Come vi abbiamo raccontato attraverso i nostri canali social, domenica scorsa alcuni di noi ragazzi di Journalism Zoom hanno avuto l’opportunità di passare un’intera giornata presso la redazione di Sky Sport Italia nella sede di Rogoredo a Milano.

Senza mezzi termini, è stata un’esperienza fantastica: abbiamo potuto vedere da vicino come funziona “la macchina Sky” con tutte le sue sfaccettature; abbiamo avuto modo di conoscere e scambiare due parole con tutti quei giornalisti da cui ogni giorno cerchiamo di prendere ispirazione e “rubare” qualcosa per portare avanti nella maniera migliore il nostro piccolo sogno; abbiamo capito che ancora c’è tanta strada da fare e parecchio da imparare, ma questo non ci scoraggia, anzi, è la nostra motivazione principale.

La notizia più bella è che questa è stata soltanto la prima delle tre domeniche che trascorreremo da qui a fine maggio a Sky. Infatti, in quest’occasione erano presenti per noi i “soli” Marcello Mazzari, Alberto Boschini, Tommaso Buonomo e Fabrizio Febi, ma nei prossimi incontri, a giro per tutta la redazione ci sarà la possibilità di vivere questa splendida giornata, cercando sempre di poterla condividere con voi che ci leggete e seguite.

Ad ogni modo, già da questa prima visita non ci siamo lasciati sfuggire l’occasione di poter realizzare un’intervista con qualcuno della redazione sport. E così, sfruttando la concomitanza con il GP del Bahrain, e avendo potuto assistere alla gara nella Green Room della redazione motori, abbiamo scambiato quattro chiacchiere con il grande “maestro” Leo Turrini.

Leo Turrini è un giornalista e opinionista televisivo nato a Sassuolo (MO) nel 1960. Sin da ragazzo si occupa principalmente di sport, arrivando a scrivere per i quotidiani Il resto del Carlino, La Nazione e Il Giorno. Nel corso della sua carriera si attesta come uno dei maggiori esperti di Formula 1 e della Ferrari. Nel 1993 ha vinto il Premio Letterario Dino Ferrari e nel 2014 il Premio Beppe Viola. Ha pubblicato le biografie di Gino Bartali, Lucio Battisti, Alberto Tomba, Michael Schumacher e Dino Ferrari. Oggi, oltre alle sopracitate collaborazioni con i giornali, in veste di opinionista è uno dei principali volti di Sky Sport F1.

Grazie alla sua gentile disponibilità, abbiamo potuto fare una lunga chiacchierata spaziando su vari temi, da quelli più legati all’attività in pista e alle prestazioni dei piloti, a quelli relativi ad aspetti regolamentari e gestionali del mondo della Formula 1, con uno sguardo anche sul possibile futuro di questo sport.

Ciao Leo, partiamo da una domanda semplice ma intrigante. Anche alla luce dell’equilibrio visto nei primi due GP, come pensi che si evolveranno quest’anno i duelli tra compagni di squadra in Mercedes e Ferrari?
“Chiaramente in Mercedes Hamilton è la divinità assoluta: ha vinto 4 campionati negli ultimi 5 anni, ha un curriculum di 74 vittorie in carriera mentre Bottas solo 5. La disparità tra i due è evidente, e non è che Bottas sia un ragazzino, è già al terzo anno in Mercedes. L’anno scorso è riuscito nell’ “impresa” di non vincere nemmeno una volta. Vediamo quest’anno: a giudicare dal GP d’Australia sembra un Bottas con una forma mentis diversa, più aggressivo e pronto a giocarsela, ma dobbiamo aspettare. In Ferrari il contesto è diverso: Leclerc è solo al secondo anno in F1, ha esordito sulla Rossa con soltanto 21 gare alle spalle. Vettel è di un’altra generazione, io l’ho visto debuttare nel 2006, 13 anni fa. Leclerc rispetto a Bottas ha l’aureola da predestinato, come dicono in Star Wars “the chosen one”, il prescelto, perché la Ferrari ha investito su di lui inserendolo nella Driver Academy sin da quando era bambino e correva ancora coi kart. A Maranello credono nelle sue doti straordinarie, che sta peraltro confermando perché mai nella storia della Ferrari uno così giovane aveva conquistato la pole position. Come si evolverà la sua relazione con Vettel è una cosa tutta da scoprire perché non sarebbe la prima volta che un grande campione viene bypassato da uno molto più giovane che si dimostra più veloce di lui.”

Soffermiamoci su colui che anche quest’anno è l’uomo da battere. Cosa ha rappresentato e cosa rappresenta tutt’oggi Lewis Hamilton per il mondo della Formula 1? Riuscirà a battere Schumacher nel numero di vittorie e titoli mondiali?
“Era marzo 2007. Ricordo che alcuni colleghi britannici ne parlavano con un entusiasmo che mi lasciava perplesso; mi chiedevo come mai stravedessero così tanto per uno che non aveva mai disputato un GP. Mi resi conto che avevano ragione. Alla prima gara in F1, a bordo della McLaren, arrivò terzo, con Raikkonen primo su Ferrari e Alonso, compagno di scuderia nonché campione del mondo in carica, secondo. A Montecarlo, invece, vinse Alonso con Hamilton secondo, ma dopo neanche metà gara Lewis via radio disse a Ron Dennis e agli ingegneri ‹‹ditegli che o va più forte o si deve spostare perché mi sta facendo andare troppo piano››; e si riferiva ad Alonso, non a un Bottas. Hamilton ha un talento naturale straordinario, è un grande campione, con una sensibilità di guida pazzesca. Secondo me ha avuto dei passaggi della carriera in cui ha buttato via delle occasioni. La macchia del suo percorso in F1 è stata farsi battere dal compagno di squadra Rosberg nel 2016; con tutto il rispetto per Nico ma è come se Schumacher avesse perso un campionato contro Barrichello. È vero che successe anche a Senna ma si trattava di Prost, un altro fenomeno. Rosberg invece ha vinto solo quel titolo. Questa cosa ad Hamilton brucia in modo spaventoso. Per quanto riguarda i record di Schumi, oggi la macchina conta per il 95%. Il valore del pilota lo vedi quando ci sono due macchine vicinissime nelle prestazioni come l’anno scorso, quando Mercedes e Ferrari sono state sullo stesso livello per almeno 14 gare: alla fine ha vinto Hamilton. Questo vuol dire che quando c’è stato da dimostrare le sue capacità lui lo ha fatto. Per battere i record del “kaiser” a Hamilton non manca molto, è abbastanza vicino. Dipende dalla concorrenza che avrà la Mercedes. In caso di altre stagioni dominanti come nel 2014, 2015 e 2016 sono certo che li batterà. Se Ferrari e forse Red Bull riescono a contrastarlo, farà più fatica. Ma lui ormai corre per quello e per arrivare a 8 titoli mondiali.”

Parliamo di un altro big del circus. Secondo te da cosa è stata dettata la scelta di Ricciardo di abbandonare la Red Bull per andare in Renault, e quali conseguenze potrà avere per la carriera dell’australiano?
“Penso che Ricciardo abbia fatto questa scelta perché non ne poteva più dei favoritismi Red Bull pro Verstappen, che non sono stati mai nemmeno tanto nascosti. Nel GP del Messico dell’anno scorso, ad esempio, il team era convinto che Verstappen facesse la pole, diventando il più giovane di sempre. Ricciardo invece l’ha battuto e al box si sono inferociti. A quel punto della stagione la decisione l’aveva già presa, ma in generale secondo me lui aveva capito che Verstappen fosse il loro “chosen one” e avrà pensato: ‹‹se le cose stanno così, meglio andare altrove››. Dire se abbia fatto la scelta giusta è un azzardo, perché Renault è un grande marchio, un grande costruttore, però negli ultimi anni non ha mai tirato fuori una macchina competitiva per il campionato. A mio parere lui ha sperato a lungo in una telefonata di Ferrari e Mercedes che evidentemente non è arrivata: in Ferrari avevano deciso di puntare su Leclerc, in Mercedes non avevano intenzione di cambiare Bottas… a quel punto se vuoi andare via dalla Red Bull, Renault sulla carta è la quarta forza. Ma per il valore del pilota (che secondo me è notevolissimo), probabilmente è finito in un team dove sarà difficile avere soddisfazioni. Poi magari Renault mi smentisce dal GP di Barcellona in poi… L’investimento della Ferrari su Leclerc, di cui parlavamo prima, Red Bull l’ha fatto su Verstappen (anche legittimamente, dal loro punto di vista). Ma Ricciardo si considera un top driver e l’idea di essere considerato sempre un ripiego non la mandava più giù, quindi è una scelta che io comprendo.”

Guardando a casa nostra invece, cosa ti aspetti dal nostro Antonio Giovinazzi?
“Innanzitutto, era un’assurdità che un paese come l’Italia non avesse da 8 anni un pilota italiano in griglia perché sì, Giovinazzi ne ha fatte un paio da sostituto di Wehrlein nel 2017 in Sauber, ma a parte quelle due uscite da quando nel 2011 non ci sono più Fisichella e Trulli, non ci sono stati più italiani in F1. Detto questo, Antonio è un ragazzo in gamba che nelle categorie minori ha fatto belle cose. Quest’anno ha la possibilità di imparare tanto da un campione come Raikkonen. Dove possa arrivare non saprei, è troppo presto per dirlo. In questi primi 2 GP Kimi è sempre arrivato nei primi 10 sia in qualifica che in gara, lui invece non ci è mai riuscito. Ma ci sta: di fatto ha cominciato adesso con l’Alfa Romeo, è bene dargli un po’ di tempo perché non si può pretendere che monti sulla macchina e ottenga subito risultati.”

Cambiamo argomento: negli ultimi anni si sta cercando sempre di più di rendere le gare appetibili per lo spettatore medio. Che idea hai in merito a questa tendenza alla spettacolarizzazione della Formula 1?
“La F1 ha la necessità di adeguare l’offerta alle nuove esigenze degli spettatori che sono alla ricerca dell’emozione. Non riguarda solo le qualifiche, ma anche i cambi del regolamento tecnico, il possibile format di gare più brevi o su 2 manche… Se uno si aspetta una F1 come la MotoGP, con sorpassi e controsorpassi, allora deve cambiare sport. Spesso sento dire ‹‹ma una volta c’erano i sorpassi…››: è una balla! Ai tempi di Senna e Prost io andavo a tutte le gare ed erano noiosissime, tanto è vero che ci ricordiamo quei 2 o 3 episodi rimasti leggenda come il duello Arnoux-Villeneuve di 40 anni fa nel luglio del ’79, quando io facevo la maturità. La F1 è sempre stata competizione tecnologica a livelli estremi. Enzo Ferrari diceva: ‹‹La F1 deve essere il pinnacolo della tecnologia dell’auto applicata alle corse››. Il “core business” non è mai stato lo spettacolo. La F1 è diversa dalle corse americane. In Usa, nella Indy Car, i telai li fa tutti la Dallara. Corrono tutti con stessa macchina. I motori sono fatti in modo da impedire che qualcuno tragga un vantaggio. Lì vige un’altra filosofia: al primo posto c’è la ricerca dell’equilibrio, può vincere anche l’ “underdog”, lo sfigato. In F1 questo non esiste, è un’altra cosa. È più noiosa? Non dico mica di no. Bisogna cercare un equilibrio tra le esigenze di un divertimento immediato e fruibile per lo spettatore, e quella che è la natura della F1. Si è arrivati a fare una stagione con solo 3 Power Unit, e questo può avere ricadute sull’industria automobilistica e sull’efficienza dei motori. Se uno vuole vedere le ruotate, allora c’è il wrestling. A me non piacerebbe una F1 con telai e motori tutti uguali.”

Concludiamo proiettandoci in avanti con un grande dilemma: credi che nel futuro della Formula 1 ci sia l’elettrico?
“È una grande questione culturale. Non so se è vero che la mobilità diventerà eco-compatibile perché persino chi ci studia sopra e ci lavora non ha certezza su problemi come smaltimento batterie e produzione dell’energia elettrica. Quello che mi chiedo è: in un mondo in cui la mobilità diventi elettrica, potranno esistere le corse in quanto tali? È una domanda che non si pone oggi ma si porrà per l’avvenire. Un’ipotesi di risposta vuole essere la Formula E, a cui quasi tutte le grandi case dell’automobile partecipano o parteciperanno. Ma ci sono ancora molte cose da verificare. Fino all’anno scorso, per esempio, i piloti di Formula E dovevano fermarsi ai box a metà gara per cambiare macchina, perché la batteria non durava abbastanza. Inoltre corrono solo su circuiti cittadini e non su quelli tradizionali. Avranno senso le corse quando ci saranno i motori elettrici? È un argomento affascinante, ma se ne occuperà la generazione dei giovani.”

Un ringraziamento speciale a Leo Turrini, al “nostro” Simone Galdi e tutta redazione di Sky Sport Motori.

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Grazie al contributo di Riccardo Quartarone

Grafica di Francesco Daniel Severi

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