Quando si parla di cestisti europei approdati nella più importante lega del mondo il primo nome che viene in mente è quello di Dirk Nowitzki, dodici volte All-NBA, MVP nel 2007, MVP della Finals nel 2011 e vincitore del titolo con i Dallas Mavericks. Tuttavia, per gli appassionati di vecchia data, il simbolo per eccellenza del basket europeo oltreoceano resterà per sempre “il Mozart dei canestri“: Dražen Petrović, un’icona di classe ed eleganza che lasciò il mondo in un tragico pomeriggio a Denkendorf il 7 giugno 1993, all’età di 28 anni.

I primi passi tra i grandi li fece nel 1984 dopo il passaggio dalla squadra della sua città natale Sebenico al Cibona di Zagabria, dove militò per quattro stagioni diventando un vero e proprio leader del team. Nel 1985 conquistò la prima Coppa dei Campioni che riuscì a bissare l’anno successivo, senza parlare del dominio nelle competizioni nazionali, dal campionato jugoslavo alla Coppa di Jugoslavia (vinta per tre anni consecutivi). Nel 1988 si accasò al Real Madrid per una sola stagione con un contratto stellare e lo status condiviso dal grande pubblico di “miglior giocatore europeo”. In quell’annata riuscì a sollevare la Coppa delle Coppe, competizione riservata alle vincitrici dei titoli nazionali. Dražen entrò molto presto a far parte della nazionale jugoslava, nel mitico Dream Team campione del mondo nel ’90 composto dallo stesso Petrović, il suo amico di vecchia data Divać, Radja, Kukoć e Paspalj, in un quintetto divenuto una sorta di “filastrocca” per tutti gli amanti del basket.

La svolta della sua carrierà arrivò nel 1989 quando, poco motivato nel restare in Europa da top player, fece il grande salto verso in NBA firmando con i TrailBlazers per cercare nuovi stimoli. L’avventura nell’Oregon cominciò tutt’altro che bene nonostante l’approdo alle Finals, perse poi per 4-1 con i Pistons. Le medie si abbassarono drasticamente e fece molta fatica ad integrare la sua filosofia di gioco con quella di coach Adelman. Così, nell’estate del 1991 passò ai New Jersey Nets (ora Brooklin) sotto la guida di Bill Fitch, allenatore blasonato con alle spalle un anello conquistato con i Celtics e due volte coach of the year, che gli diede subito grande fiducia inserendolo nelle rotazioni come sesto uomo e con un minutaggio di oltre 20 minuti a partita.

La consacrazione arrivò nelle due stagioni seguenti, prima con Fitch e poi con Daly, fresco vincitore di due anelli in back-to-back con i Pistons. Nel 1992 diventò un titolare inamovibile apportando alla squadra una visione di gioco mai vista prima da una giocatore europeo, oltre a 15 punti di media con percentuali sopra al 50%. Nel terzo anno ai Nets migliorò tutte le sue medie, divenendo un’icona della NBA fino alla storico inserimento nel All-NBA Third Team (impresa mai riuscita ad un giocatore europeo).

La favola del “Mozart dei canestri” cessò a Denkendorf, in un maledetto incidente d’auto contro un camion che a sua volta cercava di schivare un’altra vettura. Nel momento della collisione fatale alla guida c’era la compagna di Dražen (oggi moglie di Oliver Bierhoff) mentre il sublime croato dormiva. In quel paesino della Baviera si spense uno dei più grandi cestisti europei di sempre, uomo entrato nel guinness world record per punti segnati in una partita:112… Lasciò un vuoto incolmabile, una grazia, un’eleganza e un’attitudine mai più vista in un giocatore del Vecchio Continente.

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