Quello dell’intervista agli arbitri a fine partita è forse l’ultimo grande tabù rimasto nel calcio moderno. Se ne discute ormai da tempo, con potenziali aperture e repentine marce indietro anche da parte degli stessi vertici AIA. Eppure telecamere e microfoni hanno avuto, negli anni, accesso ad ogni possibile aspetto legato all’incontro: abbiamo le impressioni dei giocatori nel pre-partita, appena scesi dal pullman con le loro cuffie appariscenti e i borselli firmati sottobraccio… Le dichiarazioni – invero mai troppo originali – al termine del riscaldamento, o a caldo a fine primo tempo. Le dediche alla nuova meravigliosa fidanzata da parte del migliore in campo. Immagini esclusive dagli spogliatoi, con le divise perfettamente disposte in attesa di essere indossate dai protagonisti di giornata e gli ultimi massaggi al tatuatissimo quadricipite del campione. E per concludere, i lunghi post-gara. Spesso forieri di aspre polemiche tra allenatori e opinionisti, capaci di trascinarsi anche per intere settimane (vero Allegri/Adani?) e di fornire materiale per innumerevoli pagine da scrivere o servizi da trasmettere. Ma degli arbitri, non c’è traccia.

Nonostante spesso siano proprio loro, i fischietti, i convitati di pietra nei dopo-partita. Menzionati più o meno velatamente, tirati in ballo (anche se “oggi dell’arbitro non parlo”..), discussi, attaccati. Le decisioni prese o non prese nel corso della gara vengono vivisezionate da tecnici, ospiti in studio, moviolisti. Ma agli arbitri non è consentito, dopo una doccia ristoratrice, presentarsi ai microfoni per spiegare il proprio punto di vista sugli episodi chiave dell’incontro appena concluso. Provare, quantomeno, a raccontare le motivazioni che hanno portato alla concessione di un rigore, o le ragioni alla base di una mancata espulsione. Il perché in uno specifico episodio non ci si sia avvalsi della VAR review. Potrebbe essere un modo efficace per stemperare gli animi, si dice. Un modo per sgombrare subito il campo da possibili equivoci e fastidiose dietrologie, sempre pronte a crescere come un incendio in una cartiera. Addirittura, un modo per rendere gli arbitri più umani agli occhi dei tifosi, diffondendo al contempo preziosa cultura regolamentare.
E invece, con tutta probabilità, sarebbe un disastro.

La dimostrazione ci viene in questi giorni da un’intervista rilasciata dall’ormai ex-arbitro Paolo Silvio Mazzoleni. Il fischietto bergamasco, dopo 210 gare di Serie A dirette in carriera, ha concluso in questa stagione la sua attività – per raggiunti limiti di età – ed ha accettato di raccontarsi al quotidiano della sua città, l’Eco di Bergamo. Toccando molti temi: gli esordi, il rapporto con i giocatori, gli errori, il giudizio sul VAR. Alcuni passaggi, in particolare, hanno scatenato le immancabili polemiche.

“Ibrahimovic è il giocatore più forte che abbia visto su un campo, dava la sensazione di poter vincere le partite da solo. Messi rappresenta il talento, Cristiano Ronaldo lo considero una macchina perfetta. Zanetti e De Rossi sono i più carismatici, Hamsik quello meno sopportabile. I rapporti migliori li ho avuti con quelli di personalità come De Rossi, Bonucci, Zanetti, Diamanti, Gattuso e Stankovic.”

“Hamsik quello meno sopportabile”. Apriti cielo. Le reazioni social non hanno tardato ad arrivare, nella maggior parte dei casi con toni che vanno dal sarcastico al complottista. Senza dimenticare l’insulto, sia mai. Certo il passaggio di Mazzoleni si è rivelato per lo meno improvvido. Senza dubbio un po’ ingenuo, ma in egual misura umanamente comprensibile. È infatti del tutto normale avere più o meno difficoltà nel rapportarsi con persone diverse, che hanno modi di fare, di porsi, che possono integrarsi in maniera  anche molto differente con la nostra personalità. E’ semplice questione di empatia. E gli arbitri non fanno eccezione, per quanto siano preparati ad applicare con rigore e obiettività il regolamento.

Uno degli errori che più mi tormentano è un rigore in Juventus-Genoa: lo fischio, chiedo aiuto ai leader in campo, Del Piero, che ha subìto il fallo, giura che era in area, i genoani sostengono il contrario. Io l’ho visto in area: rigore. La sera vedo le immagini: fuori area di un metro.”

Altro passaggio molto controverso dell’intervista. Ma come, l’arbitro va a chiedere conferma della propria decisione ai protagonisti dell’episodio? Anche in questo caso, un qualcosa che andrebbe letto essenzialmente sul piano umano. Un dubbio impossibile da sciogliere (era il 2010, il VAR esisteva solo nei sogni del visionario Aldo Biscardi), la tentazione di affidarsi alla sensazione di chi il fallo lo ha subìto. Un campione di cui si ha stima, arbitrato tante altre volte. Che in quell’occasione, per malizia o per reale convinzione, porta Mazzoleni a compiere un errore macroscopico. Per chi vive di dietrologie, nient’altro che una manna dal cielo. Per tornare a parlare, ancor più convintamente, di sudditanza, manovre di Palazzo, Calciopoli.

Gli arbitri, professionisti di fatto ma non ancora – per quanto se ne sia parlato anche di recente in Commissione Parlamentare – sotto il piano legale, non ricevono una specifica formazione nel campo della comunicazione. Provenendo dai mestieri più disparati – avvocati, elettricisti, antiquari – possiedono abilità comunicative molto diverse l’uno dall’altro. C’è chi sembra nato per parlare in pubblico, come Collina e Rizzoli, e chi sarebbe opportuno non lo facesse mai. Per arrivare a rilasciare regolarmente interviste post-partita, certi di non provocare disastri mediatici, servirebbero mesi – forse anni – di preparazione mirata nel corso dei raduni presso il centro tecnico di Coverciano. E potrebbe non bastare. Perché in fondo, la polemica arbitrale continua ad esercitare un fascino ben maggiore rispetto alla comprensione del regolamento. Fornisce alibi per sconfitte e campionati zoppicanti, anima le discussioni tra tifosi, fa scrivere centinaia di pagine cartacee e virtuali.
Ecco la ragione per cui non siamo ancora pronti. E chissà se mai lo saremo.

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