Iqbal Masih era un bambino pakistano che lavorava come tessitore in una fabbrica di tappeti, in condizioni estreme, vessato e malnutrito. La sua attività di sindacalista e attivista per i diritti dei minori sensibilizzò l’opinione pubblica e scatenò un intenso dibattito a livello internazionale in merito ai diritti negati dei bambini lavoratori pakistani. Fu assassinato in circostanze misteriose il 16 aprile 1995, giorno di Pasqua, all’età di 12 anni, assurgendo a vero e proprio simbolo della lotta allo sfruttamento minorile.

Il 18 aprile 1999, a quattro anni di distanza dalla morte, ha luogo sui campi di Serie A e Serie B una manifestazione intitolata al piccolo eroe: “Un Goal per Iqbal”. Prima delle partite, si svolgono alcuni rapidi match tra i ragazzini delle scuole elementari che hanno aderito alla giornata di sensibilizzazione. Tra queste, anche la mia.

Quel giorno, allo Stadio Bentegodi, si affrontano ChievoVerona e Ravenna, incontro valevole per il campionato di Serie B 1998/99. Dopo il nostro veloce impegno, tutti elettrizzati, ci accomodiamo in tribuna per assistere alla partita. Ma le nostre aspettative rimangono ben presto deluse.

Davanti a poco più di 2000 anime, nel silenzio tombale dello stadio, Chievo e Ravenna pareggiano 1-1 un match di rara bruttezza. Il campionato si chiude con una serena salvezza, mentre, dall’altra parte della città, l’Hellas festeggia un’esaltante promozione nella massima serie.

Da quegli anni, l’universo del calcio veronese si è completamente capovolto, le gerarchie rovesciate. Ma allora le cose stavano così: il Verona in auge, lo stadio pieno, il tifo caloroso e passionale; il Chievo in sordina, protagonista di poche esaltanti stagioni di metà classifica nel deserto di un Bentegodi che una squadra, espressione di un quartiere, non riesce proprio a riempire. Eccezion fatta per gli exploit delle promozioni, l’ultima delle quali ha avuto luogo solo qualche anno prima.

Il 29 maggio 1994, il Chievo allenato da Alberto Malesani, seguito da oltre 4000 sostenitori, vince 2-1 in casa della Carrarese e conquista una storica promozione in Serie B. L’anno seguente, avrà luogo il primo derby della città scaligera.

All’inizio del video, Malesani mostra già i primi segnali di una “instabilità” che poi, veicolata da YouTube, l’ha reso celebre nel mondo

Seguono 7 campionati nella serie cadetta, tra salvezze sofferte e promozioni solo sfiorate. Ma il piccolo Chievo, nel calcio dei grandi, dimostra di poterci stare. C’è anche un lusinghiero 0-0 strappato alla Juventus in Coppa Italia.

Nell’estate del 2000 viene ingaggiato, come nuovo allenatore della squadra clivense, un friulano di Aquileia, sguardo bonario e parlata sciolta: Luigi Del Neri. Il suo 4-4-2 sembra riavvolgere il nastro del calcio italiano, riportandolo indietro di qualche lustro: pressing asfissiante, squadra cortissima, gioco sugli esterni, applicazione maniacale della tattica del fuorigioco.

Il Chievo conduce un campionato di vertice, mettendo in mostra un gioco spumeggiante e tenendo testa ad ogni più quotata rivale, Samp e Torino in primis. E il 3 giugno del 2001, con il successo casalingo sulla Salernitana, la storia si compie: la squadra di quartiere è in Serie A, i mussi hanno cominciato a volare. Adesso è arrivato il momento del derby nella massima serie.

Il 18 novembre, Verona è vestita a festa, il Bentegodi gremito: il Chievo parte alla grande, va sul doppio vantaggio grazie all’allora Eriberto e ad Eugenio Corini, ma l’Hellas ribalta tutto con Oddo, una tragicomica autorete di Salvatore Lanna e il sigillo finale di Mauro German Camoranesi. Tempi magnifici in riva all’Adige, tempi di giocatori straordinari e sfide epiche.

Ma nonostante la sconfitta, i gialloblu di Del Neri sono in testa alla graduatoria. Ed è lì che stazioneranno per gran parte della stagione. Due ali funamboliche come Manfredini e Luciano, forse i giocatori simbolo di quella splendida squadra; gli inserimenti di Simone Perrotta, futuro campione del mondo; il fosforo di Corini in regia; una coppia d’attacco perfettamente assortita come quella formata da Corradi e Marazzina. I singoli al servizio del collettivo, pronti a valorizzarlo e ad esaltarlo.

Il piccolo Chievo fa divertire l’Italia: bel gioco, vittorie, una società seria e ben strutturata, una tifoseria corretta e rispettosa. I giornalisti accorrono da ogni parte del mondo, c’è una grande favola da raccontare. Ed un Bentegodi esaurito in ogni occasione è lì a testimoniarlo.

Gli anni successivi portano la squadra della Diga a confermarsi stabilmente nell’élite del calcio italiano: grandi campioni come Bierhoff e Marchegiani arrivano a vestire la casacca gialloblu, senza dimenticare i futuri iridati Barzagli e Barone. Si contano anche due partecipazioni alle coppe europee, entrambe sfortunate: in Coppa UEFA, nel 2002, i gialloblu si arrendono alla Stella Rossa, mentre nel 2006, ai preliminari di Champions (raggiunti in seguito ai fatti di Calciopoli) è il Levski Sofia ad avere la meglio.

Al termine della stagione 2006/2007, dopo la sconfitta dell’ultima giornata contro il Catania, sul neutro di Bologna, arriva una drammatica retrocessione, la prima del Chievo. Ma la società è solida, la squadra è forte, e l’anno successivo i gialloblu, guidati in panchina da Beppe Iachini e trascinati dai gol di Sergio Pellissier, vincono il campionato di Serie B e ottengono un’immediata risalita.

Da lì in poi il ChievoVerona si assesta al centro della classifica. Campionati monotoni e salvezze tranquille, salvo alcune eccezioni. Pochi guizzi, rare emozioni.

Il Bentegodi piano piano si spopola, tornando a riempirsi solo in occasione dei big match. L’Hellas torna in Serie A e ristabilisce, almeno per qualche anno, le gerarchie perdute. Al Chievo resta una base di tifosi integerrima, solida e stabile, ma che non può che essere quella di una squadra di quartiere. La metà composta e posata del calcio in città, a fare da contraltare al vicino più numeroso, passionale e rumoroso.

Come in un ripetersi ciclico della storia, passati gli anni della sbornia, attorno al Chievo tornano a svilupparsi disinteresse e indifferenza, come in quei duri anni ’90 in Serie B, come in quel triste pomeriggio di aprile del 1999, dedicato ad un piccole eroe pakistano.

La storia recente parla di un torbido caso di plusvalenze fittizie, con una penalizzazione di 3 punti da cui la squadra non si è mai ripresa, finendo inesorabilmente in quella Serie B che mancava da 11 stagioni. La sconfitta per 3-1 contro il Napoli condanna Pellissier e compagni alla retrocessione matematica. Proprio lui, Sergio Pellissier, che in questa settimana ha superato la soglia dei 40 anni e che fino alla fine ha provato in tutti i modi a salvare la squadra che l’ha fatto diventare Grande: 17 stagioni, 139 gol, primatista di presenze con il Chievo e giocatore più anziano a segnare con il Club.

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In questa foto c’è tutta la rabbia che ho in questo momento. Un estate pesante con il problema plusvalenze, un inizio di stagione da dimenticare e per dire che non c’è mai fine al peggio le dimissioni di un mister che dal primo momento che è arrivato se ne voleva gia andare. Pazzesco!!! In 22 stagioni da professionista pensavo di aver visto tutto ma sono costretto ad ammettere che c’è sempre qualcosa di nuovo. Comunque al Chievo siamo abituati ad essere sempre in difficoltà e ne usciremo a testa alta alla faccia di tutti quelli che in questo momento si stanno divertendo alle nostre spalle. Non si può ottenere qualcosa nella vita senza lottare non ci sarebbe gusto no? Ripartiamo ancora da zero e questa volta saremo ancora più forti 👍. Chi ama questa squadra non la può abbandonare solamente perché le cose vanno male, non è così che si fa, non fate come Ventura, si vince e si perde insieme come deve essere in una squadra. Mai mollare fino alla fine 😉 #chievobologna #campionato #seriea #pareggio #lottare #nonmollaremai #uomini #coraggio #personalità

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Qui, tutta la sua rabbia dopo le dimissioni di Ventura. Parole di un uomo ferito, un uomo che ha dedicato gran parte della propria carriera alla causa dei gialloblu della Diga. Perché sarà pur vero che la favola non esiste più, ma il Chievo, riprendendo le parole del capitano, è sempre qualcosa per cui vale la pena lottare.

”Smettere di giocare? Non ci penso nemmeno.” Con ogni probabilità Sergio giocherà un’altra stagione con i gialloblu, in Serie B, provando, ancora una volta, a regalare un sogno a quei “pochi tifosi” che in questa stagione hanno vissuto un incubo.

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