La data era il 5 novembre 2016. Il luogo era il Soldier Field di Chicago. Gli spettatori erano 60mila. L’Irlanda di Joe Schmidt scrive la storia. Gli All Blacks vengono battuti dopo 111 anni di vittorie ai danni degli irlandesi.

“Ci hanno messo sotto pressione e meritato la vittoria. Non cerchiamo scuse negli infortunati – ha detto il Ct Steve Hansen ha vinto la squadra migliore. Gli irlandesi hanno giocato molto bene e complimenti a loro.”

I marziani, quelli che non perdono mai, scendono tra i mortali. La vittoria dell’Irlanda non è una casualità ma, come dice Hansen, hanno vinto i migliori. D’altronde il rugby è uno sport giocato da umani, 15 contro 15, in un campo di erba. La fatica la sentono anche loro, la pressione pure. In quegli 80 minuti di gioco l’Irlanda ha messo in pratica un’insieme di fattori positivi che derivano da un’organizzazione complessa che funziona alla perfezione da anni.

Dal 2005 l’Isola Smerlalda può vantare 6 vittorie della Champions Cup (2 Muster e 4 Leinster) e 3 trionfi nel Sei Nazioni (2014, 2015, 2018). La Nazionale è solo un cerchio in cui si riuniscono tutti i talenti che emergono dai campi del college o dalle scuole di rugby. Ragazzi con la voglia di emergere e di dare l’anima per il proprio Paese. Figuriamoci di fronte ai campioni del mondo, mai battuti in più di 100 anni di storia, come dev’essere stato il livello di adrenalina.

La crescita esponenziale degli Irlandesi, ora allenati da Martin O’Neill, li ha portati fino al secondo posto del ranking mondiale. Sabato prossimo andrà in scena l’attesissima sfida tra le prime della classe. In palio non c’è il primo posto nel ranking (gli All Blacks sono troppo staccati), ma c’è tanta voglia di dimostrare di essere i migliori. L’Irlanda, dopo il 2016, vuole riscrivere la storia della propria Nazione. La Nuova Zelanda, ancora una volta, vuole dimostrare che nel mondo del rugby comandano i “tutti neri”.

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here