“Lo Scudetto del bel gioco”

Quante volte abbiamo letto o ascoltato questa frase, utilizzata essenzialmente con tono di scherno, rivolta al Maestro Sarri. Dove anche l’appellativo di maestro aveva, nella maggior parte dei casi, lo scopo di svilire la figura del tecnico partenopeo.
Ma alla luce della prima stagione sulla panchina azzurra di Carlo Ancelotti, non è forse giunto il momento di rivedere i giudizi in merito al triennio campano di Sarri?

I numeri. Nelle tre stagioni alla guida del Napoli, Sarri ha costantemente ritoccato il record di punti in campionato: 82 nel 2015-16, 86 l’anno seguente, addirittura 91 nella scorsa. Proprio con 91 punti la Juventus si era laureata Campione d’Italia nelle due annate precedenti. Sempre in crescendo anche il numero di vittorie stagionali, dalle 25 del primo anno alle 28 dell’ultimo. E poi il primato di reti segnate (94) nel 2016-17 e i due titoli platonici di Campione d’inverno (2015-16 e 2017-18), evento che non si verificava dall’epoca del secondo Scudetto firmato Maradona.
Soprattutto, la sensazione – mai davvero presente con il Napoli di Ancelotti – di aver reso quantomeno non scontata la vittoria finale della Juventus. Una Vecchia Signora che, dati alla mano, è in questi anni la formazione più dominante nella storia dell’intero campionato italiano.

Percezione suffragata dai fatti: dopo le prime dieci giornate, Sarri si trovava a +9 rispetto ai bianconeri nel 2015-16, +3 (grazie a 8 vittorie consecutive) lo scorso anno. Ancelotti nella stagione attuale inseguiva invece già a -6, dopo aver perso a Genova e nello scontro diretto con gli uomini di Allegri. Arrivando alla ventesima giornata, il Napoli aveva conservato la vetta (rispettivamente a +2 e +1) nei due campionati citati, mentre in questo è ulteriormente scivolato a -9. Discorso Scudetto più che chiuso alla trentesima di campionato, dove Ancelotti è precipitato a -18: un anno fa, di questi tempi, il Napoli espugnava Torino con il gol di Koulibaly, portandosi a -1 dalla vetta..
Vero è che per inseguire la Juventus gli azzurri avevano di fatto rinunciato all’Europa League (eliminazione ai sedicesimi per mano del Lipsia), destando non poche perplessità: ma anche nella stagione in corso, pur con la mente sgombra da pensieri per un campionato già ampiamente deciso, l’avventura si è interrotta in un quarto di finale dominato dall’Arsenal.

Il Gioco. La vera arma di Sarri. Un sistema di gioco estremamente propositivo, appagante per gli occhi, certo, ma soprattutto efficace. Meno raffinato rispetto all’idea di Guardiola, cui è stato spesso erroneamente accostato. L’idea di Sarri richiama invece più da vicino gli insegnamenti del Colonnello Lobanovs’kyj, storico tecnico della Dinamo Kiev e dell’Unione Sovietica: ripetizione ossessiva di specifiche situazioni di gioco, da replicare quanto più fedelmente possibile in partita. Il che porta con sé due limiti: è un sistema poco “plastico”, che fatica ad adeguarsi alle contromosse avversarie (non è un caso che le sconfitte di Sarri siano spesso senza appello), e che comporta scarso turnover degli interpreti, per la difficoltà di apprendere alla perfezione i movimenti richiesti.

Scarso turnover che è stata una delle maggiori critiche mosse al tecnico ex-Empoli: non solo da tifosi e addetti ai lavori, in relazione a un eccessivo sforzo richiesto allo zoccolo duro della rosa, ma anche dal Presidente De Laurentiis, preoccupato perlopiù per la mancata valorizzazione dei suoi investimenti.
Ma è proprio attraverso il gioco che Sarri ha condotto una rosa oggettivamente inferiore – in termini di numeri ma anche di qualità – rispetto a quella bianconera, a contendere sul serio il titolo alla Juventus. Lo testimonia anche la crescita dei singoliHiguaín ha disputato nel 2015-16 la sua miglior stagione in carriera, con 36 reti in 35 presenze in campionato. Mertens, reinventato centravanti atipico dopo il grave infortunio occorso a Milik, ha risposto presente con 28 centri. E poi Allan, arrivato per 12 milioni dall’Udinese proprio nell’estate 2015, il cui valore avvicina oggi la tripla cifra. Senza dimenticare Koulibaly: finito ai margini sotto la gestione Benitez, che gli preferiva Britos, il senegalese si è in questi anni imposto tra i migliori centrali al mondo.

La comunicazione. Il grande tallone d’Achille dell’ex bancario Sarri. Di origini campane, ma toscano di adozione, il tecnico non avrebbe certamente potuto inseguire una carriera nel corpo diplomatico della Repubblica Italiana. Dichiarazioni spesso senza filtro, linguaggio piuttosto colorito, polemiche anche dure nei toni e trascinate nel tempo con stampa e colleghi. I temi legati al calendario, alle disparità nel fatturato tra Juventus e Napoli, usati essenzialmente per difendere con orgoglio il proprio lavoro, sono stati interpretati come una costante ricerca di alibi. Finendo per ritorcersi contro lo stesso Sarri, sempre più arroccato sulle proprie posizioni.
Disabitudine a confrontarsi con le pressioni al massimo livello, senza dubbio. Ma anche una pressoché totale mancanza di malizia: prendiamo come esempio proprio il tema del fatturato. Lo stesso Ancelotti, a valle dell’eliminazione in Europa League per mano dell’Arsenal, ha parlato di questo aspetto, e delle evidenti disparità  economiche tra gli azzurri e le grandi corazzate europee. Ma non ha subìto le ironie solitamente riservate all’attuale allenatore del Chelsea. Non si tratta infatti di alibi, quanto di realtà dei fatti. Ma parole e modalità scelti per esporli contano talvolta come e più della sostanza. Sarri dovrà impararlo, per sopravvivere al top.

Il merito. Lasciato definitivamente il suo lavoro in banca nel 1999, Sarri ha saggiato solo nel 2003-04 il mondo del professionismo, con la panchina della Sangiovannese in Serie C2. In quella stessa stagione, Ancelotti era Campione d’Europa in carica con il suo Milan. Poi un lungo peregrinare tra C e B, fino all’Empoli che lo ha fatto conoscere al grande pubblico. Salvezza tranquilla e un gioco innovativo, esaltante, che gli è valso la chiamata di De Laurentiis nell’estate 2015.
Una bella favola, di quelle che piacciono al pubblico, no? No. Perché Maurizio Sarri è un uomo comune, un impiegato, che si è messo in gioco e ce l’ha fatta. Non un vincente per definizione, né uno con un passato di campione alle spalle. Un impiegato qualsiasi, come molti di noi. Che abbiamo sogni, certo, ma spesso non il coraggio, le capacità e la fortuna per inseguirli. Ecco perché fatichiamo tanto a riconoscere il merito in un altro uomo comune che invece raggiunge la vetta: ci costringe a fare i conti con i nostri fallimenti, piccoli e grandi, con i nostri sogni mai realizzati.

Napoli lo ha capito, lo ha amato e lo rimpiange. Tornerà mai in Italia?

1 COMMENT

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here