Da questa notte il soffitto dell’AT&T Center di San Antonio ospita una maglia in più, la nona della storia: accanto a quelle, tra le altre, di Sean Elliot, David Robinson e Tim Duncan, gli Spurs hanno ufficialmente ritirato la canotta numero 20 di Emanuel David – per tutti Manu -Ginóbili.

La storia di Ginóbili è l’elogio della determinazione. Entusiasmo, etica del lavoro, voglia di migliorare ogni giorno il proprio gioco. Uniti a istinti cestistici fuori dalla norma e a un immenso talento naturale, tali da mascherare un fisico certamente non eccezionale, in un mondo di superman come quello NBA. E poi un carisma magnetico, un’innata propensione alla leadership e all’assunzione di responsabilità nei momenti chiave. Oltre a un agonismo feroce: “E’ probabilmente la persona più competitiva che abbia mai visto” ha detto di lui Gregg Popovich. Non un vincente per definizione, come il suo idolo adolescenziale, quel Michael Jordan visto tante volte in tv insieme al padre nella sua casa di Bahía Blanca. La carriera di Ginóbili è stata un susseguirsi di cadute, delusioni e altrettante rinascite e vittorie. Vincente per dedizione.

Torniamo a Bahía Blanca, la città argentina del baloncesto, della otra pelota. E’ qui che Manu nasce il 28 luglio 1977. Suo padre è un allenatore di basket, i suoi due fratelli maggiori si cimentano con la palla a spicchi, e per lui è così naturale seguirne la strada. La prima canotta è quella del Bahiense del Norte, la squadra del papà. Il fisico gracile e un’altezza che non vuole saperne di esplodere gli procurano la prima delusione: a 15 anni, non viene scelto per la selezione cittadina. Ma le cose cambiano in fretta. I centimetri diventano 180, poi 196. I muscoli restano ben pochi, ma la tecnica migliora esponenzialmente. Arrivano le chiamate dei primi club professionistici: prima l’Andino e poi la prima squadra della sua città, l’Estudiantes Bahía Blanca, militante nella massima serie argentina. A soli 19 anni Ginóbili diventa il miglior marcatore del campionato albiceleste e del Narigón – soprannome che gli viene affibbiato per quel naso un po’ ingombrante – si inizia a parlare anche oltreoceano.

Sbarca in Italia, alla Viola Reggio Calabria, che trascina alla promozione in A-1 e ad un clamoroso quinto posto finale nella stagione successiva. Nel mezzo, il Draft NBA 1999, nel quale viene scelto con la 57esima – e penultima – chiamata dai San Antonio Spurs, che lo lasciano nel Bel Paese a maturare. Il primo grande salto arriva nel 2000: approda alla Virtus Bologna di Ettore Messina, allo scopo di agire da sesto uomo per far rifiatare il fenomeno delle V Nere, Saša Danilović. Al termine delle Olimpiadi però, a soli 30 anni il serbo annuncia il proprio ritiro. Manu si ritrova così in quintetto. La sua prima partita in Eurolega si conclude con un punto, nessun canestro dal campo e dodici palle perse. “Questo è Ginóbili?”, si chiede qualche dirigente all’epoca. Cinque mesi dopo la Virtus conquista Campionato, Coppa Italia ed Eurolega, e l’argentino viene eletto MVP della A-1 e delle Finals continentali.

Nel 2002 arriva finalmente la chiamata dagli Spurs. Il biglietto da visita sono i Mondiali, che si disputano proprio in quella estate a Indianapolis. Ginóbili, da protagonista, trascina l’Argentina fino all’argento, arrendendosi in finale solo all’ultima, meravigliosa, Jugoslavia. A San Antonio però, Manu arriva tra lo scetticismo generale. Tim Duncan racconterà, anni dopo, la sua reazione quando venne a sapere della scelta al Draft: “Chi sarebbe questo ‘Emmanuel Ginobili’? Mai sentito”. Lo stesso Popovich, ideatore di un sistema di gioco tanto militaresco quanto vincente, fatica a inquadrarlo“E’ troppo indisciplinato per essere davvero utile”. Lo stile così tipicamente latino di Manu, fatto di puro istinto e scelte spesso incomprensibili – nel bene come nel male – ai più, mal si concilia con il glaciale e controllato Pop. Ma il lavoro paga, e i fuoriclasse trovano sempre il modo di adattarsi uno all’altro. “Manu venne da me dopo un allenamento e mi disse che avrebbe fatto di tutto per disciplinarsi, avrebbe fatto di tutto per essere il migliore. Gli dissi che prima doveva diventare utile e poi ne avremmo riparlato. Capii solo allora di avere davanti qualcosa di speciale: un giocatore che aveva la testa giusta per diventare incredibile”. E Ginóbili, con il suo estro e la sua fantasia, ha reso imprevedibile il sistema così efficiente e metodico di Popovich. Ha portato flessibilità nella rigidità, rendendolo ancor più vincente.
Al termine della prima stagione così è subito anello, con la vittoria per 4-2 ai danni dei New Jersey Nets.

Momenti di gloria e altrettante cadute, ricordate? Nella stagione successiva, 2003-2004, gli Spurs escono al secondo turno contro i Lakers, con l’incredibile tiro di Derek Fisher a decidere una gara 5 che sembrava arridere ai texani. A contrastare, inutilmente, quella conclusione c’era proprio Manu. La redenzione arriva già in estate, ai Giochi di Atene: l’Argentina vince l’oro superando l’Italia, dopo aver eliminato in semifinale proprio Team USA, partita nella quale Ginóbili mette a referto 29 punti. E l’anno seguente arriva anche la rivincita in NBA: prima stagione in quintetto base, primo All-Star Game, secondo anello in carriera, superando nelle Finals i bad guys dei Detroit Pistons, in una serie chiusa con 20 punti di media a partita.
Nel 2005 una nuova delusione: nella gara 7 delle Finali di Conference, gli Spurs sono avanti ai Mavs grazie a una tripla di Manu. Lo stesso argentino, però, commette poi fallo su Nowitzki che segna e dalla lunetta porta la sfida all’overtime, dove è Dallas a prevalere.
Altro giro, altra rinascita: la stagione 2006-2007 è quella del terzo anello in 5 anni, conquistato con un perentorio 4-0 sui Cleveland Cavs dell’astro nascente Lebron James.

Gli anni passano e Ginóbili, complice un fisico che spesso presenta il conto, torna ad agire come sesto uomo. Con immutata efficacia, come dimostra il titolo di “sesto uomo dell’anno” nella stagione 2007-2008, chiusa con 19.5 punti, 4.8 rimbalzi e 4.5 assist a partita. Gli Spurs poi, sono un’incredibile esempio di longevità. Sorprendentemente eliminati al primo turno dei play-off, pur partendo con il miglior record stagionale, da Memphis nel 2011, riescono a tornare alle Finali di Conference nella stagione successiva, dove sono gli Oklahoma City Thunder a sbarrare loro la strada. L’anno seguente, grazie all’apporto di Kawhi Leonard, San Antonio è alle Finals. Di fronte la Miami dei Big Three, JamesWadeBosh. Gli Spurs sono avanti di 5 punti a pochi secondi dal termine di gara 6, quando Ray Allen decide di entrare ancor più nella storia del Gioco.

Superato a rimbalzo da Bosh è ancora una volta lui, Manu. Che nella decisiva gara 7, vinta dagli Heat, perde ben 8 palloni. Il viale del tramonto, a quasi 36 anni, sembra inevitabile. Ma il cuore del ragazzo di Bahía non può accettare che l’avventura finisca così. Nella stagione 2013-2014 gli Spurs sono nuovamente all’atto finale, e di fronte ci sono di nuovo i Miami Heat. Questa volta però, le Finals non hanno storia. E a mettere il punto esclamativo è proprio Ginóbili, con una schiacciata in faccia a Bosh – chi si rivede.. – a chiudere gara 5, per il 4-1 che vale il quarto anello personale.

Nelle annate seguenti l’argentino continua a regalare magie, scorribande nel pitturato e assist inimmaginabili per la gran parte dei suoi colleghi. Fino a un ricordo recente, della scorsa stagione, quella del ritiro. Tripla in faccia a Al Horford per il 105-102 Spurs su Boston, arrivata con 5” da giocare. Un lampo, crepuscolare, del miglior Ginóbili: palleggio a giocare col cronometro, sfruttato il blocco di Aldridge, tiro della vittoria. E Manu quella mattina si era svegliato presto per giocare con i tre figli, dopo una rara nevicata a San Antonio!

Arriviamo così alla notte scorsa, con la maglia che sale al cielo nell’AT&T Center a chiudere un cerchio. “Avevamo bisogno l’uno dell’altro, ma senza Manu non avremmo mai vinto i quattro titoli”, ha confessato – commosso – Popovich.
Chiosa finale dello stesso Ginóbili: “Sono stato fortunato. Ho ricevuto delle ottime carte e non ho dovuto far altro che giocarmele bene: è tutto quello che ho fatto”.
Gracias, Manu!

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