Ripensando alla carriera di Daniele De Rossi, in questi giorni tumultuosi e frenetici, capita spesso di rivivere la sciagurata espulsione contro gli Stati Uniti, nella seconda partita di quell’indimenticabile mondiale tedesco. Il volto di Brian McBride ricoperto di sangue, quello del giovanissimo centrocampista della Roma sorpreso per il rosso che l’arbitro Jorge Larrionda gli sta sventolando in faccia, sicuro ed inflessibile. Uscendo dal campo, però, lo sguardo di Daniele De Rossi è quello tipico di chi sa di averla combinata grossa. Ha solo 23 anni e potrebbe aver gettato al vento, con un gesto folle e sconsiderato, l’occasione della vita. Il verdetto recita quattro giornate di squalifica: il nostro CT, Marcello Lippi, potrà averlo a disposizione solo per l’eventuale finalissima.

Il racconto dei giorni successivi e di tutto il particolare mondiale del ragazzo di Ostia rendono già in modo chiaro l’idea della sua personalità, del suo carattere e del suo orgoglio. Un simbolo del suo percorso nei successivi 13 anni, fino a questo amaro epilogo. L’immediata ammissione di colpevolezza e le pubbliche scuse; il rientro a Berlino, contro la Francia, a riavvolgere il nastro e riprendersi il tempo perduto. E un rigore perfetto, uno dei più pesanti, nel percorso netto a tu per tu con Barthez.

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Da quei magnifici giorni, Daniele De Rossi è cresciuto, maturato, si è fatto uomo. Sempre fedele, però, al proprio essere, non derogando mai al senso di appartenenza, all’identità, allo spirito che Roma e la Roma portano con sé. DDR non è mai stato uno banale, uno che parla con le solite frasi fatte, confezionate per le interviste di rito. Anzi, ha sempre detto ciò che pensava, in modo schietto, diretto, onesto, talvolta anche ingenuo, senza pensarci su più di tanto. E in un mondo del calcio come quello di oggi, troppo spesso piatto e monotono, ordinario e prevedibile, ci siamo presto resi conto che di lui non avremmo potuto fare a meno.

Un uomo schietto e passionale, votato “anima e cuore” ai colori giallorossi, incurante delle critiche, delle contraddizioni a cui un personaggio come il suo può prestarsi. O del lato oscuro della sua personalità che talvolta si manifesta, l’altra faccia della medaglia. Perché, come ogni leader che si rispetti, De Rossi sa benissimo di non poter piacere a tutti, consapevole che uno come lui vive grazie all’amore della sua gente e del suo popolo, così come all’odio (in senso sportivo, beninteso) dei suoi rivali. Quei rivali che lui stesso ha citato, nella conferenza stampa di martedì, come parte fondamentale della sua carriera, componente imprescindibile per la piena realizzazione della propria essenza. Gli stessi “nemici sportivi” che oggi, non a caso, lo celebrano all’unisono, riservando ammirazione e rispetto per ciò che ha sempre rappresentato.

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Daniele De Rossi, dal carattere così riflessivo e profondo, torna spesso a ragionare su quello che avrebbe potuto essere la sua carriera se avesse deciso, nel momento più alto e luminoso, di lasciare Roma, approdando a squadre che gli avrebbero certamente garantito maggiori possibilità di vittoria. Un ragionamento dal quale molto spesso traspaiono rammarico e rimpianto. Ma se è vero che “mi sarebbe piaciuto vedere come si vive da un’altra parte”, è altrettanto vero che “vivere senza Roma sarebbe stata una cosa che mi avrebbe fatto più male del non aver vissuto un Real-Barcellona, o i migliori stadi inglesi, o di non aver vinto più trofei”. Perché alla fine è sempre a Roma che si torna, è sempre con Roma che uno come Daniele De Rossi deve fare i conti. Perché è solo alla Roma che rimpiange di aver potuto donare una sola carriera.

Perché ci vogliono cuore e carattere, personalità e coraggio, a diventare capitano della propria squadra del cuore, simbolo del romanismo e di un modo diverso di vivere il calcio. In particolare, dopo essere stato per almeno quindici anni il designato “Capitan Futuro”, erede annunciato di colui che ha rappresentato non solo una squadra, ma pure un’intera città. Fino all’ultimo momento, fino a questa tempesta finale, De Rossi ha dato prova del proprio infinito orgoglio, della propria totale avversione alla banalità, andando anzi a pungere una società slegata e disorganizzata con il piglio di chi non vuole rassegnarsi ad un calcio dove le bandiere vengono ammainate con troppa facilità e scarsa gratitudine.

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E se le parole di Ranieri forniscono un’ulteriore conferma del caos che regna nelle stanze giallorosse, ingigantito oltremodo dalla grottesca vicenda degli audio diffusi su WhatsApp, la protesta dei tifosi è già esplosa nelle più svariate forme, andando addirittura a valicare i confini nazionali. Mentre agli eterni, inguaribili romantici di questo magnifico gioco, non resta che fantasticare sulla futura destinazione di DDR, con il Boca Juniors, di cui già si parla con insistenza, che rappresenterebbe uno splendido regalo di fine carriera.

Sarà pur vero, insomma, che non è mai semplice coniugare ragione e sentimento, cuore e razionalità, ma, parafrasando il pensiero di Aleksándar Kolárov, compagno e amico di Daniele De Rossi, sembra difficile pensare che possano servire tre o quattro mesi per rendersi conto di ciò che “Danielino” ha rappresentato, in questi diciotto anni, per la Roma e il romanismo.

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