Chi li ha inventati gli olandesi? Ti aggiri sui canali (…) in un giorno d’inverno. Freddo artico, luce come se non avesse pulviscolo, accecante e adatta a farsi dipingere, come quella di Vermeer, che per aver il pennello che aveva ha dipinto pochino.

Gli olandesi difficilmente esagerano. Pensi che il puritanesimo l’abbiano licenziato loro verso il mondo, che le loro donne nascano con la cuffia in testa e lì la tengano tutta la vita, che tutto sia un ordine geometrico fatto di numeri e linee rette che portano a Dio, assecondando un disegno preordinato, nei dettagli: una Weltanschauung che gli conferisce quella sicurezza che gli olandesi dimostrano sempre.

Tutto è forma e funzione. Non fidatevi del tutto, però. Per ogni buon cittadino che sta per andar di ronda nel più celebre quadro di Rembrandt ce n’è uno opposto a lui solo che abita nella stessa persona.”

L’Elogio della Follia

È l’anno del primo telefono cellulare in commercio quello in cui Ronald Reagan annuncia lo “scudo spaziale”. Intanto, mentre in Argentina cade la legge Marziale, nei cinema esce Scarface ed Every breath you take dei Police fa da colonna sonora agli scozzesi dell’Aberdeen che, guidati da Sir Alex Freguson, sconfiggono il Real Madrid di nella finale svedese di Coppa delle Coppe.

In un quartiere operaio di Rotterdam, sull’asfalto battuto da eserciti di sneakers, scorre abitudinario più dell’acqua dei canali il 1983. In piena estate, un po’ in ritardo rispetto alla stagione dei tulipani, nasce il piccolo di casa Van Persie. Frutto di una storia d’amore lunga appena qualche capitolo Robin si ritrova a vivere con suo padre Bob, artista di buona carriera in patria.

Un giovane con il nome da pittore e poche ambizioni fiamminghe che cresce giocando a calcio con compagni di ogni provenienza: il miracolo del proletariato in risposta al sogno americano è l’ SBV Excelsior che lo realizza. A sei anni non ancora compiuti – età richiesta per far parte della squadra dei pulcini – Van Persie stupisce l’osservatore con un controllo di palla consapevole e pulito e da il la ad una carriera che forse neanche immagina, o forse sì.

La pioggia in Olanda non manca e non risparmia i campi di allenamento.  Per quel giorno la comunicazione ufficiale prevede la sospensione della seduta di giornata; tutti la rispettano, tutti tranne uno. Sotto il rumore dell’acqua che scende si sentono i colpi sordi, puntuali come se comandati da batteristi, di una scarpa da ragazzino su un pallone fangoso.  Più alto dei suoi pari età, Robin ha appena tredici anni e qualcuno parlando di lui fa il nome più famoso dei Paesi Bassi, quello che in media i bambini pronunciano dopo “pappa e mamma”, qualcuno fa il nome di Johan Cruyff. Un paragone così più che un augurio potrebbe portare pressione ma non a Van Persie che, invece, si convince di poterlo fare, il calciatore, il predicatore di una fede in maglia Orange. Fermo, deciso, impulsivo e spigoloso, cresce in quegli anni il futuro 9 della nazionale; a scuola le cose non vanno bene, ai rimproveri seguono sempre risposte a tono e il ghetto batte sull’animo di un ragazzino come un fabbro sul ferro caldo. A diciassette anni il primo amore: il Feyenoord. Fa parte della rosa che alza la Copa UEFA ma vive costantemente sulla difensiva entrando in collisione con l’allenatore e altri membri del team. Anche se negli occhi dei tifosi resta la traversa da lui colpita dopo aver rubato la punizione a Pierre van Hooijdonk, giocatore di punta della formazione, tutta la carriera di Van Persie è racchiusa in una partita di coppa contro il Fenerbache durante la quale, a cinque minuti dal fischio finale, si rifiuta categoricamente di fare il suo ingresso in campo; a “cinque minuti” dall’epilogo della sua carriera sarà di nuovo la squadra turca a far da cornice alla sua mai arrendevole follia ma nel 2004 l’astro nascente del calcio continentale tutto questo non lo sa. 

Come Erasmo nel ‘500 così Robin da Rotterdam va in Inghilterra. Ad attenderlo non Tommaso Moro ma Arsène Wenger, allenatore dell’Arsenal e mentore del ragazzo; in pochi hanno mai guardato con un così struggente sguardo paterno un calciatore come Wenger guarda Van Persie. Vince un FA Cup, perde una finale di Champions e diventa capitano, nel mentre passano otto anni, tanti gol di destro, di sinistro, di testa, da fuori, di rapina, al volo o su punizione: “he’ll score when he wants”. Ha il nome da pittore e due pennelli al posto dei piedi.

La distanza non tiene lontane le accuse infamanti di stupro tenute in piedi per circa un anno. La stella dell’Arsenal da presunto carnefice diventa vittima di una menzogna di cattivo gusto e aggiunge scorie da saldare all’armatura del suo temperamento. Una chiamata, quando l’amore sembrava andasse a gonfie vele tra lui e il popolo Gunners rompe l’incantesimo. Dall’altra parte Sir Alex Ferguson, l’Old Trafford e il Manchester United. Chi se non un folle avrebbe firmato un contratto con i Red Devil’s con la fascia di capitano dell’Arsenal stretta al braccio? Piomba il gelo totale tra chi si era tanto amato, tra i passionali tifosi londinesi di Febbre a 90 e il longilineo e imprevedibile olandese.

Quella allo United, seppur da doppio capocannoniere, con un titolo nazionale ed un’altra FA Cup è un avventura del viaggio di ritorno verso casa… È come se il tradimento ai Gunners gli avesse donato di diritto una sua personale Odissea. Robin approda in Turchia nel 2015, alla sua carriera ha chiesto molto, forse troppo, e rischia anche di rimetterci la vista. Il fato sembra essere dalla parte di quel ragazzo di Rotterdam che ormai ha il bianco tra i capelli, che ha saputo allontanare i vizi e gli stravizi da ragazzino e che ha dovuto difendersi dalle ingiurie del successo. Appena due anni con la maglia del Fenerbache per poi attraccare a Rotterdam dove tutti lo aspettano per tenedere l’arco e scoccare la miglior freccia.

Vince da protagonista la sua prima coppa d’Olanda e poi la Supercoppa. Intanto però sbocciano i ragazzini terribili dell’Ajax. Loro fioriscono e lui sfiorisce. Un conto aperto ha col destino il numero 32 del Feyenoord perché non ha mai realizzato un gol nel De Klassieker. È il 27 gennaio del 2019 quando i lancieri escono sconfitti al de Kuip, e nel 6 – 2 complessivo la tripletta è di Robin Van Persie. Finisce qui una delle carriere calcistiche più affascinanti e commoventi del calcio moderno, si chiude così il cerchio, un cerchio entro cui Van Persie non ha mai colorato.

“Tutta la vita umana non è se non una commedia, in cui ognuno recita con una maschera diversa, e continua nella parte, finché il gran direttore di scena gli fa lasciare il palcoscenico.”

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