C’è una città e poi c’è una squadra.
Una squadra che è nata nel 1927.

Una squadra che ha disputato tre campionati di serie B consecutivi e la cui serie è stata interrotta solo da un incidente ferroviario che ne ha decimato la rosa.
Una squadra che la serie C l’ha navigata per anni, cadendo a volte anche più in basso, nei dilettanti.
Una squadra che ha subito tre fallimenti: 1994, 2004 e 2018, anno dell’ultima rifondazione.
Una squadra che, nel lontano 1937, si giocò un sedicesimo di finale della Coppa Italia, a Torino, contro la Juventus.
Una squadra che, nel 2007, dopo ottant’anni di storia ha vinto il suo primo trofeo, escluse le promozioni, una Coppa Italia Dilettanti Abruzzo.

Una squadra che, nel 2009, a due giornate dalla fine del campionato è in testa, con la Serie D ad un passo, salvo poi vedersi strappare il sogno di vincere e festeggiare sul campo da quel maledetto 6 Aprile e da quel terremoto, che si è portato via una città, le speranze, i sogni e la vita di 309 persone.

Una squadra che, dopo quel maledetto giorno, ha raccolto le forze, allenandosi fuori città e giocando le partite casalinghe in uno stadio dal clima surreale, con una città semidistrutta a fare da sfondo.
Una squadra, il cui simbolo è l’Aquila, un animale forte, vigoroso, a testimonianza che il destino ti può venir contro, può spezzarti i sogni, ma non la voglia di sognare.

Oggi l’Aquila Calcio, dopo una sfiorata promozione in serie B nella stagione 2013-2014, pensate un po’, disputa, dopo la sua rifondazione nel 2018, il girone A di Prima Categoria abruzzese, dove è in testa al campionato e dove, forse, a 10 anni di distanza da quel maledetto 6 Aprile 2009, è pronta a regalare una nuova ed emozionante risalita.

Un ringraziamento speciale ad Andrea di Nonèpiùdomenica

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