Dal nostro inviato Simone Galdi.

Metti una tiepida sera di inizio marzo, due squadre dal blasone molto diverso e una gabbia di cemento che “Dedalo spostati!”.

Lo stadio Maksimir di Zagabria è il teatro di uno degli ottavi di finale piú caldi dell’Europa League 2018-19: Dinamo contro Benfica, primo atto.

La temperatura dell’aria è più che primaverile, la strada verso il catino odora di birra da poco e pane unto, mentre qualche tifoso in blu nota che il mio passaporto non è croato. Sarà stato l’accento, mi dico.

Il totale soldout mi ha costretto a recuperare un accredito stampa. Immagino una confortevole posizione per godere del match, ma non so a cosa sto andando incontro. Avrei dovuto capire in cosa mi stavo infilando guardando la pianta del Maksimir: una gradinata a due piani senza tettoia (quella del tifo incandescente, dei Bad Blue Boys), una tribuna totalmente scoperta opposta a quella d’onore, lei sì riparata (ma stasera non serve). A chiudere un curvino triste, sede per gli ospiti. I quattro angoli sono aperti, roba d’altri tempi ormai. Un collage tanto strano quanto affascinante.

Il labirinto di Zagabria non è fatto di vicoli o cunicoli, ma solo dei corridoi di questo Frankestein di impianto, all’esterno moderno e luminoso, nel suo ventre grigio e vetusto. Servirebbe qualche anima pia ad aiutare il povero cronista disperso tra scale e corrimano arrugginiti, ma nessuna si esprime in inglese.

Passa così mezz’ora, compreso il primo quarto di gioco, mentre il malcapitato viene sballottato su e giù, a destra e sinistra, dentro e pure fuori dallo stadio. Quando finalmente mi piazzano su un trespolo di fianco alle telecamere, il colpo d’occhio è meraviglioso. Sugli spalti c’è pura lava color cobalto, una coreografia semplice accoglie le squadre: gnk Dinamo, cartoncini bianchi su cartoncini blu.

La squadra di casa non vuole deludere i suoi fanatici sostenitori, corre tantissimo e punge molto più dei compassati ospiti. Sulla carta non ci sarebbe partita, prendili uno per uno i portoghesi e capisci subito che sarebbero di un’altra categoria. In Europa League però non bastano curriculum e blasone, serve birra in corpo e coraggio.

Ogni volta che la Dinamo passa la metà campo è come se si alzasse in volo un jet a tre centimetri dalla mia testa. Non passa un secondo di silenzio.
Immaginate lo stormo di jet che si alza quando l’arbitro inglese Michael Oliver, quello che secondo Gigi Buffon ha un bidone al posto del cuore, concede un rigore per lo sgambetto di Ruben Dias su Dani Olmo. Bruno Petkovic (proprio lui, quello che da Catania ha iniziato a girare mezza Italia del pallone) è freddo nel portare i suoi in vantaggio.

Il Benfica prova a reagire ma senza cervello. La Dinamo chiude la prima metà in crescendo, sfiorando anche il raddoppio con Amer Gojak e dando l’impressione di poter almeno bissare nella ripresa.

Le cose non vanno proprio così, perché il Benfica non si scompone. Resta una squadra anonima, con tanti errori di misura nei passaggi e un gioco a dir poco anemico. Avrebbe potuto strappare uno 0-0, ma il raddoppio della Dinamo sarebbe ugualmente potuto giungere nel finale, se Mislav Orsic e soprattutto Mario Situm, fresco subentrato a Damian Kadzior, avessero mostrato maggior precisione.

Quando esco dal labirinto di Zagabria la partita è finita da un pezzo, ma trovare l’uscita è stata un’altra impresa. Mi hanno guidato i cori dei tifosi della Dinamo, dai loro festeggiamenti appassionati. È il punto più alto del club in Europa dopo l’indipendenza croata e i recenti scandali.

Per loro tra sette giorni, a Lisbona, ci sarà un appuntamento con la storia. Per i pochi tifosi del Benfica c’è la beffa finale, uscire dallo stadio con l’enorme e luminosissimo messaggio di benvenuto sopra la testa: “Dobro dosli na Maksimir!”.

Foto di Simone Galdi

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