Juventus tre, Atletico Madrid zero. Un risultato eloquente, giusto, che non lascia spazio a dubbi o discussioni soprattutto per come è maturato. In campo martedì sera allo Juventus Stadium c’era un alieno di nome Cristiano Ronaldo, atterrato quest’estate a Torino con un bagaglio pieno zeppo di trofei, acquistato apposta dalla Vecchia Signora per inseguire quel sogno proibito chiamato Champions League. Un sogno che dopo il punteggio dell’andata – due a zero al Wanda Metropolitano – sembrava infranto, utopico. Invece il re ha voluto diversamente e con una tripletta fantascientifica ha rimesso la stagione della Juventus sui binari giusti. Tuttavia, attribuire il merito dell’impresa solo al talento cristallino e cannibale di CR7 sarebbe riduttivo e altamente inappropriato.

Sì, perché se i gol li ha segnati Ronaldo, il copione necessario a realizzarli lo ha scritto Massimiliano Allegri, attribuendo ai suoi protagonisti ruoli inediti. Massacrato dai media e dagli stessi tifosi bianconeri, divisi fra chi “pretendeva la sua testa” e chi invece sosteneva avesse dato tanto alla Juve ma fosse ormai al capolinea, lui è rimasto lucido. Ha analizzato la partita d’andata e adottato le giuste contromisure per ribaltare il risultato al ritorno. Il tutto condito da tre vittorie su altrettante partite di campionato, una delle quali contro il Napoli secondo in classifica che sa tanto di scudetto già assegnato. Insomma, chi vuole impartire lezioni di tattica ad Allegri deve accomodarsi ancora per un po’.

Nella FA Cup del 1883 Jack Hunter e il Blackburn Olympic fecero fuori una dopo l’altra tutte le avversarie più accreditate imponendosi poi in finale contro gli Old Etonians. Ciò fu possibile grazie all’intuizione dell’allora giocatore-allenatore Hunter, che schierò i suoi compagni con il 2-3-5, di fatto il primo vero modulo della storia del calcio, conosciuto ai più come “La Piramide”. Un modulo anomalo per l’epoca – considerato che tutte le squadre giocavano con sei o sette attaccanti – che ha permesso la nascita del cosiddetto “centromediano”. Sostanzialmente si trattava di un giocatore davanti alla difesa, in grado sia di schermare gli attaccanti che di accompagnare la manovra offensiva. Quello che oggi chiameremmo centrocampista Box to Box. La squadra di Allegri, con cinque giocatori a formare una linea di attaccanti che si distendeva in ampiezza, ha in qualche modo ricordato la Piramide di Cambridge, anche se le similitudini si fermano qui.

È comunque difficile rappresentare il sistema di gioco della Juventus attraverso i numeri: si noti come in fase di possesso palla Bonucci, Chiellini ed Emre Can si disponessero a tre, con Bonucci che fungeva da primo distributore di pallone e rimaneva quindi sempre in posizione arretrata rispetto agli altri due. Chiellini e Can – che aveva giá giocato in quella posizione quando era a Liverpool – si allargavano nella prima impostazione per ricevere palla e aprire spazi, facilitati dalla disposizione a due punte dell’Atletico che preferiva lasciare alla Juve il possesso dal basso, chiudendosi nella propria metá campo.

Quando la palla ce l’aveva l’Atletico, la difesa adottava due diversi atteggiamenti. Nel caso in cui gli attaccanti perdessero il pallone, scattava un pressing feroce da parte degli uomini in zona palla che non permetteva ai portatori dell’Atletico di effettuare i precisi passaggi che solitamente danno il via alle micidiali transizioni offensive: in questo caso Chiellini e Can davano supporto alzandosi anche oltre la metá campo per mantenere la squadra compatta in non piú di quaranta metri. Un esempio perfetto di pressing iper offensivo, principio cardine del calcio totale olandese e sacchiano.

Quando invece l’azione dell’Atletico iniziava dal portiere – o nei rari momenti in cui la Juve respirava, senza quindi pressare in maniera asfissiante – i tornanti alti Cancelo e Spinazzola si disponevano come terzini, mentre Bernardeschi si abbassava a fare la mezzala a supporto di Pjanic e Matuidi. La difesa passava quindi da tre a cinque uomini e il centrocampo diventava a tre, con Mandzukic e Ronaldo che rimanevano più alti. 5-3-2 e Piramide rovesciata.

Un cambio di sistema avvenuto in maniera molto fluida durante l’arco della partita. Quando Simeone ha inserito Correa per un timidissimo Lemar, disponendo l’Atletico con il 4-3-3, Allegri ha saggiamente optato per una difesa a quattro spostando Cancelo a sinistra e Emre Can a fare il terzino destro. Tuttavia, come abbiamo giá detto, è difficile descrivere attraverso un modulo preciso una Juventus camaleontica, nella quale Emre Can è allo stesso tempo difensore e centrocampista, Bernardeschi fa il terzino, la mezzala e l’esterno d’attacco e in generale tutti sono al servizio di tutti. Scambi di posizione longitudinali da vero calcio totale.

Il secondo goal di Ronaldo è emblematico di quanto detto sopra: Lemar sbaglia un sanguinoso cambio di gioco in orizzontale, Ronaldo intercetta a metá campo e da il via alla transizione. Mandzukic taglia centralmente ma Ronaldo intelligentemente e da giocatore superiore qual è sente la sovrapposizione di Spinazzola – sessanta metri di scatto- sulla sinistra e lo serve sulla corsa coi giri giusti; da questo si va a Pjanic, il quale allarga per Emre Can che di prima serve Ronaldo venuto incontro a fare la sponda per Cancelo largo – altra corsa di sessanta metri per arrivare lá – che controlla e mette in mezzo per lo stesso Ronaldo, il quale insacca di testa.

Un inno alla transizione mista al calcio posizionale.

Il fatto che Cancelo e Spinazzola fossero cosí alti e larghi ha costretto i terzini dell’Atletico a prendere una decisione: seguire i tagli di Ronaldo e Bernardeschi negli spazi di mezzo o marcare gli esterni alti? Questo creava scompiglio costante nella trequarti dei Colchoneros e, generalmente, apriva varchi in cui inserirsi per i giocatori juventini.

Nei rari momenti in cui la palla ce l’aveva l’Atletico Can alzava il raggio d’azione a supporto di Pjanic e Matuidi per schermare la veloce transizione offensiva dei colchoneros e in particolar modo la qualità di Saul e Griezmann, ieri sera praticamente non pervenuti.

Simeone ha provato più volte a sparigliare le carte attraverso cambi di sistema e giocatori ma non è mai riuscito a trovare delle adeguate contromisure allo Tsunami Juventus.

Per lunghi tratti è sembrato che Griezmann e compagni non avessero la forza mentale, oltre che fisica, per reggere l’urto delle continue offensive bianconere, fatte di tagli, scambi di posizione e possesso palla.

Ogni singolo elemento della Juventus ha giocato ieri una partita sontuosa, ma una menzione in particolare va fatta sulla prestazione di Bernardeschi e Spinazzola. Il primo sembra ormai pronto – e forse anche Allegri lo sa – per prendersi la maglia da titolare in questa squadra, e la prestazione di ieri ne è la dimostrazione chiara. Uomo ovunque, portatore di bellezza e di grande sostanza, autore di giocate sopraffine e primo fra tutti a pressare l’avversario. La versione 2.0 del Bernardeschi visto in questi anni, autorevole e consapevole dei suoi mezzi tecnici e fisici. La cavalcata all’ottantasettesimo minuto culminata con la conquista del calcio di rigore è l’emblema della dimensione raggiunta da Federico. Mancini si starà leccando i baffi, consapevole di avere un top player fra le mani in chiave Nazionale.

Parlando di Leonardo Spinazzola non si può non rimanere stupefatti di fronte ad un ragazzo che, complici infortuni e la qualità della rosa bianconera, ha trovato poco spazio in questa stagione e che all’esordio assoluto in Champions League ha sfoderato una prestazione da veterano. Un moto perpetuo a sinistra che sicuramente avrà fatto fare gli incubi al malcapitato Arias, e che ha costantemente tenuto in apprensione la difesa dell’Atletico. Sembrava di assistere all’alter ego di Cancelo per qualità nel dribbling e nei cross.

La partita contro l’Atletico è la dimostrazione chiara – se mai ce ne fosse stato bisogno – che la Juventus non gioca affatto male. Semplicemente, Allegri è un allenatore che, come tanti altri, antepone i principi di gioco agli schemi di gioco, senza cercare un’automazione precisa. Quest’ultima comporta una serie di limiti, si illude di rendere forzatamente lineare ciò che non lo è e irrigidisce il sistema in un’idea platonica.

Allegri infonde invece dei principi di gioco – allargarsi in attacco per fornire ampiezza al gioco e stringersi in difesa per chiudere gli spazi, dove e come pressare l’avversario, come ripartire in certe situazioni e in altre – e, in base agli interpreti e all’avversario adotta una tattica piuttosto che un’altra.

Il sistema di Allegri è strutturato e aperto, robusto ma plastico e adattivo in base alle situazioni.

Infine, non si può non celebrare l’uomo senza il quale un’impresa come quella compiuta dalla Juventus non sarebbe probabilmente stata possibile. Un giocatore per cui sono da tempo finiti gli aggettivi, una macchina da gol implacabile che col passare degli anni ha imparato a gestirsi per arrivare pronto nelle partite che contano. Quel Cristiano Ronaldo che porta la Juventus in un’altra dimensione, che le fa credere davvero di potercela fare. Quel Cristiano Ronaldo che è allo stesso tempo giocatore, allenatore in campo ma soprattutto motivatore e infusore di sicurezze. Perché giocare sapendo di avere lui in squadra permette a tutti i compagni di essere più sereni, più lucidi nella giocata, meno frettolosi di agguantare il risultato o di segnare un goal. Volendo fare una metafora cinematografica, potremmo paragonarlo ad Aragorn del “Signore degli Anelli”, legittimo erede al trono degli uomini, che nella battaglia al Fosso di Helm conduce il suo popolo ad una vittoria impossibile ed insperata contro un esercito di Uruk hai.

Cristiano Ronaldo ha fatto lo stesso. Ha preso per mano i suoi, trascinandoli letteralmente verso l’impresa. Ha caricato i tifosi prima, durante e dopo la partita e loro si sono affidati a lui, perchè li conducesse alla vittoria, perchè è stato preso per questo.

Centoventiquattro reti in carriera in Champions League, ovvero sei in più di quelle messe a segno dall’Atletico in tutta la sua storia nella coppa.

Venticinquesima rete ai Colchoneros in trentatré presenze.

Cinquantaduesima tripletta in carriera.

Lunga vita al Re.

Grafica di Alessandro Decarli

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