Mi da fastidio vedere uno Junior già tirato, senza grasso. Mi dà fastidio perché non può avere margine di miglioramento. Guardate Moscon, da giovane il padre durante l’estate lo mandava in Germania a lavorare, così non toccava la bici per diversi giorni. Quando tornava aveva fame di successo e la bici tornava la sua prima occupazione” così rispondeva Davide Cassani alla domanda sui giovani in Italia provenuta dai corsisti di OAsport subito dopo un Giro d’Italia pessimo per i nostri colori. Ci sono tante, tantissime verità intorno queste poche semplici parole. Ci sono risposte a tante domande che ormai da tempo si susseguono sulle difficoltà dei giovani nella loro crescita.

Considerando che di talenti clamorosi e forse irripetibili, ne capita uno per ogni generazione di sportivi, tutti gli altri per essere grandi campioni hanno bisogno di essere costruiti a dovere. Per farlo gli sportivi hanno bisogno allenatori in grado di indirizzare la crescita, ma soprattutto una testa che ti porti a fare cose fuori dal comune. Allenarsi vuol solo ed esclusivamente richiamare la parola: divertimento. Questo è l’unico modo per poi riuscire a portare in competizione le cose provate e riprovate durante la preparazione.

Attorno a giovani talenti ruota un circolo vizioso che coinvolge tante, a volte troppe, persone. L’unica cosa che conta per davvero in questi casi è avere gente intorno in grado di far capire al ragazzo che prima di tutto bisogna essere uomini e vincenti. Due concetti banali, ma che ripropongono verità innate. Sentirsi arrivati al primo traguardo, atteggiamento comune in alcuni giovani, è l’esaltazione di una visione poco vincente. Creare il futuro senza guardare ai risultati del presente giovanile, che spesso e volentieri non contano nulla, deve essere il punto di partenza di qualsiasi promessa che vuole diventare campione.  C’è la necessità, poi, di creare uomini, ovvero esempi positivi per l’intero popolo del sport. Gli Uomini sono anche quelli in grado di essere idoli, ma anche questo è qualcosa che arriva a piccoli passi. Frenesia e mania di protagonismo non sono ammesse.

Pensare a quello che verrà senza avere troppo in testa quello che è il presente: significa anche aver fame. La fame di successo è molto molto simile alla fame dei pranzi di Natale. Tutti partono pronti, ma c’è però chi è sazio già dopo l’antipasto e chi invece riesce ad inforchettare anche l’ultimo pezzo di torta. Così anche nello sport aver fame nella carriera giovanile conta solo per farti arrivare al professionismo, ma è una volta arrivato lì che bisogna dimostrare di aver ancora voglia di vincere.

Importante poi sottolineare come essere una promessa nel 2019 vuol dire avere una serie di complicazioni in più rispetto a qualche anno fa. L’era social ha portato un insieme di nuove pressioni al quale il ragazzo deve saper rispondere e non è affatto semplice. Oggi ognuno può dire la sua senza alcuna limitazione. Insulti e analisi tutt’altro che obiettive sono all’ordine del giorno da parte dei tifosi e questo non fanno altro che ricadere come macigni sulla testa dei nostri giovani. Allo stesso tempo ci sono anche atleti che hanno una gestione social piuttosto complicata, un amore ed odio che alla fine non porta nulla di realmente produttivo.

Dall’altra parte, però, i social hanno dato anche la possibilità a certi talenti di costruire un “personaggio” attorno a sé. Farsi amare ed apprezzare da tante persone diventa così un po’ più semplice rispetto quanto non lo fosse qualche anno fa. Di contro, se la gente decide di mettere una croce sul tuo conto gli stessi profili diventano una valvola di sfogo da cui ritornare indietro è difficile e forse anche impossibile. Non abbiamo scoperto tutti i possibili effetti dei profili social sulle carriere, ma qualche piccola sentenza inizia ad arrivare. Su un gruppo Facebook qualcheduno aveva elaborato un assioma: “Se sale Instagram, scende lo sport”. Forse non sarà così in tutti i casi ma sicuramente l’uso di tutte le nuove forme di comunicazione deve essere regolato per una crescita quanto più sana possibile. “Ogni cosa ha il suo tempo”, recitava un proverbio latino e anche in questo caso non può che essere così.

Qualcuno qualche tempo fa qualcuno mi faceva notare come la gestione delle promesse dello sport, spesso e volentieri era il riflesso della gestione generale dei giovani di un Paese. Oggi come non mai i tempi frenetici dell’epoca moderna ci urlano a gran voce che in Italia c’è la necessità di cambiar il passo e chiudere il gap con quante più nazioni possibili, dove i giovani sono al centro.

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