto per chiunque) il cambio passo è stato evidentemente tattico e mentale sui due lati di campo: la difesa a tratti imbarazzante è stata riassettata e davanti la potenza di fuoco ha portato i texani ad avere, a febbraio, la miglior efficienza offensiva della lega. E’ anche qui abbastanza evidente come il lavoro del coach sia stato esemplare poiché certamente, oltre agli effetti tattici di una migliore applicazione degli schemi, la capacità di motivare i suoi giocatori è nelle corde di Popovich e, ritornando al discorso dei sopraccitati limiti mentali di DeMar su tutti, la ritrovata consapevolezza ha fatto la differenza.

La stagione in realtà ha vissuto un secondo picco verso il basso: il peggior Rodeo trip (la serie di trasferte consecutive a cavallo di febbraio e marzo) di sempre, con 7 sconfitte su 8. Anche qui. la miglior risposta è arrivata dall’interno e ci porta proprio all’ultima partita disputata, la sfida di domenica 17 con Golden State, nona vittoria consecutiva e undicesima interna.

Detto del fattore Pop e di un DeRozan a tratti dominante, è giusto riconoscere i meriti di questa capacità di reazione anche al resto del roster; a partire dal secondo violino (a tratti primo) LaMarcus Aldridge, che si interseca perfettamente con lo stile di gioco di DeRozan e che, con un Rudy Gay che, se a posto fisicamente, fa la differenza formano i big three della franchigia. Ma non bisogna dimenticare gli ottimi gregari come Derrick White, Quincy Poundexter, Bryn Forbes o i fondamentali tiratori dall’arco come Davis Bertans e il nostro Marco Belinelli, che con Patrick Mills rappresenta l’ultimo baluardo della squadra che vinse l’ultimo anello. Proprio l’azzurro merita una menzione particolare: dopo la seconda, ottima, parte della stagione scorsa, la mancata conferma a Philadelphia poteva sembrare una sconfitta, invece la guardia bolognese sta vivendo una stagione di conferme nella franchigia in cui si è levato le maggiori soddisfazioni: la vittoria della gara dei 3 punti e soprattutto l’anello (primo e finora unico vinto da un italiano) del 2014. L‘efficacia e l’intelligenza che il Beli sta mettendo in campo sembra è quella che ci restituisce un giocatore in fiducia e questo può essere un ottimo segnale anche in chiave azzurra, pensando ai mondiali di Agosto in Cina

Al momento in cui scriviamo, prima della sconfitta ai danni di Miami di mercoledì notte gli speroni hanno infilato 9 successi di fila, con un 11 su 12 in casa, è sicura di chiudere in positivo la stagione e quasi sicura di arrivare al ventiduesimo anno di offseason consecutivo: non male per la stagione della ricostruzione, ma quando hai sulla panchina una leggenda, non bisogna mai dare per morti i texani.

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