Gli inglesi, che in ambito sportivo hanno una parola per tutto, le chiamano “Underdogs”. Noi italiani, tentiamo di avvicinarci alla brillantezza d’oltremanica con un generico “cavalli perdenti”. Paese che vai definizione che trovi, per tutte quelle squadre che si trovano in mezzo alle big per recitare il ruolo di guastafeste ma sulle quali nessuno scommettere un solo euro (ma forse neanche un pound o una lira, in tempi di euroscetticismo). Che si arrivi al miracolo eliminando i favoriti in uno straordinario giant killing (a proposito di lingua inglese) o che si esca rispettando le previsioni degli allibratori (sì, il termine bookmakers ha un parallelo anche nella lingua di Dante..) poco importa.

E se il grande romanzo che è il calcio è pieno di pagine di piccole squadre finite lì per caso, la Champions League non fa eccezione. Nemmeno l’edizione in corso, che nei quarti di finale al via domani ha spazio anche per i sogni di Ajax e Porto decise a non farsi schiacciare dai petroldollari del City, dall’esperienza di Liverpool e Barcelona che sanno come vincere o dal talento di Cristiano Ronaldo padre adottivo di quella coppa dalle grandi orecchie sua in ben cinque occasioni. Lancieri e dragoni ci proveranno – rispettivamente contro Juventus e Liverpool – pur senza i favori del pronostico, così in questo articolo ripercorreremo la narrazione della saga delle “piccole intruse tra le 8 grandi d’Europa” negli ultimi vent’anni di Champions League.

Da piccole tra le grandi a grandi tra le piccole

Prima sedute a tavola con le big delle big europee, e pochi anni dopo costrette ad apparecchiare la stessa in seconda serie col desiderio di ritornare ai piani alti del proprio calcio. Destino tanto beffardo quanto comune a Leeds, Deportivo La Coruna, Malaga, Villareal e Monaco.

Gli inglesi, che oggi sono a pochi passi da uno storico ritorno in Premier dopo essere sprofondati addirittura in terza serie, nel 2001 erano – a sorpresa – tra le otto grandi del continente. Che si ridussero a quattro quando affrontarono in semifinale il Bayern poi campione, dopo aver eliminato il Deportivo. Proprio il Depòr era un habituè dell’intrusione tra le grandi. Ai quarti addirittura tre volte in quattro anni agli albori del nuovo millennio, con tanto di semifinale nel 2004 dopo aver travolto il Milan in una leggendaria rimonta nella bolgia infernale dello stadio Riazòr. Oggi, nella seconda serie spagnola a duellare coi galiziani c’è una squadra che ne condivide i colori – biancoblu a strisce – e il destino. Si tratta del Malaga, ai quarti di finale nel 2013 e qualificato per le semifinali fino ai minuti di recupero della gara di ritorno ribaltata dal Borussia di Klopp.

E se per i milanisti l’incubo spagnolo si chiama Deportivo, i loro cugini interisti ricordano come un’onta il gol di Arruabarrena che qualificò alle semifinali il piccolo Villareal. Guidati dal ultimo diez Riquelme, gli amarillos furono l’autentica sorpresa dell’edizione 2005-06. Un’altra semifinale nel 2008 e poi, come successo a Malaga e Depor, anche un anno di purgatorio in Segunda. Dopo aver superato i Pirenei e percorso tutta la costa mediterranea francese ecco un’altra squadra segnata dallo stesso destino. Il Monaco, semifinalista a sorpresa nel 2004 e finito poi in Ligue 2, con il nostro Claudio Ranieri condottiero della risalita.

Quando la sorpresa arriva da sud

Grecia, Turchia, Cipro. Paesi noti più per il mare cristallino dove passare una crociera che per le gesta calcistiche. E se proprio si deve trattare di gesta, sono quelle delle relative tifoserie note per focosità e intemperanze. Eppure, in mezzo a tutto ciò anche le big di questi campionati sono riuscite a sentire la musichetta della Champions anche in primavera inoltrata. L’Olimpiakos nel 1999, imitato dai rivali di sempre del Panathinaikos tre anni più tardi. Il Galatasaray addirittura per ben due volte: nel 2001 e nel 2013. In mezzo – stagione 2007-2008 – la cavalcata europea dei coprotagonisti del derby di Istanbul, i gialloblu del Fenerbahçe, costretti ad arrendersi al Chelsea futuro finalista. E i ciprioti? Contesi in geopolitica proprio tra Greci e Turchi e da sempre presenza marginale del calcio europeo, ebbero comunque il tempo di sognare. Stagione 2011-2012. L’Apoel Nicosia passa il girone e poi agli ottavi elimina il Lione. Il brusco risveglio arriva ai quarti con l’onda d’urto del Real Madrid di Mourinho. Troppo alto il divario tecnico, i sogni a volte non bastano.

Quando la sorpresa arriva da est

C’era una volta la grande Russia Sovietica, con annessa la propria grande tradizione calcistica. Di quello che era un impero non rimasero che decine di nuovi stati, con altrettante nuove federazioni calcistiche. Di queste, solo le federazioni russa e ucraina sono riuscite a piazzare i propri i team in mezzo ai grandi. La Dinamo Kiev, trascinata da un giovanissimo Andryi Shevchenko, nel 1999 arrivò perfino in semifinale dopo aver estromesso il Real galactico sotto la guida scientifica del colonnello Lobanovskyi. Si fermarono invece ai quarti il CSKA Mosca (2010) e lo Shaktar Donetsk (2011).

Quando sorprendere è un marchio di fabbrica

Si può essere sorprese in patria, prenderci gusto ed esportare il tutto anche in giro per l’Europa. Questa è la storia di Bordeaux, Leicester e Kaisrslautern. Capaci di laurearsi campionesse nazionali e poi di scrivere il proprio nome tra le “Top 8” della Champions. Tanto i francesi, che nel 2010 raggiunsero i quarti dopo aver interrotto l’egemonia-Lione nel campionato transalpino, quanto i foxes, fermatisi ai quarti contro l’Atletico di Simeone dopo la miracolosa e storica vittoria della Premier League nel 2016. Bisogna invece tornare indietro nel tempo, al 1999, per raccontare le gesta del Kaiserslautern. Sotto la guida di Otto Rehhagel – commissario tecnico della Grecia 2004, peraltro – i tedeschi vinsero la Meisterschale da neopromossi e l’anno seguente stupirono anche l’Europa superando entrambe le fasi a gironi prima di cedere ai connazionali del Bayern nel round dei quarti di finale.

Nobili (leggermente…) decadute

A questa categoria, infine, appartengono numerose delle sorprese di questi vent’anni di Champions. Porto e Ajax, senza dubbio, ma anche Benfica, PSV, le tedesche Schalke e Bayer Leverkusen, le francesi Marsiglia e Lione (per anni presenza fissa dei quarti, superati solamente nel 2009/10). Tutte con un passato radioso ed ora finite nella penombra, strette nella morsa di un calcio sempre più appannaggio di chi ha il potere economico dalla sua.

Ma i sogni quelli no, non si arrendono nemmeno di fronte al denaro.

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here