Estate 1991. L’Hellas Verona, reduce dal fallimento e da un insperato ritorno in Serie A, è allenato da Eugenio Fascetti, sapiente e focoso toscano esperto in promozioni nella massima serie. Il presidente Eros Mazzi ha messo gli occhi su un talentuoso attaccante argentino e lo propone al mister: si chiama Gabriel Omar Batistuta. Fascetti, però, è decisamente restìo a puntare sui talenti provenienti dal Sudamerica e tergiversa. L’operazione non lo convince. Inoltre, il Verona ha già acquistato, per ben 10 miliardi, un grande campione già affermato, lo jugoslavo Dragan Stojkovic. Per il terzo ed ultimo giocatore extracomunitario (il primo era lo svedese Robert Prytz), la società gialloblù decide di puntare sul romeno Florin Raducioiu.

Nel frattempo, Batistuta vola in Cile per disputare la Copa America, trascinando al successo la propria nazionale e conquistando il titolo di capocannoniere della competizione. Al termine del torneo, la sua valutazione è sensibilmente aumentata, ma nulla che possa intimorire il patron della Fiorentina Mario Cecchi Gori, che sborsa 12 miliardi di lire per assicurarselo. In breve tempo, Gabriel Omar Batistuta diventerà l’eroe di Firenze, mentre Raducioiu verrà ricordato per le clamorose occasioni da gol fallite, errori che lo renderanno autentico idolo della Gialappa’s.

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Formatosi nel Newell’s Old Boys ed esploso poi nel Boca Juniors, Gabriel Omar Batistuta è un attaccante veloce e potente. Non è particolarmente aggraziato o dotato tecnicamente, e nemmeno i terribili metodi di allenamento del Loco Bielsa, suo tecnico ai tempi dei rossoneri di Rosario, gli hanno permesso di rendere più asciutto il suo fisico. Ma la forza, il temperamento e il fiuto del gol fanno del ragazzo di Reconquista il tipico attaccante adatto al calcio europeo, per il quale si prospetta un periodo di ambientamento piuttosto breve. Tant’è che perfino Diego Armando Maradona, idolo di infanzia di Batistuta, dimostra una certa sicurezza al momento dello sbarco a Firenze: “Ha le caratteristiche giuste per sfondare in Italia”. Il popolo viola, che l’anno prima ha dovuto dire addio a Roberto Baggio, sogna già un nuovo idolo.

Ma l’impatto non è dei più semplici. La Fiorentina, allenata dal brasiliano Sebastiao Lazaroni, stenta a decollare, e per il Bati c’è poco spazio. Anche il rapido cambio in panchina, con il subentro di Gigi Radice, non muta la situazione. Pure l’inserimento nel nuovo spogliatoio è complicato. Ma la svolta è vicina, e arriva col botto: il 26 gennaio 1992, per la prima giornata di ritorno di campionato, al Franchi è ospite la Juventus. Dopo soli 7 minuti, Batistuta irrompe su un tiro cross di Carobbi dalla sinistra e insacca di testa alle spalle di Tacconi. L’esultanza sotto la Fiesole sa tanto di liberazione, la sua storia d’amore con Firenze è cominciata per davvero. Al termine della stagione, i suoi gol sono 13. Un bottino lusinghiero, pur in una stagione anonima per la squadra.

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Si riparte però con rinnovato entusiasmo e una Fiorentina rafforzata, grazie agli arrivi di Effenberg, Baiano e Brian Laudrup. È una stagione pazza e incredibile: quella del caso della maglia con la svastica, di una Fiorentina che segna moltissimo ma subisce altrettanto. Una stagione di risultati roboanti, nel bene e nel male: 7-1 all’Ancona, 3-7 dal Milan, 4-0 alla Samp, 1-4 dal Napoli, 0-4 dall’Udinese, 6-2 al Foggia. I Viola ai primi di gennaio sono secondi, a fine stagione in Serie B. Batistuta riesce comunque a confermarsi, realizzando 19 gol fra campionato e Coppa Italia. E l’anno successivo, rimasto anche in cadetteria, trascina la squadra all’immediato ritorno nella massima serie.

Anche nelle stagioni seguenti, Batigol si conferma sempre su livelli realizzativi eccellenti: nel campionato 1994/95 è capocannoniere con 26 gol, realizzando il record di 11 partite consecutive a segno (striscia pareggiata da Quagliarella solo in questa stagione), mentre nella Coppa Italia 95/96 (vinta in finale sull’Atalanta) è re dei bomber con 8 centri. Sono anni straordinari, in cui il legame con la città e i tifosi si rinsalda ogni giorno di più. Firenze è pazza di lui, arrivando a coniarne il soprannome simbolo: Re Leone.

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Un rapporto in perfetta simbiosi che si arricchisce ogni anno di momenti magici, di ricordi indelebili destinati a rimanere per sempre: la vittoria della Coppa Italia a Bergamo, con quarantamila tifosi ad aspettare la squadra allo stadio Franchi; la Supercoppa Italiana conquistata ai danni del Milan di Capello, l’estate seguente, con la sua doppietta legata per sempre a quel “te amo Irina” destinato a fare il giro del mondo; oppure ancora la rete al Barcellona in semifinale di Coppa delle Coppe, festeggiata zittendo il Camp Nou con un gesto che è insieme provocazione, esaltazione, lucida consapevolezza.

La prima metà della stagione 1998/99 è forse l’apice di questa magnifica storia d’amore: Batigol segna a ripetizione, travolge il Milan e il disastroso Lehmann con 3 gol da dominatore assoluto, si intende alla perfezione con Rui Costa, Edmundo e Oliveira. La Fiorentina di Giovanni Trapattoni è campione d’inverno, una città intera sogna. Ma il 7 febbraio 1999, nello scontro diretto col Milan al Franchi, Batistuta crolla a terra mentre insegue un lancio dalle retrovie. Lo stadio ammutolisce, il suo Re Leone è costretto ad arrendersi. Nello stesso giorno, Edmundo parte per il Brasile: al Carnevale di Rio non può proprio rinunciare. La stagione della Fiorentina finisce praticamente lì, con un terzo posto beffardo e crudele.

L’anno successivo, per la prima volta in carriera, Bati gioca la Champions League. Va subito a segno a Old Trafford, poi decide la sfida di Wembley contro l’Arsenal con un tipico gol dei suoi: bolide di destro sotto la traversa, ad incenerire un David Seaman semplicemente impotente. Ma la sua storia a Firenze è ormai agli sgoccioli: il Re Leone è stanco di rimanere nella sua gabbia dorata, è arrivato il momento di vincere qualcosa di veramente importante. Nell’estate del 2000 cede alle lusinghe del presidente Sensi, che lo paga 70 miliardi di lire a Vittorio Cecchi Gori. La seconda squadra italiana di Gabriel Omar Batistuta sarà la Roma.

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Sotto la guida di Fabio Capello, l’argentino forma un tridente esplosivo assieme a Totti e Montella. La Roma viaggia spedita verso la conquista dello scudetto, che diviene realtà il 17 giugno del 2001. Un titolo a cui Batistuta contribuisce con 20 reti, compresa quella decisiva segnata alla sua ex squadra. Un gol al quale scoppia in lacrime, un pianto dentro il quale c’è un’intera storia d’amore con una città e la sua gente.

Il resto sono i titoli di coda di un film straordinario, con la tremenda delusione del mondiale 2002, quando una Seleccion fortissima viene eliminata nel girone eliminatorio da Inghilterra e Svezia. L’esperienza all’Inter è il canto del cigno, con le caviglie ormai consumate e una condizione fisica inadeguata. Batigol chiude in Qatar, all’Al-Arabi, una carriera leggendaria, che l’ha portato a segnare diversi record, sia nei club che in nazionale.

Oggi, per festeggiare i suoi 50 anni, Gabriel Omar Batistuta torna a Firenze, la città dove è stato grande, che l’ha amato e osannato, dedicandogli una statua, tantissimi cori e un soprannome forse banale ma indubbiamente iconico. Una città con cui ha dichiarato di sentirsi in debito, perché è di più quello che ha ricevuto rispetto a quello che ha dato. Un luogo che sente sempre come suo, di cui si sente cittadino, anche se era da lungo tempo che non vi tornava. Con estrema umiltà, ha detto di sentirsi quasi imbarazzato da tanta riconoscenza, quasi come se questo affetto fosse troppo. Con una cerimonia in uno dei suoi luoghi simbolo, Piazza della Signoria, Firenze riconoscerà il giusto tributo al suo indiscusso simbolo sportivo della storia recente.

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