Nei giorni scorsi il tennista britannico Andy Murray ha annunciato il ritiro. Durante una conferenza stampa, tre giorni prima dell’inizio degli Australia Open, ha colto l’occasione per dirlo ai media. Lo Slam di Melbourne è quello al quale ha partecipato in più occasioni, arrivando in finale ben cinque volte ma non riuscendo mai ad alzare il trofeo. Il tennista scozzese si è presentato davanti ai giornalisti per comunicare la sua intenzione: scelta forzata a causa di un infortunio all’anca che negli ultimi mesi non ha avuto miglioramenti, nonostante un’operazione subita nel gennaio del 2018. L’atleta, trattenendo a fatica le lacrime, ha infatti confermato: “Wimbledon è dove mi piacerebbe smettere di giocare, ma non sono sicuro di poterlo fare. C’è la possibilità che l’Australian Open sia il mio ultimo torneo, posso giocare con limitazioni, ma avere limiti e sofferenze fisiche non mi permettono di divertirmi né in gara né in allenamento”.

La carriera dell’ex numero 1 al mondo è già stata appesa ad un filo quando, agli inizi del 2018, ha forzato i tempi di recupero invece che aspettare con cautela una totale ripresa. Molto probabilmente questa scelta frettolosa è stata presa per rispettare contratti con sponsor e tornei. È noto come il campione di Wimbledon soffra di una patologia all’anca destra, definita “conflitto femoro-acetabolare”, che consiste in un’anomala morfologia dell’articolazione. Nel tennis moderno il continuo “carico e scarico” dell’anca è stato quindi più che fatale per lo scozzese. Dopo aver dato forfait a ben due tornei, vista la gravità della condizione clinica, si è sottoposto, su consiglio medico, ad un quanto mai opportuno intervento chirurgico (perfettamente riuscito). Molto probabilmente, se Murray avesse rispettato il periodo di riposo adeguato e consono alla gravità della patologia, l’intervento chirurgico si sarebbe potuto evitare. Se il male dovesse persistere non è escluso un ulteriore intervento, stavolta più delicato, consistente in un impianto di protesi all’anca.

Murray è però conosciuto per essere un lottatore, uno che non molla mai fino alla fine, sia in campo che fuori, ricercando sempre la miglior soluzione possibile. Da piccolo infatti scampò per miracolo alla morte, quando il pedofilo Thomas Watt Hamilton scoppiò ben 105 colpi di pistola nella scuola elementare di Dunblane, uccidendo 16 bambini tra i 5 e i 6 anni e la loro maestra. Andy e il fratello Jamie si nascosero sotto la cattedra della palestra per poi barricarsi nell’ufficio del preside, così salvandosi. La star del tennis ha poi parlato dell’accaduto solo molto tempo dopo, nel 2004, quando dedicò la sua vittoria nel torneo juniores di Flushing Meadows proprio alle vittime della strage dichiarando: ”Di quel giorno ricordo poco. So che ho realmente capito l’enormità di quello che era successo solo tre o quattro anni più tardi, quando il peggio era passato e la gente cominciava pian piano a riprendersi la propria vita e a tornare alla normalità”. Andy Murray tornò a parlare del massacro nella sua autobiografia Hitting Back, pubblicata nel 2009, dicendo: “La cosa più orrenda è che conoscevamo tutti quel ragazzo. Mia madre gli dava spesso un passaggio. È stato nella sua auto. È ovviamente qualcosa di terribile sapere che hai avuto un omicida seduto nella tua auto. Accanto a tua madre.” Decise poi di raccontare in pubblico quanto successo soltanto nel 2013, in un documentario della BBC.

Questo però non è il primo ed unico caso di un fenomenale atleta costretto a doversi ritirare per colpa di un grave infortunio. Infatti, molte carriere di giocatori che hanno fatto bene e hanno vinto molto si sono interrotte a causa di uno stop. Il cestista asiatico Yao Ming, prima scelta al Draft 2002, per colpa di una frattura al piede e di un problema al ginocchio ha dovuto lasciare il basket a soli 31 anni con più di 250 partite saltate in NBA. Michael Owen, attaccante della nazionale inglese e vincitore del Pallone D’Oro nel 2001, si è ritirato nel 2013 dopo la rottura del crociato, la frattura della caviglia e un’operazione al bicipite femorale. L’esempio perfetto di carriera in frantumi però è quella del “Cigno di Utrecht” Marco Van Basten, costretto a lasciare il calcio a soli 31 anni per via di due operazioni alla caviglia, dopo aver vinto, tra i tanti trofei, 1 Pallone D’Oro, 3 Coppe dei Campioni ed un Europeo. Un addio importante nel mondo dello sport, avvenuto non per un infortunio, è quello di Magic Johnson, playmaker dei L.A. Lakers, 5 volte campione NBA, 12 volte All-Star, 3 volte MVP della regular season e altrettante volte MVP delle Finals. L’attuale presidente dei Lakers è stato fermato dall’HIV. L’aver contratto il virus non solo ne compromise la carriera dal punto di vista sportivo, ma lo mise al centro di una spiacevole attenzione nel mondo mediatico per la fortissima ignoranza che esisteva relativamente all’argomento AIDS in quel periodo. Si ritirò a 36 anni, ma è come se avesse smesso di essere “magic” a 32.

La carriera di Andy Murray giungerà a breve al termine. Nato a Glasgow, in Scozia, nel 1987, è cresciuto a Dunblane, città di origine della sua famiglia. Inizia a giocare a tennis all’età di due anni sotto la guida della madre, che sarà il suo coach fino a 12 anni. A 13 anni aveva già vinto due edizioni dell’Orange Bowl, importante torneo mondiale per giovanissimi. Si è sposato l’11 aprile 2015 con Kim Sears e nell’agosto dello stesso anno ha annunciato di essere in attesa della prima figlia, nata nel Febbraio del 2016 e chiamata Sophia Olivia. I suoi punti di forza principali sono l’abilità di anticipare e reagire oltre alla transizione tra difesa e attacco con pochi errori; il che gli consente di mettere a segno vincenti da posizioni difensive. È inoltre dotato di un ottimo rovescio, probabilmente il suo miglior colpo con il quale fa spesso la differenza. Ha un’ottima prima di servizio piatta che spesso supera i 200 km/h e nel 2012 grazie ad una new entry nel suo team di allenatori è diventato più aggressivo da fondo campo, piazzando più colpi vincenti e aspettando meno l’errore dell’avversario. Murray ha inoltre una forte rivalità con il serbo Novak Djokovic: i due si sono affrontati 36 volte, con un bilancio di 25-11 in favore del tennista serbo. Murray ha vinto 45 titoli totali in carriera tra cui 3 titoli del Grande Slam: 2 Wimbledon ed 1 US Open. Ha conquistato anche 2 ori Olimpici alle Olimpiadi di Londra nel 2012 e a Rio de Janeiro nel 2016. Riconosciuto come Ufficiale dell’Ordine dell’impero Britannico “ per i contributi al tennis” nel 2012 e come Knight Bachelor “ per i contributi al tennis e alle opere di beneficenza” nel 2016.

Va così verso la conclusione l’importante carriera di un immenso atleta ma soprattutto di una grande persona, capace di lasciare la sua impronta nel tennis in un’era nella quale di fenomeni ce ne sono anche troppi, e lui sicuramente fa parte di questo gruppo.

SEE YOU SOON ANDY!!

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