Mercoledì 22 giugno 1994. Sul terreno di gioco del Rose Bowl di Pasadena, California (lo stesso dove, qualche settimana più tardi, Roberto Baggio calcerà alto il rigore più importante della sua carriera), è disteso un uomo con la maglia gialla. Disperato, affranto, travolto e sopraffatto, assieme ai compagni, da una responsabilità troppo pesante. Attorno a lui, un pubblico che sta finalmente scoprendo tutte le emozioni e l’adrenalina del magnifico gioco del “soccer”, festeggia con irrefrenabile entusiasmo un episodio che avvicina i padroni di casa americani al passaggio del turno. Per ricostruire il contesto, però, occorre riavvolgere il nastro e tornare all’inizio degli anni ’90, per risalire infine ad uno degli episodi più drammatici della storia del calcio.

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In quegli anni, la Colombia è scossa da un’autentica guerra civile, una guerra che contrappone le forze governative colombiane, appoggiate dagli Stati Uniti, e i cartelli del narcotraffico, tra i quali il più potente è senza dubbio quello di Medellín, guidato da Pablo Emilio Escobar Gaviria.

Lo stesso Escobar, ben presto divenuto un vero e proprio simbolo popolare, utilizzava il calcio come strumento di propaganda, per apparire come una sorta di benefattore e raccogliere i consensi delle popolazioni più povere ed emarginate. Si coniò il termine “narcofútbol”: i più famosi e temuti cartelli del narcotraffico legavano il loro nome a quello delle principali squadre di calcio del Paese.

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E lo strumento più efficace, per Pablo Escobar, non poteva che essere l’Atlético Nacional de Medellín, la squadra più forte di Colombia. Una squadra capace di vincere, nel 1989, la Copa Libertadores, per poi perdere la Coppa Intercontinentale solamente ai supplementari, contro l’invincibile Milan di Arrigo Sacchi.

A guidare quella squadra c’era un difensore di 22 anni. Alto, bello, elegante, fisico statuario. Si chiamava Andrés Escobar Saldarriaga e con il signore del narcotraffico condivideva solamente il cognome.

Andrés Escobar è ovviamente anche il leader della nazionale colombiana. Con i Cafeteros partecipa alla Coppa del Mondo di Italia ’90, terminata con una onorevole eliminazione agli ottavi di finale, per mano dei Leoni Indomabili camerunensi di Roger Milla; quattro anni dopo, è invece pronto per i Mondiali statunitensi, a cui la selezione del c.t. Francisco “Pacho” Maturana (lo stesso allenatore dell’Atlético National 1989) si presenta con i gradi di sicura protagonista. E’ infatti, a detta di tutti gli esperti e addetti ai lavori, una delle più forti nazionali colombiane di sempre.

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C’è l’iconico Carlos Valderrama, con la sua incredibile chioma bionda; c’è l’imprendibile Faustino Asprilla, attaccante di quella splendida creatura che è il Parma negli anni ’90. E dovrebbe esserci pure il funambolico portiere René Higuita, quello della “mossa dello scorpione”, ma lui è in carcere per aver partecipato, come intermediario, al rapimento della figlia di un ricco possidente. Un rapimento che sembra strettamente legato all’opera di Pablo Escobar.

Ma nonostante la sua assenza la Colombia sembra davvero forte, rafforzata nello spirito e nell’autostima anche dalla vittoria per 5-0 ottenuta nelle qualificazioni mondiali contro l’Argentina, al Monumental di Buenos Aires.

Sembra davvero quella squadra perfetta per far dimenticare al popolo colombiano anni di terrore e sangue, attentati e rapimenti. E’ la faccia pulita di un Paese malato. E Andrés Escobar Saldarriaga ne è l’indiscusso condottiero.

Purtroppo però, la Colombia del Pacho Maturana non può affrontare quel mondiale americano nelle migliori condizioni ambientali. Anzi, secondo le parole dello stesso commissario tecnico, quella Colombia era “un manicomio permanente”.

Detto di Higuita e della sua torbida vicinanza a Pablo Escobar, le vite di molti giocatori vengono toccate da vicino dal clima che in quegli anni si respirava nel Paese. Qualche mese prima dell’inizio del torneo, il figlio più piccolo del difensore Luis Fernando Herrera era stato rapito. Dopo la partita d’esordio, persa 3-1 contro la Romania, il centrocampista Gabriel Jaime Gómez Jaramillo, additato come maggior responsabile della sconfitta, viene minacciato di morte e si rifiuta di scendere in campo per la seconda, decisiva partita, quella contro gli Stati Uniti. In tutto questo, la guerra tra il governo e i narcotrafficanti aveva toccato il picco massimo della violenza. Nonostante l’uccisione di Pablo Escobar, avvenuta il 2 dicembre del 1993, il paese era nel caos più totale. Per gli uomini di Maturana era assolutamente impossibile, in quel clima, scendere in campo sereni e privi di pressioni.

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Il 22 giugno del 1994 va dunque in scena, al Rose Bowl di Pasadena, l’incontro tra Stati Uniti e Colombia. Poco dopo la mezz’ora di gioco, un innocuo cross dalla sinistra coglie di sorpresa la retroguardia colombiana, e Andrés Escobar, solitamente puntuale e preciso nelle chiusure,  elegante e tempestivo, interviene in modo goffo e scoordinato. Il suo tocco in scivolata finisce dritto alle spalle del portiere Óscar Córdoba, il sostituto di René Higuita. La partita termina in pratica in quell’istante: impossibile reagire ad un autogol così, se a farlo è l’uomo simbolo della tua difesa. Impossibile reagire dopo i fatti dei giorni precedenti, in un tale clima da “manicomio permanente”.

Il 2-1 finale estromette di fatto la selezione di Maturana da USA ’94. Dopo sole due partite, una delle squadre favorite abbandonava mestamente i sogni di gloria.

Al ritorno in patria, non c’è quasi nessuno ad attendere la squadra all’aeroporto. Un ritorno nell’indifferenza per una delle generazioni più forti della storia del calcio colombiano.

Escobar è cupo, triste, abulico. Non lo consolano nemmeno l’affetto e la vicinanza della fidanzata e degli amici. L’esatto opposto dell’Andrés Escobar che tutti conoscono. E’ soprattutto irrequieto, turbato dagli sguardi indecifrabili degli sconosciuti.

Sabato 2 luglio 1994 esce in compagnia di alcuni amici, alla ricerca di un po’ di svago e spensieratezza. Passa la serata a El Indio, una discoteca di Medellín, ma subito capisce che forse sarebbe stato meglio restare a casa. Tra un’occhiata minacciosa e l’altra, si passa rapidamente alla derisione e agli insulti. E dopo l’ennesimo alterco con alcuni uomini, nel posteggio del locale, uno di questi, Humberto Muñoz Castro, gli vuotaun intero caricatore addosso, uccidendolo all’istante. Sembra che, al momento di sparare, il killer avesse pronunciato le parole “grazie per l’autogol!”.

A quel punto il paese si ribella, la misura è colma.

Al funerale di Andrés Escobar Saldarriaga partecipano più di centomila persone, tra le quali anche César Gaviria Trujillo, allora presidente di un paese sull’orlo del collasso.

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Poco importava quale fosse il reale movente dell’assassinio: una lite finita male o la vendetta di un clan di scommettitori legati al narcotraffico che aveva perso molti soldi a causa dell’eliminazione della nazionale. L’unica cosa che contava era che in Colombia si poteva morire per un autogol, e non si sarebbe dovuto farlo più.

Andrés Escobar, la faccia pulita di una nazionale favorita ma sopraffatta dal clima di terrore, aveva pagato per tutti. E per alcuni anni nessuno volle utilizzare la sua maglia, quella col numero 2.

Finché un giorno un altro uomo vero, un altro campione di dignità e correttezza, decide di farla sua. E proprio lui, Iván Ramiro Córdoba, con un perentorio colpo di testa realizza la rete decisiva nella finale della Copa America 2001 contro il Messico, regalando alla Colombia l’unico trofeo internazionale della propria storia.

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