Come ogni anno Roma vedrà rotolare la palla ovale per il consueto appuntamento con il Sei Nazioni. Pur non essendo tra le favorite per la vittoria finale, la nostra nazionale riesce  comunque ad attirare molto l’attenzione e a trascinare allo stadio appassionati e non. E nel giorno delle partite, la città riscopre i sani valori dello sport (che spesso quando si ha a che fare con il calcio vengono dimenticati): le vie del centro di Roma si colorano con le tinte della squadra ospite (in questa edizione Irlanda, Galles e Francia), e i tifosi allegri e festanti (specie quelli d’oltremanica) invitano i sostenitori azzurri, ma spesso e volentieri anche passanti, persone che si trovano lì per caso a brindare con loro. Scene che, diciamolo francamente, avremmo difficoltà a vedere prima di una partita di calcio.

L’Italia farà il suo esordio in casa sabato 9 febbraio alle 17:45 contro il Galles, allo Stadio Olimpico, con la conseguenza che la Lazio dovrà giocare la sua partita contro l’Empoli questa sera alle 20:30. Non siamo certo abituati a vedere due squadre di Serie A affrontarsi al giovedì, anche se da quando il calendario del campionato è stabilito dal palinsesto delle televisioni (il tanto citato e criticato “calcio spezzatino” che penalizza i tifosi scegliendo giorni e orari alquanto discutibili invogliandoli, quasi costringendoli, a rimanere a casa sul divano, ma il discorso qui andrebbe per le lunghe…) questo avvenimento ci lascia sorpresi, ma fino ad un certo punto. Ciò che lascia veramente stupiti è come Roma possa avere ancora soltanto un unico stadio agibile e funzionante (che pure ha i suoi limiti) adibito ad ospitare le partite interne delle due squadre di calcio della città e della nazionale di rugby. E come spesso accade il problema è tutto italiano, in quanto le altre partecipanti al Sei Nazioni hanno tutte a disposizione uno stadio, che sia Twickenham o il Millenium Stadium poco importa, per ospitare esclusivamente il rugby.

E ovviamente la scelta di anticipare la partita ad oggi ha suscitato non poche polemiche in casa Lazio, poiché come ogni anno di questi tempi ci si ritrova ad affrontare ed a commentare lo stesso problema. E mai come in questa parte di stagione il calendario dei biancocelesti è fitto di impegni (unica italiana ancora in corsa su tre fronti): dopo aver battuto l’Inter ai quarti di Coppa Italia giovedì scorso, è arrivata la faticosa ma pesante vittoria contro il Frosinone lunedì sera, ed ecco oggi l’Empoli. Una settimana ancora e poi saranno sedicesimi di Europa League, quando all’Olimpico la squadra di Inzaghi ospiterà il Siviglia. Un tour de force non indifferente, che ovviamente una squadra che aspira ad andare avanti in tutte le competizioni deve tenere in conto, ma quantomeno evitabile, se solo le strutture della Capitale lo consentissero.

Ma Roma un altro impianto lo avrebbe. Già, quello Stadio Flaminio, progettato e realizzato dall’ingegner Pier Luigi Nervi insieme a suo figlio, l’architetto Antonio Nervi, tra il 1957 e il 1958, in occasione della XVII Olimpiade di Roma (1960) e inaugurato nel 1959. Un impianto, situato al confine tra il quartiere Flaminio e il quartiere Parioli, concepito all’epoca per ospitare circa 50.000 spettatori, oltre a comprendere quattro palestre, una piscina, bar, spogliatoi, pronto soccorso, completati da impianti all’avanguardia. Dopo essere stato essenzialmente un’alternativa all’Olimpico per il calcio, il Flaminio venne scelto dalla Federazione Italiana Rugby (FIR) per ospitare le gare interne dell’Italia a seguito della sua ammissione al Cinque Nazioni, divenuto poi Sei Nazioni, nel 2000. Venne poi progettata una ristrutturazione per ampliare la capienza che nel frattempo si era ridotta a 24.000 per ragioni di sicurezza, con l’obiettivo di arrivare all’incirca a 40.000; lavori che però non presero mai il via e così dal 2012 la FIR scelse l’Olimpico come impianto per gli incontri dell’Italrugby. Iniziò così il lento ed inesorabile declino del Flaminio, letteralmente abbandonato a sé stesso a causa (bisogna dirlo) dei mancati interventi delle varie amministrazioni comunali susseguitesi negli anni, e soprattuto dell’immobilismo delle società di Roma e Lazio, mai interessate del tutto a intraprendere la via della riqualificazione dell’area; tutto vero, ma forse la scelta più discutibile è quella degli eredi della famiglia Nervi che, in quanto titolari della proprietà intellettuale e dei diritti morali sull’opera, hanno sempre rifiutato qualsiasi tipo di intervento sulla struttura, per ragioni che non sono mai state del tutto chiare.

Colpe da dividere quindi, ma è un peccato, perché il Flaminio è un vero e proprio gioiellino: uno stadio all’inglese, senza “handicap” della pista d’atletica, ben collegato e posizionato nell’assetto urbanistico della città. A due giorni dalle dichiarazioni del Sindaco Virginia Raggi, in merito ai lavori del nuovo stadio della Roma che a breve potranno ripartire, molti romani sperano che anche lo stadio di Viale Tiziano possa avere la considerazione che merita, se non per il calcio (molto probabile dato che Lotito non lo ha mai preso in considerazione), magari per il rugby, per le nazionali giovanili, o per avere un centro di preparazione, per qualunque cosa (anche per evitare queste sovrapposizioni di eventi che vanno a sottolineare le nostre evidenti lacune, facendo non una bellissima figura a livello internazionale), purché al Flaminio si ricominci a respirare sport.

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