Premessa: sono cresciuto accanto a Ponte Morandi. Letteralmente. La mia famiglia risiede a Sampierdarena, a sud della zona rossa, fin dagli anni ’60. Ho abitato in via Walter Fillak per oltre 15 anni. Adesso che il lavoro e la vita mi portano distante, torno ancora per visitare i miei cari, sempre lì di fronte a quella grande lettera A senz’anima.

Ponte Morandi, Genova

Volevo scrivere del derby della Lanterna, Sampdoria contro Genoa, in programma domenica 14 aprile. Rileggendo la data sul calendario ho sentito un brivido su quelle due cifre: 14, com’era il 14 agosto, il giorno del crollo del viadotto Polcevera. Tutto ha preso un senso diverso. Il ricordo delle vittime è sempre la prima cosa a cui penso, prima di dire per la milionesima volta a me stesso: “ci potevo essere, ci sono stato anch’io”. Le loro anime e le nostre, fuse nel dolore.

Noi genovesi siamo andati avanti, nello sgomento. Si è già giocato un derby ad inizio novembre e posso testimoniare un clima forse più raccolto, ma comunque caloroso. Non è solo una partita di calcio, non lo è mai stata e anche domenica non verrà meno il tifo. Non si potrà fare a meno di sostenere i propri colori, siano essi blucerchiati o rossoblu. Nemmeno si potrà rinnegare l’appartenenza alla città ferita, ingolfata eppure orgogliosa, che ancora stenta a risalire da quel fosso di cemento in cui è sprofondata. Due ore prima di tornare, felici o delusi, a fare i conti con la realtà del Morandi.

Ogni volta che sento quella parola si apre un’altra voragine.

Ponte Morandi, nelle domande irrisolte affidate alla magistratura.

Ponte Morandi nella battaglia politica e istituzionale. Una sofferenza moltiplicata da certe inutili polemiche.

Ponte Morandi, che c’è ancora, ma non tutto e che poco a poco viene cancellato.

Ponte Morandi che cuciva due sponde: troppo facile pensare a Samp e Genoa, una metafora calcistica pubblicata sotto forma di vignetta sull’onda dell’emozione. Sbagliato.

Samp e Genoa sono appartenenze diverse, ben definite, aliene tra loro e non unificabili. Ponte Morandi non univa questi club e i loro tifosi, teneva insieme molto di più. Era l’illusione di una città esplosa nei mitici 60 e lentamente implosa, fino a quel dannato 14 agosto 2018. Una città vertice del triangolo industriale, pronta allo sviluppo e al progresso. L’assenza del Morandi non è solo un banale problema di traffico. E’ il vuoto di un’esistenza, la perdita di un affetto, lo smarrimento verso il futuro.

Mi manca ponte Morandi ben al di là della viabilità urbana e dei disagi. Guardarlo oggi è una sofferenza che fa chiudere gli occhi, sapendo di non potere, di non dovere.

Chiedo due ore di derby per soffrire su un altro registro, in un altro contesto, chiuso il quale saprò che ci sarà ancora un altro derby, un altro giorno. E torneremo a casa felici o delusi, amici e rivali.

I capitani Criscito e Quagliarella

Il viadotto no, quello non tornerà. Ne costruiranno un altro, ma la dimensione parallela in cui ci ha scaraventato non è afferente al pallone.

Penso al derby e mi viene in mente il ponte. Quanto è fortunata la dimensione calcistica: ogni anno poter ricominciare, una stagione nuova e le sue speranze da cullare in estate, i suoi frutti da raccogliere in primavera.

A Genova vorremmo tornare a soffrire solo per quello.

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