Nascere e crescere a South Los Angeles tra la fine degli anni ’80 e i primi ’90 non è propriamente una fortuna e Ermias Ashegom, noto ai più come Nipsey Hussle, le peculiarità della vita dei ghetti afroamericani di fine secolo le ha vissute in prima persona.

Erano gli anni della faida rap tra east e west coast, che ci portava via due tra i migliori artisti hip hop della storia come Notorius “Biggy” B.I.G e 2Pac. Erano soprattutto gli anni in cui, tra le poche certezze di vita per un giovane di colore c’erano il rap, il basket e, salvo pochissime eccezioni, la gang del tuo quartiere. Ermias, l’esperienza della Rollin 60 Neighborhood Crips, se la tatuerà sulla pelle e lo accompagnerà fino alla fine, anche quando troverà l’unico appiglio per fuggire da questo quadretto non particolarmente edificante: il talento. Questo ragazzo è infatti molto bravo a scrivere rime e, anche se non sono queste le capacità che ti consentono di ottenere una borsa di studio in una buona università, grazie ad esse riesce ad uscire dal ghetto e diventare un rapper di successo.

A pochi chilometri da south L.A un altro ragazzino stava pian piano scoprendo quale potesse essere il talento che avrebbe consentito lui di fare strada, rendendosi conto di essere piuttosto portato con la palla a spicchi: il suo nome è Russell Westbrook e, 20 anni dopo, precisamente il 2 aprile 2019, ha impresso per l’ennesima volta il suo autografo sul libro dei record della pallacanestro americana.

Ma cosa lega uno dei cestisti più forti del ventunesimo secolo ed una star dell’hip hop, oltre al comune luogo di nascita? Semplice: RW0 considerava Nipsey un fratello e il suo omicidio, il 31 marzo, ha lasciato sgomento il play dei Thunder, che ha scelto di ricordarlo in un modo tutto suo: realizzando il secondo triploventello (20 punti, 21 assist e 20 rimbalzi) della storia della lega, a 51 anni da quello messo a segno da un certo Wilt Chamberlain.

In effetti, una tripla doppia è il modo più Westbrookiano possibile di ricordare una persona cara, poiché Russ è, a tutti gli effetti, Mister tripla doppia, in quanto ad esso appartengono la maggior parte dei record riguardanti questa statistica: ed è inevitabile chiedersi come mai e soprattutto se ciò lo potrà consegnare alla storia come uno dei migliori cestisti di sempre.

Se ci soffermassimo ai numeri ed ai record di fine stagione, porsi domande sulla grandiosità del giocatore parrebbe quasi irrispettoso, perché le statistiche parlano di uno che è: l’unico giocatore della storia capace di concludere due stagioni in tripla doppia di media (presumibilmente saranno tre alla fine di quella corrente), il recordman di triple doppie consecutive (10), il giocatore con il maggior numero di triple doppie in una regular season NBA (42) ed il giocatore con più triple doppie da almeno 50 punti nella storia dell’NBA (3); senza poi dimenticare i 7 All Star Game, il titolo di MVP 2017 (da miglior marcatore della lega) e i due di MVP dell’All Star Game.

E poi il leggendario 20-21-20 di ieri notte.

Ma cosa lo rende speciale oltre ai numeri già di per sé assoluti? A capirlo ci viene incontro lo stesso Westbrook nell’intervista post partita, dichiarando di aver richiesto lui stesso al coach di restare in campo fino a quel fantomatico ventesimo rimbalzo, voluto proprio nel nome dell’amico fraterno di cui si parlava prima e che sarebbe servito a comporre il numero 60 (richiamo alla gang di Nipsey citata in apertura). Questo dimostra la capacità di elevare il proprio gioco in base all’esigenza del momento, che in questo caso specifico è concentrare il mix letale di tecnica e atletismo di cui Russ è naturalmente dotato su un parametro particolare di gioco.

Cosa gli manca allora per entrare di diritto nell’olimpo dei più grandi?
Innanzitutto,  ovviamente, un titolo; sfuggitogli quando con Durant, Ibaka e un sesto uomo di nome James Harden formava il miglior roster mai visto in Oklahoma.
Ma soprattutto, ciò che lo rende carente rispetto ad altri grandi playmaker contemporanei (Steph Curry in primis) è un certo Q.I cestistico: cosa vuol dire? Vuol dire che proprio l’enorme capacità di fare quasi tutto al bisogno, sul parquet, ne limita a volte il coinvolgimento in una manovra di squadra, spingendolo magari, sull’onda dei suoi quasi illimitati mezzi, a sprecare possessi forzando tiri quasi impossibili o provando l’assist anche quando non serve, rischiando di pesare sulla concretezza della manovra offensiva dei Thunder.

Per concludere: ci troviamo davanti ad uno dei migliori di sempre? Potenzialmente sì, perché per quanto i numeri siano a volte troppo freddi per giudicare un atleta davanti a certi record non si può essere indifferenti; considerando poi che, con un minimo step di crescita mentale (a 30 anni, con potenzialmente altre 4-5 stagioni ad alto livello in Nba) un calo nelle statistiche cui facesse da contraltare una maggiore utilità sul perimentro ci consegerebbero un giocatore che, in quanto a completezza e talento, avrebbe poco da invidiare agli Dei della pallacanestro. In fondo lui stesso come motto e brand personalizzato ha scelto Why not?”, quindi perché non pensare che un evoluzione (forse lontano da Oklahoma City) non sia possibile?

Intanto pensiamo a godercelo nel suo prime, in cui è stato capace di realizzare questo storico 20-21-20. Voleva rendere omaggio ad un amico volato via troppo presto e l’ha fatto nel modo che gli veniva più naturale: dominando il gioco. Ermias ed ogni amante della pallacanestro hanno sicuramente apprezzato.

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