Per un amante del ciclismo è sempre difficile parlare di doping, la più grande piaga di questo sport che negli ultimi anni ha divorato e fatto implodere un sistema. Il doping è stato (perché ci si dopava già dagli anni Sessanta), è e sarà sempre la deriva di uno sport storico, tanto affascinante quanto oscuro, tanto eroico quanto a volte falso.
Non c’è alcun dubbio sul fatto che i ciclisti siano, dagli anni Ottanta, i capri espiatori, perché è assai facile e risaputo l’utilizzo diffuso di sostanze illecite in questa disciplina, dagli steroidi anabolizzanti, all’ormone della crescita (o GH) con funzione anabolica, fino all’eritropoietina volgarmente chiamata EPO, in tutti i suoi sviluppi

L’appassionato lo sa, cerca di non pensarci ma lo sa. È come quando si guarda un film fantasy che rappresenta le gesta eroiche di un personaggio, tutti sappiamo che è solo un film ma sorvoliamo per goderci lo spettacolo… o almeno questa è la giustificazione che tantissime persone si danno, in un limbo tra l’essere sconsolati ed il non volersi rassegnare alla realtà. L’amante del ciclismo sa anche che lo scandalo di doping prima o poi arriva, inesorabile. Possono passare giorni, mesi o anni, ma alla fine ritorna.

Il primo caso ufficiale si verificò ai Giochi Olimpici di Roma 1960 quando il ciclista danese Knud Jensen morì durante la 100 chilometri a squadre. I medici dall’autopsia verificarono una presenza di stimolanti che causarono il decesso (per overdose) dell’atleta.

L’ultimo di questi scandali ha del tragicomico, ma il “comico” c’è solo perché ormai non vale più la pena avvelenarsi l’anima. Carl Grove, ultranovantenne statunitense, è stato trovato positivo ad uno steroide anabolizzante dall’agenzia antidoping USADA durante il campionato U.S.A. categoria 90-94 anni.

Come può non essere grottesca una situazione del genere?

Ma nella storia di questo sport sono stati tanti, troppi, i casi, alcuni passati in sordina e altri che hanno avuto un impatto mediatico clamoroso. In questo articolo ne citeremo qualcuno, passando dai drammi dei nostri colori fino al più grande scandalo degli anni Duemila, consci del fatto che per un’analisi sulla storia del doping servirebbe decine di libri.

Abbiamo già parlato in un altro articolo di Floyd Landis, ma quando si parla di Landis non si può non tirare in ballo il nome dell’autore del più grande inganno del ciclismo: Lance Armstrong. La storia dello statunitense non ha eguali nella storia vittima di un tumore ai testicoli dovette sottoporsi a chemioterapia dopo la vittoria del mondiale di Oslo 1993.
Per anni Armstrong nascose l’assunzione di farmaci dopanti con la scusa della passata malattia, diventando un paladino mondiale, icona di resilienza in tutto il mondo… quando, in realtà, dal nativo di Austin da imparare c’è davvero poco.
Per diventare l’eroe di cui tutti conoscono le gesta, l’uomo capace di vincere sette Tour consecutivi, lo statunitense iniziò a fare uso di doping assieme a tutta la US Postal e nonostante tutte le accuse della stampa, di Greg LeMond e del nostro Filippo Simeoni che accusò il dott. Ferrari (la vera mente di Armstrong), non confessò mai, anzi utilizzò sempre dei toni arroganti e spocchiosi.

Perse amici, allontanò da lui persone care a conoscenza del suo inganno, ma il gioco valeva la candela, lui doveva diventare il più grande di sempre e ci stava per riuscire. Dopo le sue sette vittorie al Tour, Armstrong decise di tornare alle corse, per una seconda sfida e per sponsorizzare il suo brand milionario, ma inciampò in un grandissimo ostacolo: Floyd Landis. Landis che, dopo aver scontato la squalifica, chiese ad Armstrong (ex compagno ai tempi della US Postal) e a Bruyneel di entrare nel nuovo team, la Radioshack.
Tuttavia, loro rifiutarono poiché lo reputavano come la “mela marcia” capace di farsi beccare, senza però tener conto di tutte le cose di cui egli era a conoscenza. A seguito dell’ingaggio rifiutato, Floyd Landis ruppe il vaso di Pandora confessando vita, morte e miracoli del programma di doping portato avanti dal team US Postal negli anni del dominio di Lance Armstrong.
Aveva tutti contro, non c’era più via di fuga. Così, il 17 gennaio 2013 da Oprah Winfrey il texano ammise l’utilizzo di sostanze dopanti di ogni genere e di autotrasfusioni durante la sua carriera post operazione.

Qualcuno si ricorda del Cobra di Formigine? Vestiva una maglia gialla, la divisa della sua squadra la Saunier Duval. Nel 2008, all’età di 25 anni era tutto ciò di cui il ciclismo italiano aveva bisogno, un ragazzo che alternava un ghigno da chi vuole conquistare il mondo ad un timido sorriso. Al Tour de France del 2008 il Cobra di Formigine arrivò in pompa magna, reduce dal secondo posto del Giro d’Italia alle spalle di Contador e con due tappe all’attivo dimostrando una classe sopraffina. Incantava tutti, nessuno come lui in quegli anni catalizzava l’attenzione del pubblico italiano, era il nuovo Felice Gimondi. Un ragazzo formidabile che davanti a sé aveva uno dei più grandi di tutti i tempi, il pistolero Contador.

Forse però era troppo bello per essere vero. L’appassionato di cui parlavamo prima non poteva pensare che tutta questa bellezza non portasse con sé del marcio e difatti lo scandalo arrivò e fu uno dei più dolorosi di sempre. Dopo la diciassettesima tappa venne trovato positivo al CERA (EPO di terza generazione) e squalificato dal Tour, fin qua storia triste ma non da strapparsi i capelli, la frase che usciva dalle bocche era «te l’avevo detto».
Il Cobra tornò alle corse nel 2009 senza scaldare più la folla, ormai da tutti era segnato come “la grande delusione” e i risultati non erano buoni. Il colpo di grazia arrivò il 6 febbraio 2011 quando venne ricoverato d’urgenza per un malore dovuto ad un blocco renale.
Dopo questo fatto, il Cobra ammise essersi trasfuso del sangue che conservava da anni nel frigorifero di casa sua… venne squalificato per 12 anni da ogni competizione ciclistica. Il suo nome è Riccardo Riccò, “la grande delusione”.

Resta un nodo in gola ed un sorriso amaro, con la speranza che un giorno qualcosa possa cambiare. Ma in questo caso, il rischio è che si avveri il detto che “chi di speranza vive, disperato muore”.

Continueremo nelle prossime settimane a parlare di questa piaga, un’arma letale per i cuori degli appassionati.

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