Domenica 12 Maggio, per il terzo weekend negli ultimi due mesi, abbiamo avuto il piacere di trascorrere una giornata alla redazione di Sky Sport, centro nevralgico di tutte trasmissioni sportive della multinazionale italiana. Come abbiamo sempre fatto in queste domeniche, anche stavolta non potevamo non approfittare dell’occasione per scambiare quattro chiacchiere sul Gran Premio di Spagna e non solo insieme alla redazione di SkySportF1, ed in particolar modo con due grandi professionisti ed esperti di Formula Uno come Leo Turrini e Fabio Tavelli.

L’analisi completa della gara ve l’abbiamo portata già domenica pomeriggio post Gran Premio, tuttavia, ci sembra opportuno soffermarci, attraverso considerazioni e commenti di simili esperti, sulle prestazioni della Rossa, e sul perché di un tale climax discendente già dopo sole cinque gare.

La Ferrari rifiuta anche il secondo posto”, così ha esordito Il Maestro Turrini dopo la gara, definendo un “assoluto disastro, per utilizzare un eufemismo“, il Gran Premio della Rossa di Maranello: team orders in ritardo, guidabilità pari a zero nel terzo settore, e aggiornamenti aerodinamici che sembrano aver solamente rallentato la SF90. A tal proposito, non potevamo che concordare con Leo, soffermandoci, dopo la gara, su un altro punto altrettanto interessante e imbarazzante allo stesso tempo, insieme a Fabio Tavelli: il circuito di Catalogna rappresenta esattamente lo stesso circuito in cui vennero effettuati i test pre-stagionali, e non spetta certo a noi ricordarvi quanto la Ferrari sembrasse essere a livello dei suoi diretti competitor, se non addirittura più forte. Cosa è successo, quindi, per arrivare a questo punto? Perché, gli aggiornamenti che sembrano funzionare in galleria del vento, ad un tratto, si rivelano assolutamente inefficaci se non addirittura fallimentari per la scuderia di Maranello? Tante domande, poche, anzi pochissime le risposte. In studio però, eravamo tutti concordi riguardo un’unica problematica: la gestione Seb-Charles da parte del muretto non risulta per niente efficace e collaborativa, tutt’altro.

Per una squadra come la Rossa, ciò che è avvenuto in Catalunya ha dell’assurdo, ai livelli dell’eterno conflitto Kevin Magnussen-Romain Grosjean. Perché questo ritardo, negli ordini, e perché questa indecisione? Mentre i nostri esperti erano intenti a preparare la scaletta per “Race Anatomy”, in onda sempre su SkySportF1 dopo la gara, la nostra redazione in visita in quel momento, cercava empiricamente una risposta a tutto ciò, riuscendo forse a giungere a una conclusione. Tralasciando l’incredibile pressione che il team di Maranello storicamente ha sempre avuto, fatto assolutamente visibile con le prestazioni di alcuni uomini come James Allison, capro espiatorio Ferrari nel 2016, e adesso assoluto perno centrale dello stravincente progetto Mercedes, a nostro parere, l’incapacità di “mettere assieme i pezzi” da parte di Ferrari va ricercata proprio nella gestione di quest’ultima: Mattia Binotto rappresenta forse uno degli ingegneri più brillanti dell’ultimo decennio, tuttavia, non ha mai ricoperto ruoli dirigenziali, così come li hanno ricoperti da sempre i vari Christian Horner, Toto Wolff e Zak Brown.

Il team principal rappresenta un ruolo dirigenziale ben preciso e definito, che esula dalle specifiche competenze tecniche. Riprendendo quanto affermato da Flavio Briatore: “Per gestire una squadra di Formula Uno non serve sapere come vengono costruite le auto, serve come mettere insieme gli uomini che costruiscono quella macchina”. Badate bene, lungi da noi criticare l’operato di un illuminato come Mattia Binotto, tuttavia è innegabile affermare che il doppio ruolo (team principal e direttore tecnico) assegnatogli dall’anno scorso, dopo l’avvicendamento di Maurizio Arrivabene, non abbia assolutamente portato qualcosa di buono in casa Ferrari. C’è quindi da chiedersi il perché di questo disastro tinto clamorosamente di rosso, ragionando effettivamente su una corretta assegnazione dei ruoli.

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