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C’è un osservatorio meteorologico in Provenza, un luogo molto toccante, che fa venire un certo magone e che fa riflettere. Fa riflettere perché, guardando in basso la vista incontra il Mont Ventoux, un monte che unisce sadismo a masochismo. Ma d’altronde, per entrare nella leggenda del ciclismo bisogna essere un po’ sadici ed un po’ masochisti.

Il “monte ventoso” è uno dei punti storici del Tour de France, uno di quei monti che assieme all’Aubisque, il Galibier, il Tourmalet e l’Alpe d’Huez hanno segnato le pagine più importanti della Grande Boucle che infatti sono classificate come Hors Catégorie (fuori categoria, ossia il livello più alto di difficoltà).

Una delle differenze storiche tra il Tour ed il Giro (tralasciando per ora la Vuelta) è sempre stata la diversità delle tappe montuose, lunghissime e con pendenze leggermente più lievi in Francia, in particolare sui Pirenei, pendenze durissime ma con chilometraggio inferiore in Italia.

Il Mont Ventoux di “francese” però ha solo il nome: 15 km di inferno al 7,7% di pendenza media con punte del 20, non esattamente una salita soft, anzi, uno dei peggiori posti per un ciclista.

Tuttavia, se un appassionato di ciclismo leggesse questi numeri penserebbe di sicuro ad una montagna ostica ma non impossibile, c’è di peggio insomma.

E allora, cos’è che rende il Ventoux un’impresa eroica? Premessa, il Tour si corre in luglio e questa tappa tendenzialmente viene posizionata verso la seconda o terza settimana quindi nel bel mezzo del mese più caldo dell’anno. Già da questo dato si potrebbe ipotizzare il problema ma non finisce qui.

In quei 15 km, a causa della vegetazione quasi inesistente, non c’è ombra, una scalata tutta al sole, motivo per il quale è stato soprannominato “monte calvo”. La vegetazione scarsa e il vento fortissimo per buona parte della scalata contrario rende la respirazione molto complicata, una rarefazione dell’ossigeno insopportabile per i più.

Caldo, mancanza di ossigeno e assenza di ombra, nel 1967 hanno portato alla morte del mitico britannico Tommy Simpson, campione del Mondo nel 1965 e vincitore di tre Classiche Monumento (Fiandre, Sanremo e Lombardia).

L’ascesa del Ventoux è stata percorsa sedici volte, dieci delle quali con arrivo in sommità. Arrivò che ha visto alzare le braccia al cielo campioni del calibro di Froome, Virenque, Poulidor ed il più grande di sempre Eddy Merckx.

Ma al Mont Ventoux sarà associato per sempre un unico nome, l’unico ciclista che oltre ad emozionare per le sue gesta sportive è entrato nei cuori della gente, di tutta la gente, come se fosse un amico d’infanzia. Quell’uomo è Marco Pantani, il Pirata.

Non ci soffermeremo sull’ascesa del pirata nel 2000 perché essendo una delle più grandi imprese sportive dedicheremo un articolo ad hoc.

Prossimo capitolo della rubrica: il Muro di Huy

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