Sono numerosi gli avvenimenti per cui ricordiamo i Mondiali del 1974, disputati nell’allora Germania Ovest. Dopo la definitiva assegnazione al Brasile – vincitore per tre edizioni – della Coppa Jules Rimet, fa il suo esordio la Coppa del Mondo FIFA, ideata dal designer italiano Silvio Gazzaniga. Per la prima volta nella storia della manifestazione, fanno la propria comparsa gli sponsor tecnici sulle maglie dei giocatori. Il cartellino rosso, introdotto a Messico ’70 ma non utilizzato, debutta in un Mondiale quando viene sventolato nei confronti del cileno Carlos Caszely.

Sotto l’aspetto tecnico, quelli del ’74 sono senza alcun dubbio i Mondiali del calcio totale. L’Olanda di Rinus Michels e Johan Cruijff lascia il mondo a bocca aperta, rivoluzionando per sempre il calcio e fermandosi – forse per eccesso di confidenza – solo a un passo dal trionfo. Trionfo che arride ai padroni di casa tedeschi, capaci di rimontare dopo essersi trovati in svantaggio senza aver mai potuto toccare il pallone dopo il calcio d’inizio.
Sono i Mondiali del fallimento del Brasile – orfano di Pelè – e dell’Italia di Valcareggi, formazioni che si erano contese il tetto del mondo quattro anni prima. Della Polonia, giustiziera proprio degli Azzurri nella prima fase a gironi, capace di issarsi fino al terzo posto finale grazie a campioni come Grzegorz Lato, capocannoniere del Torneo, Kazimierz Deyna e Robert Gadocha.
Ma sono anche i Mondiali dello storico, unico, incontro ufficiale tra le Nazionali di Germania Ovest e Germania Est. Quello che ha consegnato per sempre alla Storia Jürgen Sparwasser.

Una partita poco significativa a livello di classifica, con le due squadre già sicure del passaggio alla seconda fase a gironi. Ma dall’enorme significato simbolico. Mai prima di allora le Nazionali maggiori di Repubblica Federale di Germania e Repubblica Democratica Tedesca si erano scontrate su campo di calcio. Mai più sarebbe avvenuto. Lo scontro tra due visioni del mondo diametralmente opposte. Non c’era solo il Muro, costruito tredici anni prima, a dividere le due Germanie. Due realtà confinanti, intrecciate, eppure così distanti. Da una parte l’Occidente, il benessere e il rapido sviluppo della RFG. Dall’altra la più povera DDR – posta sotto l’egida sovietica – con le sue industrie pesanti, la censura, il permeante controllo della Stasi. I quotidiani tentativi di fuga. Capitalismo contro regime comunista.
Sulla carta, un incontro senza storia. I fenomeni – Maier, Beckembauer, BreitnerMüller – dell’Ovest, contro i dilettanti militanti nella Oberliga (il campionato nazionale della DDR) dell’Est. Poche le individualità di spicco tra questi ultimi: il portiere Croy, il prolifico Streich, il talentuoso Ducke.

Tra loro, Sparwasser. Originario di Halberstadt, in Sassonia, “Spari” è una mezz’ala che ha trascorso tutta la carriera in Oberliga, nella fila del Magdeburgo con cui ha già conquistato due Campionati (e un terzo seguirà nella stagione seguente). Pochi mesi prima, quella che poteva ragionevolmente essere la più grande gioia della sua carriera: il trionfo in Coppa delle Coppe contro il Milan di Rivera e Trapattoni. Ha da poco compiuto 26 anni quando quella sera del 22 giugno 1974 la Storia lo sceglie. La Germania Ovest fa valere il maggior tasso tecnico: controlla il gioco, insidia più volte la porta di Croy, colpisce un palo. Ma non passa. A tredici minuti dal termine, la DDR parte in contropiede: Hoffmann dalla fascia destra lancia verso l’area di rigore, trovando l’inserimento di Sparwasser. Il controllo di testa in corsa fa fuori Vogts, a quel punto fulminare Maier è una formalità. Beckembauer e compagni provano il forcing, non accettano di perdere. Ma la Germania Est resiste.

E’ una vittoria inattesa, sorprendente. Gli ottomila tedeschi dell’est sugli spalti del Volksparkstadion di Amburgo, arrivati con un brevissimo visto turistico valido per la sola partita, esultano. Sparwasser, a fine partita, scambia la maglia con Breitner, il “Maoista”, il più rosso tra i calciatori da quella parte del Muro. La propaganda comunista elegge Spari a eroe proletario, l’uomo capace di colpire al cuore l’odiato capitalismo. Si favoleggia di un ricco premio, di una casa nuova per il giocatore simbolo di quel trionfo. Ma lo stesso Sparwasser confermerà in seguito di non aver ricevuto nulla di tutto ciò. Come confermerà il fatto che, quella sera, non tutti erano felici: “Subito dopo il gol, un mio amico prese a calci la televisione: un misto di gioia e rabbia perché sapeva che il partito avrebbe usato quella rete per fini propagandistici. Una parte degli abitanti della DDR non era d’accordo con il sistema politico del paese e reagirono negativamente. Tutti credevano e speravano che avremmo perso quella partita, che ci avrebbero fatto 5 o 6 gol. E per questa ragione sorsero invidie non solo contro di me, ma contro tutti i miei compagni”.

Ma la propaganda comunista ha trovato l’eroe di quell’epoca. Almeno fino al 1988. Dopo il ritiro dall’attività agonistica Sparwasser, in possesso di una laurea in ingegneria meccanica, rifiuta per ben tre volte il posto di allenatore del Magdeburgo che gli viene offerto. Iscritto alla SED, il partito egemone nella DDR, solo dal 1973, non ha intenzione di farsi carico dell’impegno politico che quel ruolo porterebbe con sè. Ma il regime mal tollera i rifiuti, e rende sempre più difficoltosa la sua carriera professionale. Così, il 10 gennaio ’88, approfitta dell’occasione offertagli da una partita tra vecchie glorie a Saarbrücken, per fuggire per sempre dalla Germania Est. E questa volta a ingoiare il rospo, loro malgrado, sono i funzionari filo-sovietici: “No, Sparwasser, lui proprio no”.

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here