Sono entusiasta all’idea di giocare con Ben e Joel. Suona proprio bene. L’obiettivo è vincere il titolo. Si gioca per quello, e per nient’altro”. Queste le parole con cui Jimmy Butler si è presentato a Philadelphia, dopo la trade con i Minnesota Timberwolves.
Con l’arrivo del quattro volte All-Star il GM Elton Brand va quindi a formare la propria versione dei Big Three: una configurazione che da AllenGarnettPierce nei Celtics, passando per JamesWadeBosh a Miami per arrivare a JamesIrvingLove a Cleveland, ha portato grandi soddisfazioni alle franchigie che l’hanno adottata.
Il Process dei 76ers entra così in una nuova fase: nella città dell’amore fraterno si va all-in o quasi, puntando al bersaglio grosso.

Le ultime stagioni sono state per Philadelphia un lungo e paziente lavoro di ricostruzione: sotto la gestione visionaria –  e per certi versi spregiudicata – del GM Sam Hinkie, a Philly si è essenzialmente giocato per perdere. Il complicato sistema del Draft infatti è basato, tra gli altri, su un principio: favorire le squadre con i peggiori record stagionali, in termini di vittorie/sconfitte, garantendo loro maggiori probabilità di avere le primissime scelte della Lottery. In linea teorica questo permette alle franchigie meno attrezzate di scegliere i migliori prospetti provenienti dal College.

Philadelphia ha così vissuto, scientificamente, annate sportivamente da incubo: 19 vinte contro 63 perse nel 2013-2014, 18-64 la stagione successiva, fino alle sole 10 vittorie del 2015-2016. In quegli anni Hinkie, grazie a questi risultati e a complessi scambi, si è garantito sempre scelte altissime al Draft. Ma anche le ire della Lega, non contenta – per questioni d’immagine e appeal televisivo – di avere, a spasso per gli States, una franchigia che non ha alcuna intenzione di scendere in campo per vincere. Hinkie è stato così costretto, nell’aprile 2016, alle dimissioni: sacrificato sull’altare del suo stesso Process.

Il sistema messo in atto dall’ex GM ha portato i frutti sperati: negli anni, sono approdati alla corte di coach Brett Brown numerosi grandi talenti – alcuni poi rivelatisi però cocenti delusioni – come Michael Carter-Williams, Jahlil Okafor, Dario Šarić, Markelle Fultz. Soprattutto, il magnifico centro di origine camerunense Joel Embiid – autoproclamatosi The Process – attuale uomo franchigia e serio candidato al titolo di MVP 2018-2019, e la point guard – con un fisico da ala grande – Ben Simmons, giocatore da quasi tripla-doppia di media e Rookie dell’anno nella passata stagione.
E proprio la stagione 2017-2018 è stata per i 76ers quella del cambio di marcia: 52 vittorie in regular season – delle quali sedici consecutive in un entusiasmante finale – e terzo posto nella Eastern Conference, davanti ai Cavs di LeBron. Ai play-off vittoria agevole nel primo turno su Miami, prima di fermarsi in semifinale di fronte ai Celtics, macchina perfetta di coach Stevens.

In estate Philadelphia ha provato in ogni modo a fare un ulteriore passo avanti, aggiungendo quel tassello capace di portare la squadra a giocarsi l’anello. Complice però il pasticcio che ha visto coinvolto il GM Bryan Colangelo – che si è scoperto essere direttamente legato a numerosi account Twitter attraverso il quale venivano svelati retroscena e mosse pesanti accuse a giocatori e coach dei Sixers – l’obiettivo è stato mancato. LeBron ha scelto i Lakers, Paul George è rimasto a Oklahoma, per Kawhi Leonard gli Spurs hanno preferito il pacchetto offerto da Toronto – che ha portato DeMar DeRozan in Texas – in luogo di quello dei 76ers, i quali mettevano sul piatto l’incompiuto Fultz.

Ecco perché quando in autunno si è materializzata l’occasione di arrivare a Butler, separato in casa a Minnesota fin dal primo giorno di training camp, il nuovo GM Elton Brand non ha avuto esitazioni. Lo scambio per mettere le mani sul 29enne ex-Bulls non è stato certamente indolore: ai Timberwolves sono infatti passati Šarić e Convington, due titolari. Ma in una Lega fortemente basata sullo star power come la NBA, Brand non poteva rinunciare alla possibilità di prendere uno come Butler.
Philly perde due giocatori di sistema, nonché due buoni tiratori dal perimetro, vedendo ridursi ulteriormente le proprie rotazioni – Šarić aveva talvolta anche il compito di far rifiatare Embiid – e le proprie spaziature offensive, già fortemente intaccate dalla partenza estiva di Belinelli e İlyasova.

Ma guadagna una stella di primaria grandezza nella Lega, un agonista feroce su entrambi i lati del campo, capace di prendersi tiri decisivi come di difendere efficacemente sull’avversario più pericoloso. Un leader carismatico che, giunto alla soglia dei 30 anni, vuole soprattutto vincere. Un esempio? Hornets76ers di qualche giorno fa. Ultimi secondi dell’overtime: Butler stoppa pulito, con recupero, lo scatenato Kemba Walker poi, dall’altra parte del campo, segna il tiro della vittoria. Se il buongiorno si vede dal mattino..

Philadelphia è ora da titolo? Probabilmente non ancora, per quanto con l’arrivo di Butler sia sicuramente in grado di contendere la supremazia sull’Est ai Celtics di Irving, ai Raptors di Leonard e ai sorprendenti Bucks del fenomenale Giannīs Antetokounmpo.
Restano alcuni punti aperti: Simmons, nonostante un’estate di lavoro, non è arrivato a costruirsi uno jump shot credibile. E peggio va con il tiro dall’arco: dopo gli undici tentativi – tutti a vuoto – della scorsa stagione, in quella attuale il giovane australiano è ancora fermo a zero. Butler è un buon tiratore da fuori – 34% la sua media realizzativa in carriera nel tiro da 3 – ma su poco più di tre tiri presi a partita. Šarić e Covington in questo primo scorcio di stagione mettevano insieme invece 11 tentativi. In questo fondamentale quindi, Butler potrà solo parzialmente rimpiazzare l’apporto dei due: il meglio del suo gioco arriva infatti dalla media distanza, dal pick and roll o da penetrazioni palla in mano.

La sensazione è che i Sixers dovranno provare a completare l’opera: magari cedendo l’equivoco Fultz, per quanto il suo valore sia attualmente – per forza di cose – molto basso, provando ad arrivare a qualche specialista come Kyle Korver. Role players esperti e pronti all’uso, da affiancare al trio di fenomeni per tentare di fare ciò che Allen Iverson nel 2001 ha solo sfiorato: vincere l’anello.

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