Il 17 marzo si è soliti festeggiare l’unità d’Italia, questa volta è festa nazionale sì, ma del biathlon e di tutto lo sport in generale, perché questa volta è impresa davvero storica. Dorothea Wierer e Dominik Windisch hanno fatto qualcosa di tanto impronosticabile quanto difficilmente descrivibile a parole. Due medaglie d’oro che ripagano le fatiche, le gioie e le critiche di tanti anni di lavoro. Questo è il grande esempio di come dal niente si può creare il tutto, un esempio per tutte le federazioni al lavoro per continuare a credere in quello che si fa.

Due ragazzi dello stesso comune, cresciuti insieme sin da bambini, complici ma diversi in tutto per tutto. Lei, Dorothea Wierer, piccola, una bellezza naturale, un talento cristallino, una predestinata che è diventata la biathleta italiana più vincente di sempre, un premio nobile per la grande costanza di risultati che oggi le permette addirittura di sognare la sfera di cristallo. Lui, Dominik Windisch, l’atleta perfetto solo fisicamente, non bellissimo da vedere ma uno di quei ragazzi che ogni allenatore vorrebbe allenare. Sì, perché lui si è costruito dal niente, un po’ come tutto il movimento, pronto e nato per i grandi appuntamenti: il bronzo olimpico lo scorso anno, un quarto e un quinto posto ai Mondiali di Oslo.

Loro poi le prove generali le avevano fatte tre stagioni fa a Canmore, in Canada, quando nello stesso giorno vinsero nel medesimo format, la Mass Start. Lì nessuno avrebbe potuto immaginare quello che è successo oggi, ma d’altronde anche prima di oggi i pronostici non comprendevano questa opzione. Sì perché lei era data malata, ieri non aveva preso parte alla staffetta e dopo le delusioni vedeva allontanarsi la Coppa del Mondo, mentre lui quest’anno non aveva ancora battuto il colpo.

Ma si sa, il biathlon è bello perché vario e tutto dipende dal quello che succede al poligono. Lì in giornate gladiatoriche, come oggi, si fa la differenza per davvero. Dorothea è stata bravissima a gestirsi, facendo la differenza nel terzo poligono dove di fatto è stata l’unica a trovare lo zero e l’immagine di lei alla fotocellula e il nulla dietro ancora riecheggia, come grido di vittoria. Poi il brivido e gli errori delle altre che farebbero gridare “l’ha ripresa”, così è stato. Molto mestamente qualcuno nell’intervallo fra una gara e l’altra aveva ritirato fuori quel precedente d’oltreoceano. Le condizioni metereologiche lo incitano, ma di qui a pensare che si avvererà alle 16.30 locale è qualcosa di impossibile. Dominik inizia la gara con un errore, poi il secondo in altrettanti poligoni e anche il terzo, il podio è lontano quasi due errori anche se sugli sci tutto sembra andare alla perfezione. “Mai mollare, never say never”, è una vita che affronta le gare con questa mentalità e perché non farlo anche nell’occasione più importante?

“He made it” raccontano i telecronisti inglesi quando qualcuno compie un gesto straordinario. Questa volta, però, si è andati oltre, perché lui quando conta o ci sono condizioni improbabili ha qual quid in più che fa la differenza. Qualcuno dice occhio bionico, altri sesto senso, chi dice fortuna altri dicono perseveranza che alla fine paga. Forse tutti questi fattori uniti regalano ancora qualcosa a quello che è successo oggi pomeriggio in quel di Ostersund. In una calda notte del luglio 2006, un commentatore richiamava tutto il popolo italiano per urlare tutti insieme “SIAMO CAMPIONI DEL MONDO”, questa volta invece il mondo si riunisce nel sentire “È DAVANTI; È PAZZESCO; NESSUNO LO PRENDERÀ”. Noi avevamo incoraggiato ieri con il paragone con il primo oro olimpico nella storia, ma la pagina scritta oggi è una delle più memorabili nello sport italiano.

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