Ieri, 10 Aprile 2019 è un giorno che potremmo, con un eufemismo, definire “di lutto” per lo sport in generale: un momento di tristezza e di tenerezza assoluta condito da un pizzico di nostalgia per quello che hanno rappresentato per l’NBA due mostri sacri quali i campionissimi Dirk Nowitzki e Dwyane Wade, entrambi giunti ieri sera alla fine di un’era, alla chiusura della pagina più importante del loro libro, la carriera cestistica.

Di Wunder Dirk avevamo già parlato qui, celebrando la sua grandezza nell’approfondimento a lui dedicatogli la scorsa settimana in occasione dell’ennesima (e purtroppo ultima) soddisfazione che si è tolto nella sua magnifica carriera superando Wilt Chamberlain al sesto posto della classifica dei migliori marcatori All-time.

Oggi invece, rivolgiamo le nostre attenzioni al “solo” Dwyane Wade, dal quale non potevamo esimerci nel dedicargli un focus.
Per farlo però, è necessario un passo indietro nel tempo, tornando all’inizio di tutto, agli albori della vita di The Flash.

È il 1982, i Survivor scrivono e compongono la canzone Eye of the Tiger, l’Italia vince il suo terzo mondiale calcistico, il film di Steven Spielberg ET l’extraterrestre esce al cinema ed un certo Dwyane Tyrone Wade nasce nella Chicago dei sobborghi criminali ed allo stesso tempo del nuovo boom economico statunitense degli anni 80′.

Ma è proprio un caso la coincidenza di tutti questi eventi nello stesso anno?
Noi pensiamo proprio di no.

Di fatto ricollegando tutti i maggiori eventi di quel lontano quanto vicino 1982 al protagonista assoluto della Miami NBA degli ultimi due decenni (non ce ne voglia per Lebron ma se a Miami c’è  da scegliere un idolo quello è proprio Dwyane) possiamo ricomporre il puzzle delle caratteristiche e della personalità di questo giocatore immenso.

Wade lo possiamo vedere come “l’Extraterrestre dagli occhi di tigre”, assetato di vittorie e vincente (come la nostra cara Italia dell’82), ossessionato dalla cura maniacale dei suoi movimenti in campo, emblema e simbolo del nuovo e secondo boom NBA degli anni 2000 dopo quello degli anni 90′ dei tempi di Jordan.

Tutte caratteristiche ed attributi che gli permettono di essere inserito di diritto tra i Cleaner per eccellenza che questo sport abbia mai avuto (per chi non avesse idea di chi è un Cleaner, lettura consigliata del libro Relentless di Tim Groover, Mental Coach dello stesso Wade o la lettura del nostro articolo precedente su Steph Curry per una breve sintesi in cui analizziamo anche la figura del Cleaner).

Un vincente nello sport come nella vita. È quello che infatti possiamo notare da questo video tributo strappalacrime pubblicato l’altro ieri in suo onore, per celebrarlo ancora di più, per venerarlo come solo i veri Dei si meritano.

Un Dio o forse semplicemente un essere umano con le ali in grado di volare verso traguardi inimmaginabili: 13 apparizioni all’All Star Game e 3 titoli NBA con i Miami Heat, squadra che lo scelse al Draft 2003 come quinta scelta assoluta dietro giocatori del calibro di Lebron James, Carmelo Anthony, Chris Bosh e Darko Milicic (tutti in grado di regalarci emozioni uniche nel parquet).
Un numero, il 3, ricorrente nella sua carriera, e che non a caso è sempre stato quello che ha portato nella sua casacca in campo e che, anche per questo, l’ha reso unico.

Ma Wade è un giocatore unico nel suo genere, anche perchè è stato tenace nonostante fosse reduce da un passato difficile, con la madre caduta in depressione sotto l’abuso di alcool e droghe quando Dwyane era ancora piccolino, e dunque con una vita da riscattare.
Un campione che quindi ha applicato le regole e le lezioni della vita imparate in strada, a casa col padre ed al College, per potere proseguire ed inseguire il sogno, condiviso pure col fratellastro maggiore Demetris, di diventare un cestista affermato.

Wade in NCAA con i Marquette G. Eagles

Sogno che diventerà piano piano realtà grazie alla tenacia, alla grinta, alla cura dei particolari ed alla gestione della pressione e delle avversità. Di fatto Wade col tempo si affermerà come uno One-on-One Player tra i migliori di sempre e sarà in grado di risaltare in ogni Final NBA disputata (basti ricordare che è la guardia con più stoppate nella storia dei Playoffs).

Playoffs e Finals dove lascerà in campo più volte oltre al sudore anche il cuore, subendo allo stesso tempo qualche acciacco fisico di troppo. Problemi fisici che lo costringeranno, per esempio, a perdere 62 matches nelle stagioni 2006/07 e 2007/08 e che gli varranno l’etichetta gratuita della stampa di bollito.

Ma il definito, ingenuamente a dir poco, “bollito” si farà valere nuovamente, e dopo le finals NBA vinte nel 2006 (con il titolo di MVP guadagnato) porterà a Miami altri due successi nel 2012 e 2013 con i compagni Chris Bosh e Lebron James con cui formerà il fenomenale Big Three.

Non a caso diventerà il miglior marcatore di sempre della storia degli Heat e il suo nome riecheggerà all’American Airlines Arena per sempre, proprio come ci fa sentire/provare questo spot pubblicitario, realizzato da Dwyane per Converse nel 2007 e riprodotto fedelmente dal figlio Zaire in suo onore per celebrare l’addio al basket del suo papà.

Dopo le parentesi poco fortunate a Chicago prima, dove cercherà di far riemergere la squadra della sua città natale per cui il suo cuore ha sempre battuto, e a Cleveland poi al fianco dell’amatissimo compagno di sempre ed amico Lebron, Dwyane tornerà a Miami nel 2018 in vista della sua ultima stagione nel parquet che conta.

Una stagione condita da alti e bassi, sia personali che di squadra, con gli Heat che non riusciranno a qualificarsi per i Playoffs ma che si coccoleranno il loro ultimo diamante grezzo, il fiore all’occhiello che ogni franchigia vorrebbe venerare e ricordare negli annuali della propria storia.
Un giocatore, un uomo, un campione, una leggenda in grado di lasciare un vuoto incolmabile dietro di lui, capace di attrarre tra il pubblico di Brooklyn della sua ultima apparizione in NBA personalità e mostri sacri del calibro di Lebron James, Chris Paul e Carmelo Anthony, gli amici del Banana Boat (in onore della foto scattata insieme su un bananone galleggiante durante le vacanze estive del 2015).

E allora come dice Jay-Z nella sua canzone di successo internazionale Empire State Of Mind If Jesus payin’ Lebron, I’m payin’ Dwyane Wade (Se Gesù paga/prende Lebron io pago Dwayne Wade), è chiaro a tutti che The Flash non è secondo a nessuno.

Perciò salutare con stile così come ha fatto Dwyane stanotte con una tripla doppia da 25 punti, 11 rimbalzi e 10 assist non è da tutti e l’hashtag che gli si addice nei social per salutarlo è tutt’altro che casuale.
#BiggerthanBasketball, From Robbins Illinois, grazie di tutto Dwyane Wade!

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