Stefano Cecchi, fiorentino classe ’59, dopo la laurea in Scienze Politiche ha intrapreso la carriera giornalistica dalle colonne de La Nazione, testata che non ha mai tradito – eccetto per una parentesi al quotidiano parigino France Soir – spaziando dai temi politici alla cronaca, fino al calcio. È inoltre apprezzato opinionista sulle frequenze di Radio Sportiva. Abbiamo avuto il piacere di fare in sua compagnia una lunga chiacchierata, partendo dagli amati colori viola per poi allargare lo sguardo fino alle notti europee.

La stagione della Fiorentina: alla 24^a giornata (successo 1-4 a Ferrara) si trovava a 35 punti, a -3 dalla coppia Atalanta-Lazio, in lotta per l’Europa. Poi 5 punti nelle successive tredici gare, peggior ruolino di marcia del campionato, e lo scivolamento a ridosso della zona retrocessione. Quali le ragioni?
“I punti raccontano bene ciò che è successo. La Fiorentina ha iniziato la stagione come squadra più giovane del campionato, un gruppo tenuto insieme da Pioli. Che magari non sarà mai Klopp, ma è una persona per bene che tirava fuori il meglio da questi ragazzi. Purtroppo durante il campionato i rapporti tra tecnico e parte della dirigenza hanno mostrato qualche crepa: l’addio è stato davvero traumatico, e la squadra ne ha risentito profondamente. E’ saltato quell’equilibrio che permetteva di esaltare i valori di giocatori che, forse, non sono così forti come sembravano.”

Capitolo Pioli: la richiesta di “competenza e serietà” da parte della proprietà è parsa da subito molto forte, tanto da rendere quasi inevitabili le dimissioni del tecnico. Perché non si è passati attraverso un normale esonero?
“Non lo so dire. Sicuramente quel comunicato, rivolto a una persona come Pioli, non poteva che portare alle dimissioni. Non tutti nel calcio sono Ventura. Certo il clima fra l’allenatore e il DS Corvino, che gli imputava di aver “polverizzato” una campagna acquisti a suo dire valida, era teso da tempo. Ma chi ha fatto quel comunicato maldestro non si aspettava, a mio modo di vedere, una reazione così netta e limpida da parte di Pioli. La società pensava comunque di portare a termine il campionato, per poi separarsi a fine stagione.”

A sostituire Pioli, (ri)ecco Montella. Firenze è indubbiamente la piazza in cui il tecnico campano ha mostrato le cose migliori, ma era una Fiorentina con ambizioni ben diverse da quella attuale. E’ la scelta giusta per il futuro?
“I contatti con Montella, per la prossima stagione, erano già in corso. Pioli probabilmente lo ha saputo, e quel comunicato ha poi fatto precipitare la situazione. Tanto che lo stesso tecnico ex-Siviglia si è trovato ad accettare un subentro in corsa, che era chiaramente un azzardo.
Considero Montella il più bravo allenatore dell’era Della Valle, superiore anche a Prandelli. Tre quarti posti, una finale di Coppa Italia, una semifinale di Europa League. Ma soprattutto un’identità di gioco a livello altissimo. Non si era però lasciato bene con una parte del pubblico, e il rischio è che quei trascorsi possano riemergere alle prime difficoltà. E queste prime partite, oggettivamente imbarazzanti, stanno già sollevando una serie di pericolosi malumori. Diamogli però atto che questa è una squadra costruita per un’idea di calcio ben lontana da quella montelliana. Si dice che Corvino fosse innamorato di Di Francesco: io non so se sia più bravo, ma sicuramente avrebbe avuto in dote una scorta di pazienza, una sorta di luna di miele con la piazza, che Montella non potrà avere.”

E’ evidente, nelle ultime stagioni, il progressivo disimpegno dei Della Valle. Forse un vero e proprio disamoramento. Per il terzo anno di fila la Fiorentina non entra in Europa, e la piazza è più che mai sul piede di guerra. Vede ancora i Della Valle nel futuro Viola?
“Bisogna stare attenti a non parlare dei Della Valle come un blocco unito. Diego e Andrea sono due entità ben distinte. Se fosse stato per Diego, l’avventura in viola sarebbe conclusa da tempo. Arrivò nel calcio con la passione e l’entusiasmo di un bambino. Quel Diego era una bellissima speranza, voleva riformare la Federazione e la Lega, aveva idee.
Ma la squadra restò invischiata in Calciopoli, per la presenza di personaggi davvero discutibili come il vicepresidente federale Innocenzo Mazzini. E da lì lui si allontanò molto dal calcio. Il resto lo ha fatto il rapporto tra proprietà e piazza, che non è un caso confinato a Firenze. Credo che lo scontro tra presidenze e tifoserie connoti un po’ l’Italia intera. Diego Della Valle la sta vivendo in modo lacerante, e l’ultima lettera aperta alla città ci racconta di un rapporto ormai al capolinea.
La Fiorentina è certamente in vendita, il problema – come per altre piazze – è trovare l’acquirente giusto. Mi viene in mente Ferrero: un Presidente che va a Domenica In, e dice che la sua fede è romanista, nella mia idea romantica di calcio è davvero improponibile. Passione, emozione, senso di appartenenza, sono valori che vanno oltre qualsiasi ricchezza.”

Chiesa è un probabile partente. Simeone palesa una netta involuzione. Muriel ha colpi da campione uniti a inspiegabili passaggi a vuoto. I vari Lafont, Pezzella, Milenkovic, Benassi, Veretout rappresentano però un nucleo potenzialmente importante. Si può ripartire da loro?
“Si potrebbe. Il problema è che in questo momento molti giocatori si sono smarriti. Sono buoni calciatori, ma ho l’impressione che il percorso fiorentino di molti di loro sia già concluso. Un gruppo molto giovane, di prospettiva, che sembrava potesse segnare una nuova fase, per motivi diversi difficilmente potrà essere riproposto. Ho il timore che alla Fiorentina, oltre al nuovo allenatore, dovranno arrivare anche un nuovo DS e parecchi giocatori diversi da quelli attuali, che vedo destinati a cambiare aria.”

Allarghiamo la prospettiva. Juventus anni luce avanti a tutti, il Napoli senza Sarri ha recitato da sparring partner. Con le milanesi che fanno un passo avanti e due indietro, la speranza sembra provenire dalla Torino granata e, soprattutto, da Bergamo.
“Non c’è dubbio che se il campionato ci ha regalato qualche emozione forte, questa provenga dal Torino e dall’Atalanta. Soprattutto quest’ultima che sta giocando da luglio, e pure sembrava che la loro stagione fosse iniziata sotto una cattiva stella. Sono bravissimi a vendere i loro gioielli e a reinvestire con grande competenza. E’ un’alchimia meravigliosa che fa sì che un po’ tutti tifiamo Atalanta, perché rappresenta le idee e il merito che vincono sui soldi. Pensiamo a quanto ha speso il Milan, per trovarsi poi ad inseguire.
A Bergamo poi c’è una cosa che invidio moltissimo: il senso d’identità. Un Presidente che ha vestito quella maglia, che ha orgoglio nel difendere quei colori. Nel calcio non ci sono solo Messi, Ronaldo e le vittorie: c’è qualcosa che va oltre, come l’appartenenza alla propria terra. E a Bergamo lo sanno ancora.

Sul Napoli sarei meno duro: è vero, arriva secondo a distanza abissale. Ma alle sue spalle c’è il vuoto. Le vere delusioni a mio modo di vedere sono invece Inter e Milan.”

Abbiamo ancora negli occhi le semifinali di Champions: uno spettacolo di campioni, gioco e intensità purtroppo ben lontano dal nostro calcio. Le inglesi in particolare hanno enorme disponibilità di capitali, ma basta il solo fattore economico a spiegare la distanza tra noi e loro?
“Stiamo attenti a non essere figli del momento. Oggi abbiamo quattro squadre inglesi ai primi quattro posti in Europa. Ma da anni la Premier è stabilmente il campionato più ricco, eppure non abbiamo assistito, in parallelo, a un dominio europeo. Nel calcio, per fortuna, non contano solo i soldi. Altrimenti non capiremmo perché l’Ajax ha potuto fare ciò che ha fatto.
Credo che il fato abbia tuttora la sua parte, e non ritengo siamo di fronte all’inizio di un dominio della Premier. Vedo più un caso fortuito quanto accaduto in questa stagione, rispetto alle precedenti quando le squadre inglesi si fermavano prima. Permangono delle perplessità a livello tattico, e ritengo ci siano comunque squadre, per quel livello, più attrezzate. Real, Barcellona, Bayern, sono formazioni che oltre alla forza economica raccontano una Nazione intera.
Certo il campionato inglese è più divertente: loro hanno capito che c’è bisogno di competizione. Che c’è bisogno di casi come il Leicester, il Tottenham, e distribuiscono più equamente i grandi fondi a disposizione. In Italia la normalità è invece un Genoa che non riesce a trattenere più di cinque mesi un colpo straordinario come Piatek.”

Partite come quelle cui abbiamo assistito in Europa fanno emozionare. La sensazione è però che a Firenze, Genova, nella stessa Milano non si sogni più. Ma cosa resta allora ai tifosi?

“L’errore è proprio qui. Noi dobbiamo resistere, e far sì che il sogno non muoia mai. Io, che purtroppo sono più anziano di te, ho visto una cosa meravigliosa. Ho visto vincere uno Scudetto a Firenze. Non so se si ripeterà anzi, la logica mi dice che non è più possibile. Ma se io abdico alla logica, se perdo quest’idea magnifica che la Fiorentina possa un giorno vincere ancora il campionato, muore il calcio. Se mi nego l’idea che ciò possa accadere, perché contano solo i soldi, che senso ha a quel punto che io segua ancora il calcio?
Se i nostri dirigenti – impegnati a inseguire l’euro in più dalle tv – non capiscono questo, finiranno per togliere la gioia da questo sport che tanto amiamo. E la gioia è poter pensare che anche una Fiorentina possa tornare a giocarsi lo Scudetto. Chi nega questo sogno, nega l’essenza stessa del calcio.”

Un ringraziamento speciale a Stefano Cecchi.

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Intervista di Diego Baracchi

Grafica di Francesco Daniel Severi

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