Era un tranquillo giovedì, nell’estremo relax di Caupenne d’Armagnac, un paesino bucolico di neanche 500 abitanti nell’Occitania. Dai vigneti, poco prima dell’ora di pranzo, un suono ruppe il silenzio e mise fine alla vita di un uomo che non ce la faceva più, che non era in grado di nascondere per il resto dei suoi giorni i demoni di una carriera ciclistica maledetta e di una vita difficile. Verso le 13 di giovedì 19 maggio 1994 Luis Ocaña si sparò alla tempia lasciando di stucco il mondo intero, i tifosi che da sempre lo osannavano e la famiglia incredula. Le lacrime erano tante, la tristezza andava di pari passo alla rabbia e al mistero, perché sì il campione spagnolo fu vittima di una gioventù sportiva sotto il segno della mala sorte, ma non a tal punto da “farla finita” così, nonostante la sua precaria condizione di salute, nel più brutale dei modi. I misteri sono tanti, forse troppi. Proviamo allora a riavvolgere il nastro e a conoscere il campione iberico.

Jesús Luis Ocaña Pernía nacque il 9 giugno 1945 non lontano da Toledo, la sua infanzia fu tranquilla e vissuto in un piccolo paesino della Castiglia. Si appassionò in tenera età al ciclismo quando dovette trasferirsi nel sud della Francia, una delle patrie della bicicletta. Ocaña si mise in luce come un vero e proprio enfant prodige e a soli 23 anni diede già degli ottimi segnali sulla sua classe smisurata. Il primo grande successo arrivò nel 1970 quando vinse la Vuelta di Spagna davanti al connazionale Tamames e Van Springel, vittoria che segnò il punto di svolta della carriera di Luis, il quale decise di giocarsi il tutto per tutto nella rincorsa alla maglia gialla del Tour de France. In pochi lo dicono, in molti lo pensano: il 1970 fu “l’inizio della fine” di Ocaña.

Fu l’inizio della fine, perché nel luglio 1971 il nome di Luis Ocaña entrò nella leggenda del ciclismo, ma non per un trionfo bensì per un ritiro: il più beffardo della storia del ciclismo. Alla Grande Boucle del 1971 ci si arrivò nel pieno strapotere del “Cannibale” Eddy Merckx, che si trovò a difendere le maglie gialle conquistate nel 1969 e nel 1970, oltre ad avere già nel palmarès un Giro d’Italia e ben dieci classiche monumento. Quel Tour, fino alla seconda settimana, fu molto tranquillo, ma nell’undicesima tappa Luis Ocaña si inventò un’azione ancora oggi ricordata come una delle più belle e appassionanti di sempre. Con un gruppetto composto da Agostinho, Zoetemelk e Van Impe tentarono sin dalle prime battute di isolare Merckx e a 70 chilometri dall’arrivo lo spagnolo salutò tutti e tagliò il traguardo con sette minuti dai compagni di fuga e nove minuti dal Cannibale, impresa che gli valse la maillot jaune. Per molti “la più grande impresa del Tour de France”. Da quel momento la corsa “gialla” fu una questione tra Merckx e Ocaña.

Il giorno della fine fu il 12 luglio 1971. Luis in maglia gialla, Eddy ad inseguire. 215 chilometri da Revel a Luchon, i due staccarono tutti dopo le prime asperità e si trovarono sotto il diluvio universale in un gioco di nervi senza precedenti. Dopo le scalate estenuanti, arrivarono le discese: l’incubo dei ciclisti nelle giornate di pioggia. E per Ocaña fu un vero e proprio incubo, quando in un tornante perse il controllo della bicicletta e andò a sbattere contro un muro di sostegno. Voi penserete che questa fosse la tanto narrata “sfortuna” di Luis, invece no, perché la maledizione fu solo alle prime battute.  Ocaña, dopo il trauma, si rialzò eroicamente per riprendere l’inseguimento del Cannibale, quando in discesa lo sopraggiunse Zoetemelk che a sua volta non controllò la bicicletta prendendo in pieno Luis Ocaña.

Al muro resistette, alla valanga di Zoetemelk no. Lo spagnolo fu costretto al ritiro dal Tour de France. Eddy Merckx andò a vincere tappa e Tour, ma nel giorno seguente alla tappa maledetta si rifiutò di vestire la maglia gialla per rispetto nel rivale-amico Ocaña dichiarando di non essere il legittimo proprietario. Perché lo sapeva bene anche Merckx che quel Tour, senza la maledizione, l’avrebbe vinto l’iberico.

Nonostante ciò, la carriera di Luis continuò e nel 1973 riuscì a vincere il Tour de France prendendosi con due anni di ritardo ciò che gli spettava. Tuttavia la sfortuna si spostò nell’altro versante dei Pirenei e lo accompagnò nelle Vuelte, dove dopo il successo del 1970 collezionò due quarti posti, due secondi ed un terzo.

Ritorniamo a quel drammatico 19 maggio del 1994. Luis Ocaña in quel periodo faceva il commentatore ed era pronto per seguire il Giro d’Italia che sarebbe iniziato qualche giorno dopo. La salute tuttavia non era delle migliori, a questa si affiancarono dei seri problemi economici a causa delle annate di forte gelo che resero quasi nulli i profitti dell’azienda agricola. Nell’aria ci fu anche un potenziale divorzio dalla tanto amata moglie che a sua volta tentò il suicidio (o almeno così si dice). Così prima di pranzo si sparò alla tempia sinistra, un altro grande mistero considerato che Luis non era mancino e si presume che una persona intenzionata a “farla finita” ci provi almeno con la mano più abile.

Luis Ocaña morì, tra i demoni di una carriera sfortunata, tra l’amore dei tifosi che lo vedevano come un eroe, l’unico eroe in grado di mettere in ginocchio il Cannibale. Morì a 49 anni, lasciando un buco mai colmato.

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