“Odlar Yurdu” in lingua azera significa “Terra del fuoco”. È questo il modo in cui viene chiamato dai suoi abitanti l’Azerbaijan, con riferimento in particolare alla “Yanar Dag”, ovvero la montagna che brucia, attrattiva naturale celebre per un fuoco che non si estingue mai, provocato da fughe di gas – presente in grandi quantità nel sottosuolo azero -. La finale di Europa League tra Arsenal e Chelsea si disputerà proprio in questa terra, precisamente all’Olympic Stadium di Baku che, dopo l’ormai consolidato appuntamento con la Formula 1, si appresta ad ospitare un altro evento sportivo di notevole importanza e visibilità, a dimostrazione della straordinaria e repentina ascesa dal punto di vista economico e dell’immagine del Paese caucasico.

Oltre alla terra però, di fuoco nelle ultime ore sono anche le polemiche attorno all’organizzazione dell’evento. Il tasto dolente ha a che vedere con una categoria che nel calcio non può e non deve essere penalizzata oltremisura ma al contrario dovrebbe essere tutelata: i tifosi. Procediamo con ordine: l’Olympic Stadium ha una capienza di circa 70.000 posti a sedere (68.700), ma dall’Uefa hanno fatto sapere che i biglietti riservati per Arsenal e Chelsea saranno 6.000 a testa. Decisione che definire discutibile è un eufemismo, soprattuto visto il grande numero di tifosi che possono vantare le due squadre londinesi. 37.500 tagliandi invece sono stati messi a in vendita – ed esauriti – per il cosiddetto “general public” attraverso una procedura di vendite chiusasi il 21 marzo. I rimanenti biglietti saranno a disposizione del comitato organizzativo locale, associazioni nazionali e partner commerciali.  

L’Arsenal ha espresso il suo disappunto all’Uefa, richiedendo biglietti in più e al tempo stesso ricordando con orgoglio i propri 45.000 abbonati. Ed oltre al costo del biglietto, i sostenitori inglesi dovranno anche far fronte alle difficoltà riguardo al viaggio: sarà necessario un visto per entrare in Azerbaijan – da richiedere con meno di venti giorni a disposizione -, non sono previsti voli diretti Londra-Baku per quella settimana, e come se non bastasse i prezzi dei biglietti aerei per il ritorno si aggirano attorno alle 1.000 sterline. Vero è che la passione non conosce limiti e ogni tifoso sa cosa vuol dire sacrificarsi per la propria squadra, ma certo rendergli la vita ancora più complicata, dopo aver scelto uno stadio a 3.000 miglia dal Big Ben, non sembra proprio una scelta saggia. 

Anche Klopp ha voluto dire la sua a tal proposito, usando parole che non nascondono la sua vena polemica: “I signori dell’Uefa, che decidono la posizione delle finali, non so cosa abbiano in mente. Baku… non so nemmeno come arrivarci, né so se ci sono voli diretti per questa destinazione. Queste decisioni devono essere pensate meglio. Devono mostrare più considerazione verso i tifosi quando scelgono le città che ospiteranno le finali. È irresponsabile, non so come fanno.”

E proprio quest’oggi da Nyon è arrivato un comunicato volto quantomeno ad attenuare le polemiche ma che, stante il suo tenore, avrà molto probabilmente l’effetto contrario. Già perché in questo comunicato emergono non poche contraddizioni…

Perché innanzitutto, vista la posizione geografica e le difficoltà logistiche – si legga scarsa capacità dell’aeroporto – non si siano prese per tempo delle misure adeguate a favorire l’arrivo e gli spostamenti dei tifosi inglesi? L’ammettere nel passaggio seguente poi, con estrema franchezza, che non sarebbe stato saggio, prudente, offrire più biglietti alle due squadre, viste le difficoltà negli spostamenti in terra azera, non suona come ammissione di un errore, quantomeno di valutazione commesso dagli organizzatori? Certo è che sponsorizzare un Paese attraverso un evento sportivo di tale portata e poi metterne, al tempo stesso, a nudo i difetti lascia abbastanza perplessi.

L’ultimo aspetto è forse il più controverso e delicato. L’Azerbaijan ad ovest confina con l’Armenia, Stato con cui i rapporti sono tutt’altro che idilliaci, a seguito della guerra del Nagorno Karabakh iniziata nel 1992 dopo la dichiarazione di indipendenza dell’omonima regione, abitata a maggioranza da armeni, e terminata nel 1994 con la sconfitta delle forze azere e la proclamazione della Repubblica dell’Artsakh (nome di una storica provincia armena) Stato de facto, non essendo riconosciuto da alcun membro dell’ONU. Da quel momento per ogni armeno non è possibile entrare in Azerbaijan. E fino ad oggi l’armeno Mkhitaryan non è mai volato a Baku e dintorni per disputare gare europee, sia con il Dortmund che con l’Arsenal in questa stagione, contro il Qarabag. Dal Governo azero, attraverso il ministero degli Esteri, hanno fatto sapere che il centrocampista armeno dei gunners potrà giocare la finale, affermando che sport e politica sono ambiti separati; l’Arsenal ha comunque chiesto che l’Uefa garantisca l’incolumità e la sicurezza del suo giocatore. 

Insomma ancor prima di iniziare, la finale di Baku è già un caso: politico e diplomatico senza dubbio, ma anche un caso dal punto vista sportivo, dove le esigenze dei tifosi sono state completamente calpestate, a scapito di altri interessi; la speranza è che il campo possa poi farci dimenticare questo concentrato di polemiche e contraddizioni.

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here