La notte del Draft: una delle più importanti e seguite dell’intera stagione Nba e sicuramente la più importante per un giovane atleta pronto ad entrare nella lega più prestigiosa (e ricca) al mondo.

È il primo atto ufficiale dell’offseason estivo e il momento in cui le squadre cominciano davvero  a pianificare il futuro prossimo. Ecco un breve glossario per non sfigurare nelle discussioni di mercato in attesa di far parlare il campo.

Partiamo proprio dal Draft: nell’articolo dedicato alla lottery abbiamo già spiegato come funziona ma rinfreschiamoci un attimo la memoria: i migliori prospetti liceali,  al compimento dei 19 anni (o comunque nell’anno del compimento), possono dichiararsi eleggibili dalle franchige della lega; in base ai risultati della regular season appena conclusasi, le 14 squadre non qualificate ai playoff partecipano alla lottery che, con probabilità inversamente proporzionali al record in Rs, sancisce l’ordine di scelta dei primi 14 giovani. La possibilità che un record negativo porti alla firma di un atleta potenzialmente migliore ha dato origine al discutibile fenomeno del tanking, ossia il giocare a perdere per aumentare la probabilità di una scelta migliore, anche se proprio per evitare che le squadre tankino eccessivamente verso fine stagione, proprio da quest’anno la probabilità che l’ultima squadra prenda la first pick è stata ridimensionata. Arrivati al momento di scegliere, si chiama la propria pick e, nel momento stesso della firma, le possibilità sono 2: proporre il classico contratto da matricola (2 anni garantiti più eventuali opzioni o rinnovi) oppure firmare la propria scelta per poi spedirla altrove, magari perché inserita in una trade o perché meno funzionale nel proprio sistema di gioco: è ciò che avvenne l’anno scorso quando Luka Doncic firmò come terza scelta ad Atlanta e venne immediatamente mandato a Dallas al posto della quinta (Trae Young) e una prima scelta futura, o ciò che succede quest’anno con la quarta scelta dei Lakers, inserita nell’affare Davis.

Passato l’anno da Rookie e quello da Sophomore (il secondo da professionisti), si arriva alla fine del contratto standard da matricola e bisogna eventualmente rinnovare: qui ci si ritrova a dover valutare l’ampio ventaglio di tipologie contrattuali. Come in ogni lavoro, i contratti possono avere durate differenti, con innumerevoli clausole. Le clausole più comuni sono le option a fine contratto: la player option e la team option. La player option consiste nella possibilità dell’atleta di rinunciare all’ultimo anno di contratto per diventare free agent (svincolato in sostanza): è ciò che fece Lebron James quando torno ai Cavaliers nel 2014 e ciò che (prima delle complicazioni avvenute in seguito al grave infortunio che lo terrà fuori per tutta la prossima stagione) pareva intenzionato a fare Kevin Durant in estate per allontanarsi dalla DUB nation. La Team option invece, consiste, al contrario, nella possibilità della squadra di prolungare o meno un giocatore senza dover trattare un rinnovo vero e proprio, come avvenuto poche ore fa tra Okafor e i Pellicans. Se le varie opzioni non dovessero andare in porto si arriva dunque alla free agency, che può essere di due tipi: restricted e unrestricted. L’unrestricted free agency è, in pratica, senza alcun vincolo: al termine del contratto il giocatore può valutare ogni offerta senza reetrizioni. Al contrario, la restricted free agency consiste nella possibilità della franchigia cui il giocatore è in uscita di pareggiare entro 3 giorni (con la cosiddetta qualifying offer) ogni offerta recapitata all’atleta da altre squadre. Questa restrizione spesso è usata per attuare la pratica del Sign and trade, che consiste nel rifirmare un giocatore in scadenza al solo scopo di cederlo in uno scambio. Ancora Lebron James e Kevin Durant possono venirci in aiuto come esempi: il primo utilizzò questo stratagemma per il suo primo addio ai Cavs, rifirmando in Ohio per poi portare i suoi talenti a South Beach, Miami in cambio di numerose scelte future; KD invece, stando a varie indiscrezioni, complice il sopraccitato infortunio che potrebbe aver complicato la ricerca di un contratto al massimo salariale, pare stia cercando un accordo per prolungare al massimo con Golden State per poi diventare una pedina appetibile all’interno di una trade con altre franchigie.

Dunque, arrivati alla free agency e trascorso il moratorium ( la settimana in cui i giocatori parlano con vari GM ma senza poter firmare nulla), arriva la scelta vera e propria, cui influisce non poco il fattore economico e che ci porta all’ultima parte del nostro breve vademecum: tutti possono firmare alle cifre desiderate? Ovviamente no, perché come in tutti gli sport americani, anche in Nba esiste il Salary Cap: ovvero il massimo salariale che ogni squadra può spendere in stipendi dei propri tesserati. Tuttavia è un cosiddetto soft cap, poiché esso è sforabile tramite pagamento della cosidetta luxury tax, che aumenta in proporzione allo sforamento e alla recidività e che viene poi redistribuito tra le varie franchigie, avvantaggiando quelle più virtuose che incassano il 50% del ricavato totale.

E per i singoli contratti come funziona? Chi può firmare al massimo salariale? In generale, il massimo si basa sull’esperienza all’interno della lega e ovviamente sulla qualità del giocatore (questo porta alle volte a contratti sconsiderati che rischiano di bloccare il mercato di una squadra, come nel caso di Chris Paul ai Rockets o John Wall ai Wizard, a cifre astronomiche e non ripagatisi coi risultati): al massimo vi si può ambire al decimo anno di lega. Esiste però un’eccezione: la cosiddetta Derrick Rose rule, così denominata perché derivata dall’ex stella dei Bulls, Mvp alla sua seconda stagione e più giovane di sempre a ricevere il riconoscimento: essa in pratica consente di alzare il massimo salariale di un giocatore entro il suo quarto anno da professionista (il livello minimo di esperienza) qualora esso abbia raggiunto particolari riconoscimenti a livello personale, ad esempio convocazioni all’allstar game o titoli di Mvp (probabilmente si avvarrando di questa clausola i Bucks al rinnovo di Giannis). Esiste per contro un minimo salariale, contratto che chiunque, matricole comprese possono firmare, ed un salary floor, ovvero il minimo che una franchigia deve spendere per i suoi giocatori; per convenzione, è il 90% del cap

Questo è in sostanza il glossario base per potersi destreggiare nel magico mondo del mercato Nba per non trovarsi impreparati a luglio, quando cominceranno a susseguirsi le voci e le ufficializzazioni dell’offseason e quando dovremmo consolarci con i fatti extra parquet per curare la nostra voglia di basket.

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