Quando l’uomo con la pistola incontra l’uomo col fucile, l’uomo con la pistola è un uomo morto”. Chissà se Ivan Savvidis, proprietario del PAOK di Salonicco, ha mai visto il capolavoro di Sergio Leone del 1964 “Per un pugno di dollari”, dove Joe, personaggio interpretato da Clint Eastwood, riceve questo monito che deciderà di non ascoltare. Di sicuro il suo ingresso armato in campo, nella passata stagione, rimarrà memorabile quanto il titolo conquistato nella Super League ellenica 2018-19.

Ieri è stato il giorno del trionfo per il magnate di origine russa, stretto amico di Vladimir Putin, alla presidenza del Paok dal 2012 e giunto, dopo 7 anni di attesa, al coronamento del sogno: il titolo nazionale greco, storicamente un affare per le squadre di Atene e dintorni. Un contributo importante è arrivato dal tecnico, Razvan Lucescu, figlio di quel Mircea già vittorioso con Dinamo Bucarest e Galatasaray. Ma è inevitabile ascrivere il successo in campionato alla fortissima personalità del padre-padrone Savvidis.

Il Paok non vinceva il titolo dal 1985, un’eternità calcistica terminata grazie a robusti investimenti e condita da roventi polemiche. Il calcio greco, dopo la sorpresa ad Euro 2004, ha scontato sia la crisi finanziaria del 2008, che tanto duramente ha colpito l’economia del paese, sia lo storico corto circuito politico-sportivo, dove Olympiakos e Panathinaikos dominavano tutto, dal calcio al basket a molti altri sport di squadra, e solo pochissime potevano essere le eccezioni nella distribuzione dei titoli. Per non parlare poi del malaffare, tra scandali di corruzione arbitrale e dirigenziale, fino a partite truccate per ottenere guadagni attraverso le scommesse.

Savvidis si è reso poco onore nella passata stagione, quando è sceso in campo armato di pistola durante la sfida tra il suo Paok e l’AEK di Atene. Decisioni arbitrali avverse e poca dimestichezza con lo spirito sportivo, ma soprattutto una sfrontatezza assoluta di fronte a tifosi (che certo non hanno bisogno di essere aizzati), telecamere e forze dell’ordine. Il pubblico del Paok è celebrato, con ragione, tra i più caldi d’Europa. La passione generata dal club, inteso come polisportiva, invade le strade di Salonicco in giornate normali, figurarsi dopo un evento eccezionale come quello di ieri, la riconquista del titolo ellenico ad oltre tre decadi dall’ultima volta.

A Salonicco il Paok ha saputo rappresentare molto più che un emblema sportivo. È la società fondata dai profughi greci dopo la catastrofe della guerra contro la Turchia del 1919-1922. Oltre un milione di persone di etnia ellenica lasciarono l’Asia minore per trasferirsi in Grecia, scacciate dalle truppe vittoriose di Kemal Ataturk (nato proprio a Salonicco,sotto l’impero ottomano) in cambio di 300 mila turchi residenti al di là dell’Egeo. Lo scambio etnico portò il caos in una Grecia già segnata dalla prima guerra mondiale, con la conseguente formazione di comunità di profughi attorno alle città più grandi. Se Atene vide nascere in queste comunità squadre come l’AEK e il Panionios, a Salonicco si creò il sodalizio Panthessalonikeios Athlitikos Omilos Konstantinopoliton, ovvero il Club Atletico degli ex abitanti di Costantinopoli aperto a tutti i tessalonicesi. Una definizione lunga ma necessaria, nel tentativo di creare l’amalgama sportiva e sociale tra i vecchi abitanti di Thessaloniki e i nuovi arrivati. Non è casuale il simbolo scelto per il club, l’Aquila bicefala come richiamo delle origini di Costantinopoli, propria della Chiesa Ortodossa di Bisanzio. Il Paok ha saputo andare oltre la zona paludosa della Toumba, il quartiere dove si sistemarono i profughi negli anni 20 e dove il club nacque e crebbe, cullato dalla fine degli anni 50 in uno stadio che è sinonimo di passione a 360 gradi.

Non stupisce che Savvidis abbia realizzato il suo progetto di una “Megali omada”, una grande squadra come annunciò alla stampa il giorno del suo insediamento. Due coppe di Grecia consecutive nel 2017 e 2018 e una terza a portata di mano (in attesa della semifinale di ritorno con l’Asteras Tripolis e della probabile finale contro l’AEK, ancora lui), ma soprattutto il titolo nazionale, il traguardo piú desiderato. Nel frattempo, è stata avviata una comunicazione efficace sui social network, un taglio moderno dell’immagine societaria (pistole in mano a parte, ehm…) e addirittura il progetto per un nuovo stadio, una Toumba del terzo millennio, magari con meno cemento e più comfort, ma sempre con la stessa passione.

D’altra parte, se Diego Armando Maradona disse che nemmeno in certi stadi argentini aveva avuto paura come a Salonicco, c’è da credere che l’anima calorosa del Paok non morirà mai, anche in un impianto diverso, così come ha saputo ardere per 34 anni in attesa del momento più bello.

Ta kalitera, Paokara! Tutto il meglio per il tuo futuro, Aquila bifronte!

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