Con la fine del primo giro di partite e l’inizio delle prime gare 2, pur essendo ovviamente prematuro fare pronostici o delineare un possibile tabellone delle finali, qualche spunto interessante si può già cogliere, nonchè valutare quali possono essere le eventuali sorprese e se qualche sfida ha concrete possibilità di upset (ossia l’eventualità in cui la squadra peggio qualificata elimini l’altra contendente).

In attesa di vedere se i pronostici saranno rispettati, se si verificheranno ribaltoni come la vittoria esterna di San Antonio su Denver, una sfida molto affascinante su cui concentrarsi approfittando anche del fatto di aver già visto gara 2, che ha riportato in parità la situazione, è quella tra i Philadelphia 76ers (testa di serie n°3) e Brooklyn Nets (testa di serie n°6).

1-1 dopo la seconda partita in casa Sixers, dicevamo, e già qui possiamo capire come il fattore campo non sia una scienza esatta, con Brooklyn vincente in gara 1 e recuperato dai padroni di casa la scorsa notte. Una parita che riporterà a New York una sfida in inaspettato equilibrio, se pensiamo a come le due squadre si presentavano alla post season: Philadelphia infatti, arrivava sulla carta come una seria contender quantomeno per l’East conference, mentre per i Nets già la qualificazione ai playoff è da considerarsi un successo.

Gli obiettivi prefissati dalle due franchigie sono evidenti scorrendo i rispettivi roster: in Pennsylvenia infatti, completato il process che voleva portare i giovani come Embiid e Simmons ad essere riconosciuti tra le All Star NBA e sacrificate varie scelte future per inserire in squadra campioni pronti come Jimmy Butler e Tobias Harris, appare chiaro come l’idea sia di vincere subito: se non l’anello almeno la conference. Al contrario invece, dalle parti del Barclays Center, non sembrava questa la stagione giusta per un ritorno al post season, poichè la rosa pareva composta da onesti mestieranti e da giovani ancora troppo acerbi per ambire a qualche traguardo. Tuttavia, proprio da uno di questi giovani è nata la sorpresa Brooklyn, che si è ritrovata un patrimonio enorme in casa: D’Angelo Russell, arrivato la scorsa stagione via Lakers ed esploso definitivamente in questa Regular Season, in cui è arrivata anche la chiamata per l’All Star Game.

Proprio dal confronto fra i due giovani playmaker passa una delle chiavi di lettura della sfida, in quanto diametralmente opposti sia per personalità all’interno della squadra che a livello tecnico.

Partiamo da Ben Simmons. Selezionato come prima scelta assoluta nel 2016 e rimasto ai box per infortunio per tutta la prima stagione, diventa protagonista nella successiva, in cui viene eletto Rookie of the Year 2018 grazie alle ottime prestazioni condite da ben 12 triple doppie e le semifinali di conference raggiunte con la franchigia guidata da coach Brown. Gran passatore, buonissimo (a livello di guardie) nel gioco in verticale, ha nel tiro dalla media e lunga distanza il suo tallone d’achille.

Playmaker più moderno l’ex Ohio State. Selezionato come seconda scelta assoluta nel 2015, dimostra già dalla prima stagione di essere un buonissimo talento, pur limitato da una certa immaturità dentro e fuori dal parquet, da alcuni infortuni alla sua seconda stagione nonchè dalla pochezza dei Lakers di quel biennio. Ciò non gli impedisce di essere convocato per due Rising Stars Challenge (l’evento dell’All star week riservato ai migliori Rookie). Ceduto ai Nets nel 2017, esplode definitivamente quest’anno, dove si impone come eccellente tiratore e giocatore offensivo a tutto tondo, pur se carente in penetrazione rispetto all’australiano, ma utile anche sul perimetro grazie all’abilità di rubapalloni.

Non si può, e non sarebbe giusto in un’analisi più oggettiva possibile dire se e chi dei due classe ’96 sia più forte attualmente, ma si può contestualizzare il gioco all’interno delle rispettive squadre per cercare di evidenziarne i pregi e, soprattutto, le mancanze.

Simmons fa sicuramente della completezza e della fisicità i punti di forza del suo gioco, ma si muove in un meccanismo di gioco dove gran parte dei possessi passano anche per le mani di quello che è probabilmente il miglior centro dell’intera lega (Joel Embiid). Questo potrebbe limitarne la crescita a livello di personalità pura ed apre un altro interrogativo: un giocatore quasi monotematico in fase di attacco e molto restìo a prendersi tiri lontano dal pitturato, risulterebbe una star anche lontano da Philadelphia? Il punto interrogativo è enorme perchè la grande lacuna dell’australiano, il tiro appunto, in due anni ad alti livelli non è stato aggiustato.

Per quanto riguarda D’Angelo invece vale il discorso opposto: ha disputato una stagione con numeri importanti, tira bene da varie distanze e prendendosi la squadra sulle spalle al bisogno. Il punto è proprio quello: Brooklyn pare dipendente dal suo All Star, ma se la cosa fosse reciproca? Il punto è che in assenza di pressioni come nell’ambiente attuale il carattere fumantino che lo limitò ai Lakers sembra essersi smussato, ma è maturazione definitiva o rischia di essere un fuoco di paglia?

Per entrambi vale comunque una conclusione comune: ci troviamo davanti a due che hanno le carte in regola per essere tra le All Star di un futuro prossimo. Appuntamento al Barclays Center per le prossime gare della serie più interessante di questi playoff, godendoci due modi così diversi di interpretare il ruolo di point guard.

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here