Il 5 maggio all’Olimpico la Lazio usciva con le ossa rotte dopo la sconfitta per 1-3 con l’Atalanta: una battuta d’arresto pesante che ha definitivamente compromesso la corsa alla Champions e complicato non poco quella per l’Europa League. In quella circostanza abbiamo ammirato con stupore e incredulità, oltre all’ormai consueto modo di giocare e di imporre la propria idea su qualunque campo, la fame della Dea, la voglia di raggiungere un qualcosa di inimmaginabile per una piazza come Bergamo. Lo si vedeva nei contrasti, nel come i vari Freuler e Hateboer si precipitavano sulle seconde palle: i giocatori di Gasperini sembravano incarnare appieno lo stato d’animo dei loro tifosi. Dal canto suo la Lazio è sembrata vittima sacrificale, attrice non protagonista in una partita condizionata, va detto, dalle prestazioni di alcuni singoli davvero da dimenticare.

 

 

Nel dopo gara quel pomeriggio, Simone Inzaghi fiero e sicuro di sé ai microfoni diceva: “In Coppa sarà tutta un’altra partita”. Detto fatto e così, undici giorni dopo sempre all’Olimpico, nella serata di ieri a seguito di una partita caratterizzata da un’intensità aliena a quelli che sono gli standard della nostra Serie A – non così distante un match di Premier League – sporca, cattiva e bloccata tatticamente, la Lazio si è aggiudicata la settima Coppa Italia della sua storia. L’abitudine a giocare queste partite, acquisita negli anni dagli uomini di Inzaghi probabilmente ha fatto la differenza. I nerazzurri si sono sciolti proprio sul più bello dopo una cavalcata incredibile e non hanno saputo reggere la tensione di un incontro così importante. A differenza di quanto avvenuto in campionato, ieri sera le gambe sembravano tremare più del dovuto, e il pallone pesare il doppio del normale. I biancocelesti invece fin dalle prime battute hanno messo in campo la giusta dose di cattiveria agonistica, anche a costo di risultare molto ruvidi e irruenti (16 i falli commessi), trascinati da un giocatore monumentale – a proposito di Premier – qual è Lucas Leiva, vera e propria anima di questa Lazio, ma questa non è un novità.

La novità invece è stata vedere Immobile abbandonare il campo sullo 0-0, al minuto 67. La partita del numero 17 è stata deludente: il centravanti laziale non ha mai trovato la posizione giusta in campo, troppo spesso da solo contro i tre centrali atalantini e molto lontano dal suo compagno di reparto Correa: spaesato e soprattutto quasi mai nel vivo del gioco. Ed ecco la prima delle due mosse che cambiano la partita: non sostituire il Tucu che da un momento all’altro con le sue accelerazioni può essere letale, ma togliere proprio Immobile lasciando spazio a Caicedo, altro giocatore in palla nell’ultimo periodo. Qualcosa cambia: la coppia sudamericana – con loro insieme in campo la Lazio non ha mai perso – inizia ad essere più pericolosa lì davanti, si trova e duetta in mezzo ai difensori bergamaschi.

La seconda mossa vincente ha un nome: Sergej Milinkovic Savic. Il serbo rientrato giusto in tempo dall’infortunio rimediato nella semifinale contro il Milan, era l’asso nella manica di Inzaghi, da calare nel mezzo della partita per sbaragliare le carte in tavola; Milinkovic risponde alla grande, entrando subito bene, vigoroso ed elegante, bello ma anche sporco, a mettere in atto quella “milinkocrazia” – come hanno ribattezzato i suoi tifosi quel giganteggiare con qualità in mezzo al campo -, e a centrocampo la Lazio inizia a prendere il sopravvento su un Atalanta che inizia a tirare il fiato. 

E dopo una stagione che lo ha visto protagonista più per le critiche ricevute che per le sue giocate, Sergej non poteva scegliere un modo migliore per riscattarsi e per regalare una gioia al suo pubblico, a volte duro ma in fondo che non ha mai smesso di esaltarlo e coccolarlo. Ed ecco che a soli tre minuti dal suo ingresso, all 82’ va ad impattare in maniera perfetta il corner di Lucas Leiva, anticipando Djmsiti, con una splendida torsione. È 0-1 Lazio, sotto la Curva Nord. L’Atalanta accusa eccome il colpo, non riesce a reagire e la squadra di Inzaghi si compatta dietro pronta a ripartire. Ed ecco che anche la prima mossa dispiega il suo effetto: la punizione di Gomez viene rinviata più lontano possibile da Caicedo e Correa si invola verso la porta, salta Freuler con un tocco delizioso e poi dopo una finta mette a sedere Gollini per il definitivo 0-2. Gioco, partita, incontro. Stavolta le gambe del Tucu hanno retto fino alla fine, come a San Siro: pochi gol, forse l’unica pecca della sua stagione, ma tutti determinanti. 

La Lazio adesso è il club di Roma con più titoli, dal 1998 ad oggi ha vinto più Coppe Italia di qualunque altra squadra di Serie A – ben 6, ferma a 4 la Juve – e negli anni del monologo bianconero, è la seconda squadra che vince di più. Per Inzaghi questa è la seconda finale vinta su tre giocate, a tutti gli effetti sua, dato che è stato capace di osare e di leggere nel corso della partita cosa servisse alla sua squadra per cambiare ritmo e prendere in mano la gara. “A volte i subentrati sono più importanti di chi parte dall’inizio” ha detto il tecnico a fine partita, ricordando vagamente un altro allenatore italiano, ultimamente al centro di voci ed indiscrezioni; e chissà se Simone Inzaghi – ieri misterioso sul suo futuro – a breve o tra qualche anno, possa seguire proprio le orme di Allegri. Certo forse gli manca quell’esperienza a livello internazionale, la Juve – nelle persone di Paratici e Nedved – stima molto il 42enne piacentino e lo ritiene uno dei profili giusti per un eventuale dopo Allegri, perché sta dimostrando di avere un requisito che dalla parti di Torino è ritenuto fondamentale: la stoffa del vincente.

 

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